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CREMA DI CECI E NOCCIOLE AL TARTUFO BIANCO, GELATO DI OSTRICHE

Pensavamo di averlo ripiegato in fondo a qualche scatolone, il trompe-l’oeil, genere egemone del lungo carnevale spagnolo, fra il trantran del repertorio e la quaresima interminabile della contemporaneità. Finito nella soffitta della storia con qualche coriandolo ancora sparso sopra, come una maschera divertente da rispolverare nelle occasioni di rito. Sorridendo del fungo-prosciutto di Quique Dacosta o del carpaccio di cocomero di Andoni Luis Aduriz, per non parlare della terra in cioccolato di Ferran Adrià. Virtuosismi certo, tesi a dimostrare la padronanza del cuoco sul prodotto, nel senso letterale del possesso. Antitetici rispetto al puritanesimo di quella cucina della verità che ha preso piede da qualche tempo a questa parte.
Pensavamo, appunto, perché il trompe-l’oeil probabilmente ha solo cambiato tecniche e funzioni, spogliandosi della dimostratività del tour-de-main per farsi attrezzo di una cucina del sospetto, che allerta maliziosamente l’attenzione di chi mangia su ciò che sta realmente mangiando. Niente di effettistico insomma, piuttosto un dubbio insinuante che rosicchia l’ideologia della cucina. Come nel caso della crema di ceci e nocciole al tartufo bianco e gelato di ostriche di Christian Milone, preview culinaire dove l’illusionismo si sdoppia in un gioco ora manifesto, ora sottile. Gustativamente e concettualmente stringente.
Da una parte la castagna-tartufo, presentata sotto la cloche e affettata con la mandolina d’ordinanza secondo la più popolana delle tecniche: i marroni di Garessio pelati sono rimasti chiusi in un barattolo sottovuoto insieme ai tuberi per 1 settimana, impregnandosi dei loro profumi come il riso, ma senza effetti disseccanti, per un esito di sorprendente intensità. Dall’altra la crema di ceci ottenuta unendo loro nel Bimby un 30% di nocciole trilobate di Langa, precedentemente cotte a 60 °C per 2 ore: la frutta secca viene trattata al pari di legumi, arricchendo la testura e veicolando i profumi sulle ruote della componente grassa. Infrangendo soprattutto la routine sul muro dell’errore categoriale calcolato.
Non basterebbe se questo monocromo di stagione, imbastito sul canovaccio del comfort food regionale, con la trama delle affinità merlettate di nocciole, non sbattesse sullo scalino poetico del contrasto, secondo una legge del bello. Quella che richiede che “la distanza sia estrema e l’evidenza inconfutabile”: “Come non scorgere una legge dell’estetica in questo obbligo di paragonare i contrari?”. È il gelato di ostriche crude e acqua di ostriche, contrappasso sapido, fresco e straniero, soprattutto interlocutore olfattivo del tartufo, che irretendo nel suo profilo iodato la prepotenza degli idrocarburi sposta lungo la mucosa olfattiva il baricentro del piatto.
Ma la carta a venire riserva altre sorprese: la cialda di porcino, capolavoro analitico dove il fungo è destrutturato e riassemblato (fuori una cialda composta di isomalto e cuticola, la parte più intensa, sporca e amarotica del fungo, trappola microbica del genius loci; dentro una farcia di cappella e gambo saltati; il tutto sospinto dal supporto di muschio e foglie secche nell’alveo di una cucina emozionale e dell’istante, che lavora separatamente sull’olfatto e sul gusto); l’iper-primitivista salmone “affumicato” dal mucchietto di trucioli di liquirizia a bordo piatto, con la guancia spadellata alla lavanda da scalcare a mano, sorta di sot-l’y-laisse ben più pallido, soave e moelleux del resto della polpa, sul modello delle kokotxas basche ma con crudeltà tutta nord-europea; la carne cruda brasata al vino rosso, crasi di due classici piemontesi che inverte crudo e cotto, come la cotoletta sbagliata di Matteo Baronetto, dove la classica battuta di coscia nella sua integrità aristocratica è condita dal sugo liofilizzato al vino rosso.

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Visitato il 11-2013

15 Risposte

    • Giovanni Lagnese

      Invero non se n’era mai andato.
      Torneremo al “carnevale” spagnolo, per vie razionali.

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    • Giovanni Lagnese

      Esempi come quello qui descritto testimoniano una (magari anche inconsapevole) stanchezza per l’ideologia della “purezza”, che pure ha avuto un enorme valore progressivo (Lopriore). Adesso bisogna osare certi registri senza più appellarsi al “puro”, all'”originario”, al “naturale”.
      Il “naturalismo” ha avuto l’unica funzione di liberare certi sapori.

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    • Giovanni Lagnese

      Se poi vogliamo davvero sperimentare sul tema del passo indietro dell’uomo-che-controlla, facciamolo sul serio. Ancora oggi, persone aperte alla cucina d’avanguardia hanno probemi ad accettare un piatto eseguito davvero con libertà. Per “davvero con libertà” intendo: prendi tutto quello che ti capita sottomano (pasta scotta, caffè, yogurt, pomodoro, pompelmo, caprino, aria di rutto, muco nasale cotto, ecc.) e utilizza l’l’I Ching per decidere la tecnica di preparazione, l’assemblaggio e la presentazione. Ma purtroppo anche chi apprezza la cucina d’avanguardia non è in grado di accettare qualcosa del genere. Per il momento.

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    • Giovanni Lagnese

      Oppure, volendoci buttare sul versante del controllo, si potrebbe pensare a una cucina basata sulla stimolazione elettrica invece che sul cibo. Pure melodie di sapori e profumi scritte a mo’ di musica elettronica.

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  1. zum

    Ma Giovanni, che fai? Te la canti e te la suoni? Dai, stasera ci vediamo al solito McDonalds, giuro che non lo dico a nessuno.

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    • Giovanni Lagnese

      Beh, mcdonalds è l’analogo gastronomico della musica pop, io invece parlavo dell’analogo gastronomico del gatto sul pianoforte.

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    • Giovanni Lagnese

      Qualcuno glielo spiega a ‘sto Zuma che dodecafonia e “gatto sul pianoforte” (alea) sono agli antipodi?

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  2. zum

    Non mi sminuisca, mai dissi che Fritz fosse Schoenberg, è lei Giovanni ad essere dodecafonico e trovo i suoi spunti interessanti (senza ironia). Vivrei di gatto sul pianoforte. E di zingarate.

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