IN BREVE
Pregi
  • Una grande cucina d'autore
DIFETTI
  • Poche stanze a disposizione degli ospiti per pernottare
19/20 Valutazione

“Sotto la zolla
nasconde un segreto,
lo vede soltanto
la nebbia che cade.
Sanno i suoi gesti
di un palpito quieto,
non è troppo tardi
tornare a sperare.

Ha messo a tacere
la fame e l’affanno,
per mesi il suo sonno
non fu che sudore”

Il sudore, già. Quello di un uomo, di un contadino, che si affanna a zappare la terra. Per porre a frutto e far germogliare la vita. Il sudore, la tensione e la difficoltà della creazione di un’opera.
Il sudore … che continua a riecheggiare nelle mie orecchie. Perché un mio commensale ha trovato la definizione giusta per l’estro e il talento del folletto di Torriana. Quanto mai centrata. “Questi piatti non sono fatti con il sudore”. E’ la migliore definizione mai pensata della cucina di Parini. E non è detto, per inciso, che ciò sia un valore assoluto. Però, c’è un però, Mozart componeva di getto, d’istinto. E le sue note non erano mai ruvide, scomposte, azzardate. Quell’improvvisazione istintiva, quasi irritante, che non ho mai visto a nessun cuoco prima d’ora così dirompente, assordante e magica.
Anche Parini è cresciuto, non smette mai di crescere. E se prima sbagliava qualche piatto, e se prima scomponeva qualche nota, lasciando tracce di imprecisione e una sorta di incompiuta materializzazione, oggi no. Oggi la sua cucina è dirompente, estremamente personale, ma altrettanto precisa e lineare. Un unico appunto, ma molto importante, sul tema della continuità. Vero è che la deriva di cotanto ardire ed improvvisazione è spesso la ruvidezza di fondo di alcune preparazioni nonché il difficile mantenimento di un livello qualitativo elevato ed alto. Questa è la sfida del Povero Diavolo e di Pier Giorgio Parini d’ora in avanti. La continuità. Per raggiungere e mantenere la vetta così difficilmente conquistata, e non rimanere intrappolati dai propri difetti. Il mantenimento dell’asticella alta così come l’ho trovata io ultimamente. Perchè la flessione, seppur umana, non è più tollerabile a questi livelli di altitudine di classifica. E confidiamo in questa maturità stilistica, che si assocerà ci auguriamo a maggior continuità.

Infine una considerazione, che mi è capitato di sentire più volte. Chi paragona la cucina di Parini a quella di Lopriore non ha capito nulla … ne dell’una … ne dell’altra. Perché se all’apparenza lo sprovveduto può notare, più vedendo che assaggiando, alcune similitudini poi, se si concentrerà sui rimandi, sul gusto, sull’assaggio,  sui sapori, sui contrasti e sulle stesse conformazioni stilistiche, si accorgerà che queste due cucine viaggiano su due rette parallele, senza mai incontrarsi. Un percorso amico (i due si stimano ed apprezzano moltissimo), fatto di scambi e confronti, non di uno che copia l’altro … o viceversa.
E mentre Lopriore insiste sulla nota amara, Parini lavora sulle sapidità, al limite ma equilibrate, sulle tannicità e sulle aromaticità delle sue erbe, mai messe fuori luogo.
E’ formidabile ciò che a Torriana si estrae dalle verdure, senza più bisogno di proteine. Per poi tornare dirompenti su piatti proteici con una eleganza, destrezza e profondità uniche.
Lo ripeto, siamo al cospetto del cuoco del futuro in Italia, senza ombra di dubbio alcuno. Una cucina che fa dell’improvvisazione la sua fortuna, una cucina in cui l’anima profonda del cuoco ti compenetra, una cucina fatta di brigate snelle, di costi contenuti, di poco sudore pensante … di tanto sudore corporale.

Sgombro, susine e polvere di angelica. Un inizio già significativo …

Seppia, limone sotto spirito, erba fiorone, salsa martini e acqua di rape bianche
Un piatto antologico. Il primo colpo dritto al cuore. Difficile raggiungere l’equilibrio tra la textura della seppia ed i diversi sapori in gioco. Centro pieno!

Mela osmotizzata alla resina, mirra odorosa (che conferiva una nota balsamica e tannica), mazzancolle, salsa cocktail
Materia prima strepitosa, incursioni vegetali e fruttate imperiose … Cocktail di Gamberetti del 2040

Rombo (un rombo pescato in adriatico di 7 kg), polvere e salsa di camomilla, carota.
Dolce ? Affatto … sapido, marino e magicamente acido … eh, si … acido per via della camomilla

Baccalà in umido.
Ecco un passaggio in cui cogliere in fallo il cuoco. E invece no. Una salsa perfetta, ottenuta addensando l’acqua di cottura delle lische e acidificandola leggermente con succo di pomodoro. Una girandola di patata e il tocco del rosmarino, che non è il solito e banale rosmarino, che apporta balsamicità e freschezza. Piatto da Urlo!

Omelette di canocchie … ormai un classico, grandioso!

Ravioli di aringhe affumicate e patate, salsa Pai mu Tan (the cinese). Equilibri precari ma centrati, raffinatezze uniche

Riso cotto nel latte di capra, semi di sedano e polvere di caffè
Poteva mai essere superato il balsamico riso in bianco all’essenza di Pino? Si, da questo elegante e persistente riso … affascinante

Agnello, latte cagliato alla rodiola, verdure sott’aceto
Altro colpo di classe. Altra materia prima stratosferica. Come rendere originale, divertente ed interessante un piatto di agnello.

Pastinaca, lardo, mandarino, gocce di essenza di chiodo di garofano
Un opera d’arte. come tirare fuori l’essenza da una verdura. Abbinamenti semplicemente perfetti

Rapa rossa brasata, lumache e polvere di radice di Felce
Un piatto di terra che richiama la terra. Che si rincorre, si sfiora senza mai toccarsi. Con un intruso. La radice di Felce, una liquirizia che finisce con note di pepe nobile, lievemente piccante. Un piatto da standing ovation! Inchino.

Bietola, miele di Alicanto, essenza di alloro
Altro piatto da fondoscala. La bietola che raccolta il giorno prima, o il giorno dopo, non sarebbe stata uguale. Carnosa, dolce, con una lieve ed elegante deriva tannica. Un miele unico (se ne producono solo 8 kg l’anno) con note fresche, balsamiche, quasi acide. E l’alloro.
Da far ridere coloro che criticano i piatti d’assemblaggio … tzè

Il piccione in due servizi : la coscia brasata, con una salsa da urlo e un soufflèPreparazione di cucina classica francese, sia dolce che salata, dalla caratteristica forma gonfia e allungata per la presenza di albumi d’uovo presenti all’interno. La cottura del soufflé in forno avviene lentamente, generalmente a bagnomaria: è un processo molto delicato ed a cui bisogna prestare molta attenzione. Ogni soufflé è costituito da due componenti di base: una crema (solitamente burro, farina... di mais a ricoprire

il petto con armelline e pletorius. Inchino

Limone di pane, gelatina di pompelmo, olive e gelato agli agrumi
La parte bianca del limone di pane era talmente amara che la sensazione di gelatina e gelato era quasi di stucchevole dolcezza
un azzeccatissimo gioco amaro-acido.

Gelato e crumble di castagna, crema di ceci e origano
Dolce affatto dolce, o meglio dolce di “derivata”. altro tocco e abbinamento geniale

Piccola Pasticceria

Visitato il 12-2012

53 Risposte

  1. Lido

    Che dire, semplicemente fantastico, con prezzi contestualizzati al momento attuale, da regalarselo x natale, e non solo. Buone feste Lido.

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  2. Pier Angelo

    Vorrei fare i complimenti, oltre che a Parini, anche a chi scrive questo pezzo e descrive i concetti di questa incredibile cucina.
    Conosco quelle sensazioni per averle provate di persona, ma inocularle nel lettore così efficacemente vale bene una frase di riguardo.
    Per quanto concerne Parini non posso che aggiungere lodi alle lodi… poichè chi come me si è seduto a quei tavoli non può che apprezzare la forza e l’equilibrio di ogni materia e gli abbinamenti che compongono i piatti.
    Equilibrio e non equilibrismo… secondo me questa è la vera essenza di questa cucina.
    Ogni preparazione si avverte come un percorso-passaggio-divisorio fra sapori e sensazioni legati alla terra, intesa nel senso tradizionale del gusto, in estrema purezza, mai precario e sempre franco e diretto, senza esitazioni e funambolismi di moda.
    Un regalo con questi prezzi.

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  3. Marco

    Con questa rece caro Alberto ci stai praticamente costringendo ad andare in Romagna il 28 con due macchine!

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  4. Tommaso

    Accidenti, la mia visita di Ottobre è stata distante anni luce da quella descritta qua. Quattro commensali, con gusti diversi, quattro persone deluse. Neanche un piatto in comune con questa recensione comunque, così che mi piace pensare di aver solo trovato un momento creativo negativo.
    Che voto do a quel pranzo, neanche lo dico, per non far urlare nessuno al sacrilegio.
    Tornerò comunque presto a Torriana, su questo non c’è dubbio!

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  5. leo

    Alberto, porca l’oca 🙂 250 km. di strada ! devo rimanere a dormire lì, ho già capito…

    Ma lo sappiamo tutti che quando arrivi te o i Passiongoumettisti Parini rivoluziona il menù e vi prepara piatti straordinari rispetto al solito, no ? l’avventore normale sarà trattato come un pezzente e non sarà degnato di attenzione…

    N.B. prima che tu mi risponda male 🙂 : vai a leggerti, turandoti il naso, quello che ha scritto stamani il recensore mascherato. Un cumulo di luoghi comuni stile anni “80. Chessedevefa’ per avere visibilità ! (per chi poi ? quelli che lo leggono sono i (tanti, pochi ?) soliti fedeli adoranti)

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  6. q.b.

    Ecco la strada che la nuova cucina italiana deve percorrere…
    Più passa il tempo e più mi accorgo che guardiamo nella stessa direzione…
    Due teste diverse girate nella stessa direzione…

    Rispondi
    • andrea

      eh si amico ma ben pochi ItaGlia ce la farebbero a proporre una cucina del genere in maniera “sensata”…

      Rispondi
      • q.b.

        Scusa Andrea… ma non capisco il tuo commento…
        perchè è una cucina difficile da fare in maniera “sensata” ??
        Una cucina di prodotto e di tecnica al servizio del risultato e non dell’ego dello chef…
        minimale e quasi monastica nell’impiatto…
        Da “trattoria” del nuovo millenio… e passatemi il termine tratoria…
        Molto più facile finire fuori pista con un’accozzaglia di ingredienti e un’impiatto caotico… o no??

      • alberto cauzzi

        Ah si ? e tirare una salsa con il martini e il succo di rapa, con le seppie cotte al punto giusto, con i limoni sotto spirito e l’erbetta giusta è na roba poco incasinata ? e sopratutto in cui è facile trovare l’equilibrio ?
        Se lo dici tu mi inchino, ma sei sicuro ?

      • q.b.

        Come dicevo sopra… è una cucina dove la tecnica è nascosta e al servizio dell’ingrediente…
        Non si perde tempo inutile alla ricerca dell’impiatto d’effetto ma tutte le energie vengono spese per quanto tu hai appena descritto…
        In questo trovo una semplificazione rispetto al passato o allo schema classico…o sbaglio??… dimmi tu??
        Mai detto che è una cosa poco incasinata… riflettevo sul termine “sensato”…
        apparentemente una cucina più semplice… come detto nella rece “non una goccia di sudore..”… apparentemente…
        Sicuramente una cucina più coraggiosa… perchè non si nasconde dietro a niente…
        Queste le mie riflessioni su quanto visto e letto…
        Poi un conto e menare la lingua… un’altro prendere le padelle in mano…
        Non mi piace parlare di questo dietro pseudonimo… e quindi ci metto anche la firma…
        Christian Milone chef e titolare La Gastronavicella della Trattoria Zappatori…

      • andrea

        Perchè pochi chef in Italia hanno una capacità innata (il gusto)così “elevata”, una conoscenza tecnica e delle materie prime come la sua.Tutto qui…
        Quindi riuscire a fare piatti così essenziali e a farli super è difficilissimo e 90cuochi su 100 farebbero delle ciofeche altri 8 delle cose discrete|buone ma incompiute e forse 2 delle cose di questo livello.
        E ti parlo senza mai essere andato a mangiare nel suo ristorante ma l’ ho visto lavorare e sentito parlare e mi fido dei giudizi di PG.
        Non sapevo che fossi chef pure tu quindi il mio era un commento in generale!

      • andrea

        tra l’ altro leggendo adesso la recensione e vedendo i piatti potresti essere tra quei 2 🙂 !

      • q.b.

        Andrea… non scrivevo da adetto ai lavori ma da semplice appassionato di cibo e vino…
        Poi andando avanti mi sono addentrato nello specifico del discorso e mi è sembrato giusto metterci la faccia come professionista e non più solo come appassionato goloso…
        Purtroppo anch’io non ho mai mangiato al Povero Diavolo, ma mi è capitato di assaggiare due cose al volo quest’estate quando io e lo Chef abbiamo cucinato fianco a fianco nella via principale di Torriana per la festa del paese…
        Un grande perchè ha avuto la forza di aprire una nuova strada nella cucina italiana… senza più assoggettature a cucine di altri paesi ( vedi Francia, Spagna, Danimarca e nello stretto futuro io ci aggiungerei Belgio)
        Credo davvero che questo sia il nostro futuro…

      • andrea

        ah si sul fatto che non sia una cucina “contaminata” come quella tanti nuovi e giovani “fenomeni” che scopiazzano non c’è dubbio!

  7. Raffo

    la frase esatta sarebbe “non una sola goccia di sudore sui piatti” , me l’ha detta il commensale..

    Rispondi
    • Luca Canessa
      Luca Canessa

      Caro commensale pensavo che la frase fosse dell’altro commensale vicino, non ero attento

      Rispondi
  8. alberto cauzzi

    @Leo
    Un vecchio detto recitava che per nascondere le tue mediocrità è opportuno muovere polveroni intorno a te. E quel signore a cui tu ti riferisci muove polveroni.
    @q.b.
    Verissimo … siete molto più affini di ciò che appare. In te vedo alcuni tratti del Parini di qualche anno fa. Anche se le due personalità sono molto differenti.
    @Raffo
    Commensale, grazie della precisazione 😉

    Rispondi
  9. q.b.

    Alberto tu sai quanto mi sia pesato ammettere questa cosa 🙂

    Scusa l’ignoranza macchellè il limone di pane??

    Rispondi
      • giovanni gagliardi
        giovanni gagliardi

        Trovo molto interessante l’uso della parte bianca (e notoriamente amara) del limone.

        Comunque la dizione dialettale corretta (di questo stiamo parlando) è proprio come nella didascalia: limone “di pane”.

        Così come chiamiamo “melone di pane” il melone bianco.

        Ad Majora

      • q.b.

        Concisi e esaustivi…e anche oggi la mia lezione l’ho imparata 🙂
        La gioia di nascere ignoranti è imparare una cosa al giorno… giorno dopo giorno…
        Grazie 🙂

  10. gianni revello

    Già la cena di oltre due anni fa a Il Povero Diavolo era stata comunque notevole, ma un po’ diseguale nel suo gioco di diverse correnti, tra molti voli per vette inviolate e alcuni pascoli in più battute valli.

    🙂 E, si sa, Pascoli quanto a cucina non era l’autorità che era in poesia: ”Amico, ho letto il tuo risotto in …ai! E’ buono assai, soltanto un po’ futuro, …”; così inizia, con garbata ironia nei confronti di chi prenderebbe la cucina troppo sul serio, il componimento sul suo “risotto romagnolesco”.

    Ma per stare a noi, visto che alla cena descritta da Alberto c’ero anch’io, in mezzo a bel gruppo di amici, questa invece, e fin dall’inizio, è stata un’esperienza folgorante. D’accordo sul 19/20.

    Ho trovato ora un cuoco dotato di personalità unica, in grado di integrare diverse suggestioni e ispirazioni in uno stile del tutto proprio. Stile di grande efficacia e contemporaneità, dove il peculiare elemento improvvisativo e quello solo apparentemente tale (che ha dietro sue storie ricerche e ragioni) non disperdono energie a rincorrere una perfezione dell’ ‘altro mondo’, il mondo di tutta una certa ritualità di forma e gusto. Efficacia, immediatezza, ma grande originalità e profondità, anche in un solo boccone, quanto nell’insieme.

    Questo talvolta potrebbe sacrificare qualche vecchia armonia, qualche tradizionale ipotetico giusto modo di solfeggiare un ingrediente un piatto o un menù? Cosa importa! Quante volte il meglio è nemico del bene quanto del bello! Io sono convinto che Parini debba continuare su questa strada e non omologarsi su perfezioni altrui. (…Solo su un passaggio della cena, i tortelli, mi sarebbe piaciuta una maggiore diciamo così ‘omologazione’ 🙂 , …insomma, come è per il nostro chef, chi è davvero bravo è intanto regola di se stesso, ma modi per migliorare il risultato ci saranno sempre).

    Un ciao a tutti.

    Rispondi
  11. Raffo

    L’ho detto e lo ripeto,Gianni,leggerti è un privilegio oltreché puro piacere.
    E concordo su più di un concetto espresso tra le righe,pur non conoscendolo granché dimostri di conoscere e comprendere Giorgio e la sua cucina come e più di chi lo conosce e lo comprende più a fondo.

    Rispondi
    • francesco

      Il signor Revello è una rarità assoluta e preziosa. In un mondo sempre più dominato dai buzzurri, dagli idioti e dagli incolti, leggere la sua prosa è un balsamo per l’animo.

      Rispondi
      • gianni revello

        Ciao Raffo, ciao Francesco, grazie, ma mi fate arrossire, vorrà dire che domani col pranzo da fine del mondo chiederò mi servano almeno un buon barolo 🙂

        p.s.: Francesco, detto serenamente, non è che riesci mica almeno una volta a non prendertela con qualcuno; indipendentemente dai gusti di ciascuno di noi credo che ne trarremmo, assieme, tutti gran giovamento 🙂

        Caro Raffo, andare a Torriana purtroppo per me è disagevole. Altrimenti d’ora in poi mi vedrebbero certamente con ben altra frequenza. Ripeto: stavolta un’esperienza folgorante, anche nel ricordo. Niente d’algida perfezione, ma un’unicità da qui e ora irripetibile, un’esperienza davvero rara.
        Ma certo anche la tavola da sei, e le bottiglie, quattro ma buone, e gli intermezzi, erano giusti!

        Comunque il bello dell’arte e della grande tavola (…per tanti poveri miscredenti le due neppure sorelle, …ma spero, com’è acclarato per tradizione millenaria, arrivino prima o poi costoro almeno a considerarle se non altro parenti 🙂 ) il bello è che sospendono il tempo, e, tra un prima e un dopo ‘normali’ (quando va bene), tanto più il tempo è come scomparso, volato, e tanto più ti accorgi di come e quanto in quel punto-intervallo sei stato bene. Ahimè al passato. Ed è per questo che ogni tipo di bellezza nel prefigurare un’utopia è al contempo è un po’ triste… Ma poi ci si può lavorar sopra. …E ad esempio tornare a Il Povero Diavolo 🙂

        Dunque dopo il tour nell’alto dei cieli (…senza neppur ch’io abbia attinto a spiriti in bottiglia 🙂 ) veniamo ancora al nostro diavolo (…e chiamalo povero!). In realtà non sono sicuro di aver completamente capito la cucina di Parini.

        Comunque intanto due elementi. Il primo, di molta cucina contemporanea : – la proteina (come l’ego dopo Freud) non è più padrona in casa propria (la parte proteica è pur sempre la più nobile del nostro corpo). Se per Freud è intervenuta la coscienza di un elemento più ancestrale, il cosiddetto inconscio, per la cucina contemporanea tale elemento è riemerso dalle basi in quello vegetale, ora protagonista, o coprotagonista, e non più nell’alta cucina mero contorno (com’è invece sostanzialmente rimasto ad esempio a un Louis XV o un Ambroisie).
        (E inoltre, detto per inciso, nella ricerca dell’originario, non più due zone franche di zucchero e sale: la vita è nata o non è nata dal mare?)

        E fin qui Parini allora ok modula straordinariamente bene e in modo personale l’elemento vegetale. Nessuno lo può negar! 🙂

        Il secondo l’elemento che si può richiamare per Parini è quello diciamo così improvvisativo, o apparentemente tale (…si sono manifestati in molte forme: action paintings, happenings, aleatorietà, certo minimalismo, performance, modalità di interazione uomo-macchina, ecc. ecc.), che ha assunto rilevante importanza nell’arte dal Novecento, per liberare energie che altrimenti avrebbero potuto restare soffocate o sopite tra i canoni, o incapaci di evolvere nella coazione a ripetere dell’ego nelle sue esperienze-convinzioni.

        Ma, per chiarire gli equivoci, un’arte ‘improvvisata’ dotata di presa non è affatto più facile di una canonica, tutt’altro! E anche questo si vede bene in Parini, dove c’è modulazione innata tra una spontaneità, e una storia personale e collettiva, e una ricerca.

        Ma appunto è l’innato, che non suda, bensì trasuda, il più difficile da spiegare. Nell’innato tende a prevalere la scoperta sull’invenzione. Ti trovi di fronte a qualcosa che ha innanzitutto la grazia della spontaneità ma senza che sia contraddetta la forza produttrice dell’artificio, e questo ti fa provare un’esperienza unica di armonia, come quel quid fosse sempre esistito ma solo al momento venisse realizzato, portato concretamente alla luce.

        “Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione” è un meraviglioso ciclo di dodici concerti di Vivaldi, che comprende tra l’altro le famosissime e straordinariamente importanti per la storia della musica “Quattro Stagioni”. Ma produrre o capire l’armonia e l’invenzione, quell’armonia quell’invenzione, ahinoi non è proprio fatto scontato. Neppure nei preliminari. Giuro che molti anni fa ho sentito chiedere da un cliente a un’attonito commesso di Casa Ricordi nel negozio di dischi che era in galleria a Milano se lì avevano …“Il Cemento dell’armonia e dell’invenzione”!. …Ma sono cose che possono capitare a tutti, e che capitano, anche nelle migliori famiglie! 🙂

        Ciao a tutti.

      • francesco

        Carissimo Gianni, non è che me la prendo con tizio o con caio per partito preso o per innata acidità costituzionale; semplicemente non riesco proprio né ad apprezzare né a giustificare concettualmente il tipo di cucina proposto da Lopriore, Cracco, Parini, Crippa, ecc. Mentre per me andare a mangiare all’Ambroisie, al Louis XV, da P. Rochat (quando ancora esisteva; la nuova gestione, non è però molto diversa nei suoi assunti di partenza e nei risultati), o anche a Dal Pescatore
        è una festa, recarmi da gente tipo Cracco (il peggiore di tutti, per i miei gusti), Lopriore e Parini e, gastronomicamente, un supplizio (certi loro piatti mi fanno veramente schifo).

      • colville

        Well, baby, baby, baby, you’re out of time
        I said, baby, baby, baby, you’re out of time
        You are all left out
        Out of there without a doubt
        Cause baby, baby, baby, you’re out of time.
        Non so perché ma il tuo argomentare mi ha riportato alla mente la premiata ditta Jagger & Richards.

  12. Giovanni Lagnese

    Ciao ragazzi, un suggerimento: perché non inserite a priori le dimensioni delle immagini, di modo che la pagina, nel caricarsi, mantenga sempre la stessa lunghezza della pagina completamente caricata? Così com’è, è fastidiosissimo leggere i commenti durante il caricamento.

    Rispondi
  13. Alichan

    Ci sono andata con gli amici. Premetto: ho viaggiato parecchio e di ristoranti ne ho provati molti, moltissimi, in Italia e nel resto del mondo. La mia veneranda età consente di peccare di superbia e di esprimere qualche considerazione, derivante magari non da una eccelsa cultura culinaria, ma dal “gusto” che nella mia famiglia (ho origini emiliane) ha sempre avuto un ruolo determinante a tavola, momento sacro dove era persino mal tollerato l’inutile parlare mentre ci venivano serviti e gustavamo i semplici o complessi piatti della tradizione italiana. Sin da bambina osservavo mia nonna e mia madre mentre in cucina davano istruzioni alla seppur bravissima “tata” tuttofare e questa esperienza ha segnato positivamente l’apprezzare o il criticare ciò che non “ingurgitavo”, ma “mangiavo”, percependo gusti, accostamenti ed ingredienti. Il nostro parere? Che schifo! Che schifo perché non si tratta di cucina, ma di assurdi funambolismi e di un raspante ed affannoso arrampicarsi sugli specchi della (qui inesistente) “buona tavola”. Se qualcuno degli ospiti ha trovato “eccellenti” accostamenti allarmanti, che nemmeno il peggior oste farebbe, ebbene siamo in rovina. Se altri ritengono un rimpianto l’aver sostato di fronte a porzioni che definire da “assaggio” è esagerato, ebbene pianga pure. Compatisco coloro che osannano questa linea culinaria che con l’Italia (culla di una “vera” cucina mondialmente riconosciuta come eccellente, in tutte le sue sfaccettature) ci azzecca quanto i tortellini con i talebani. E’ vergognoso ed umiliante, per chi nella cucina si impegna seriamente, vedere simili commenti di fronte a tale nullità assurda. Eppure nel nostro Bel Paese abbiamo Chef veri ed ammirevoli!

    Rispondi
      • colville

        Francesco sei impazzito.? Ti dai del mito da solo!!!!!!!!!!!!!

    • Giovanni Lagnese

      Se lei ha il diritto di dire che compatisce “coloro che osannano questa linea culinaria”, io ho senz’altro il diritto di dire che compatisco lei. Dunque: la compatisco.
      Se lei ha il diritto di dire che le fanno schifo le idee da lei definite “accostamenti allarmanti”, io ho senz’altro il diritto di dire che mi fanno schifo le sue, di idee. Dunque: le sue idee mi fanno schifo.
      “Persino il pensiero criminale di un furfante è più grande e più sublime delle meraviglie del cielo.” (Hegel)

      Rispondi
      • Alichan

        Dal basso dei miei settant’anni, m’identifico perfettamente nella descrizione da Lei citata: una “furfante”.

        Mi rammarico d’aver messo il dito nella piaga proprio durante il periodo Natalizio, suscitando un piccolo vespaio.

        Del resto é uno degli assiomi della pedagogia: azione = reazione.

        E’ incredibilmente appagante essere in un paese democratico, dove ciascuno è libero di esprimere il proprio rispettabile pensiero. Io rispetto le Sue opinioni (Talebane?) e Le auguro di cuore Buone Feste.

    • colville

      Ricordo…..ricordo……..ricordo……stessi concetti, analogo periodare, identici richiami all’infanzia, la nonna abilissima ai fornelli. Si chiamava Billythekid e imperversava su Altissimo Ceto.
      Anche lui viaggiava moltissimo, aveva provato tantissimo e faceva professione di falsa modestia.
      Se non siete la stessa persona, come in un romanzo d’appendice,ci troviamo di fronte a gemelli separati alla nascita.

      Rispondi
      • Alichan

        Perdonatemi, Gent.mi Sigg. Lagnese e colville: è la prima volta che mi permetto (e chiedo profondamente scusa per non aver preventivamente implorato il permesso ai Detentori del Verbo) di scrivere un giudizio condiviso dai miei Amici in questo sito. Credo che alcuni frequentatori (fortunatamente pochi, per quanto ho potuto vedere) dovrebbero però sostenere un esame per la prevenzione degli incendi, facendo controllare attentamente che le code non siano composte da materiali infiammabili. Qui ci sono capitata per puro caso, spulciando fra i nomi dei ristoranti frequentati. Non credo d’essere maschio, considerato che nella mia vita coniugale ho partorito tre figli per me splendidi, restando purtroppo vedova (mio marito non era femmina), ma per fortuna circondata da Amici veri. Ignoro chi Voi siate. Non ho mai visitato il sito Altissimo Ceto che viene menzionato, ma sono incuriosita e lo farò (anche se la denominazione non è troppo invitante). Mi prostro di fronte all’osservazione, della cui validità non discuto, ove mi viene fatto notare d’aver posto un = (uguale) in luogo di una freccetta per esprimere un concetto. In vita mia, (ammetto orgogliosamente d’essere amabilmente ignorante e di apprendere ogni giorno qualcosa di nuovo), non ho mai trattato le uova con creme depilatorie e quando le acquisto non porto con me lenti d’ingrandimento. Billithekid? Non conosco chi si identifica con questo pseudonimo, ma il fatto non cambia assolutamente il parere che ho. Mia nonna si chiamava Armida, era una Ferrarese con radici Bolognesi e Vi posso garantire che, ad oggi, non ho ancora conosciuto persona che faccia un “batù” per i cappelletti buono come il suo. La mia fortuna è stata d’avere una vera nonna e di poter provare dei veri, buoni e onesti piatti in una vita reale, con i piedi per terra. Auguri! Credo che ne abbiate veramente bisogno.

  14. Graziolina

    La sera del 31 dicembre eravamo a cena al Povero Diavolo (il 2013 è iniziato decisamente bene) e io stavo appunto dicendo al mio consorte: forse venti anni fa la cucina di Parini non mi sarebbe piaciuta come mi piace adesso ma ora, dopo quasi tre decenni di furibondi tour gastronomici in Italia e fuori, la trovo quasi l’unica possibile, la più congeniale all’evoluzione del gusto di chi, dopo tante esperienze, tende all’essenziale (da non confondere col banale).

    Questo per dire che non credo sia una cucina “facile” o almeno “accattivante”, ad esempio la lattuga – servita fredda – con senape e wasabi a noi, malati di Giappone (ci andiamo almeno due o tre volte l’anno), è piaciuta moltissimo ma posso capire come avrebbe potuto non convincere.

    Concluderei ricordando alla “signora” di cui sopra che mai in ogni caso si può dire “che schifo” al cibo che per nostra fortuna ci viene messo davanti: mi stupisce che una persona di settant’anni non ricordi uno dei fondamentali insegnamenti di chi ci ha educato (io ho cinquant’anni) dopo aver vissuto la guerra.

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      • Giovanni Lagnese

        Secondo me ha il freno un po’ tirato, Parini. Quasi come se avesse paura di “offendere” il palato dei suoi clienti. Va da sé che è uno dei giovani più talentuosi d’Europa, ci mancherebbe.

      • Giovanni Lagnese

        Non somiglia a nessuno. Tira fuori quasi esclusivamente piatti dall’ottimo in su, di cui almeno metà dall’eccellente in su. Pochissimi i suoi piatti soltanto molto buoni, tra cui ad esempio qualche dolce perfetto ma non particolarmente “dissacrante”.

      • Giovanni Lagnese

        Secondo me, dovrebbe dare maggior peso al registro amaro, come faceva ad esempio Lopriore. Anche Parini con l’amaro riesce a tirar fuori piatti di una bontà incredibile, ma appunto ho l’impressione che si “contenga” un po’ troppo.

      • Giovanni Lagnese

        Per il momento, secondo me, è un 18.
        Ma per me sono da 18 anche i Roca, il 41 Grados, Alija, Bottura, ecc.
        19, per me, solo Lopriore e Aduriz.
        20 il Bulli, ovviamente.

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