Il Carbonaione 2021 di Poggio Scalette: il lusso del tempo

In una delle aree storicamente più vocate del Chianti Classico, sulla collina di Ruffoli, nel comune di Greve in Chianti tra i 350 e i 550 metri di altitudine, nasce il Carbonaione di Poggio Scalette. In quest’area, terreni limoso-sabbiosi ricchi di scheletro e forti escursioni termiche favoriscono la produzione di vini di grande struttura, eleganza e longevità.

Si tratta di un vino prodotto esclusivamente con uve Sangiovese provenienti da una singola e storica parcella, in cui dimorano vecchie viti che hanno ormai superato gli ottant’anni di età e che custodiscono un antico patrimonio genetico riconducibile al cosiddetto Sangiovese di Lamole. L’idea di valorizzare questo straordinario vigneto si deve all’enologo Vittorio Fiore, che intuì il potenziale unico di queste vecchie vigne. Ancora oggi il progetto è seguito con la stessa filosofia da Vittorio insieme al figlio Jurij, con l’obiettivo di ottenere un vino capace di esprimere tutta la forza, l’eleganza e l’identità di questo luogo.

In effetti, pur nascendo nel cuore del Chianti Classico, il Carbonaione è un vino che possiede una personalità così definita da essere riconoscibile ben oltre la sua denominazione. Un vino profondo, intenso ed elegante, capace di coniugare concentrazione, precisione e armonia. Un rosso che esprime con grande fedeltà il carattere del vitigno e la straordinaria vocazione della vigna da cui proviene. All’assaggio dell’annata 2021 la prima impressione è di un vino che non ha fretta, un vino che si apre lentamente nel calice, un vino che al palato è pieno ma mai pesante, sorretto da una freschezza vibrante e da tannini finissimi che ne allungano il passo. Un vino che invita a concedersi tempo: ogni sorso rivela un dettaglio nuovo, come le pagine di un romanzo che si svela poco alla volta. È un vino che accompagna il silenzio, senza mai interromperlo.

Naturalmente il Carbonaione è un vino nato per accompagnare una grande cucina. Lo immagino perfetto accanto a un peposo dell’Impruneta, a pappardelle al ragù di cinghiale, a una guancia di manzo brasata o a un piccione arrosto con fondo al Vin Santo e ciliegie, piatto con il quale crea un dialogo quasi naturale. Eppure, mentre lo degustavo, mi è venuto da pensare che questo vino possieda una qualità piuttosto rara: non sembra avere realmente bisogno del cibo. Lo immagino in un pomeriggio di novembre, quando fuori cade una pioggia sottile e continua che sembra rallentare ogni cosa. Una poltrona, un camino acceso, un romanzo che da troppo tempo aspetta di essere letto e un calice che non ha fretta di svuotarsi. Non è una degustazione. Non è nemmeno un momento gastronomico. È semplicemente un dialogo silenzioso con il vino. Ogni sorso sembra aggiungere un dettaglio nuovo. All’inizio emergono la ciliegia matura e le spezie, poi arrivano le erbe aromatiche, le leggere note tostate, il balsamico. Il vino cambia lentamente, quasi seguendo il ritmo delle pagine che scorrono tra le mani. È in questi momenti che si potrebbe comprendere al meglio la grandezza del Carbonaione. Non solo per la sua complessità, ma perché possiede quella rara capacità di riempire il tempo senza dominarlo. Ti accompagna, senza chiedere di essere il protagonista assoluto.

Foto powered by ChatGPT

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