Immaginate una landa aperta di fine autunno. L’erba alta piegata dal vento, la nebbia che sale dal fondo, un cielo basso e grigio. Nessuna casa in vista, solo distanza e il rumore dei propri passi. È l’immaginario di un romanzo dell’Ottocento inglese: brullo, romantico, un po’ malinconico. Il Pinot Nero di Mazzon firmato Gottardi ha la stessa tensione.

Viene dalle vigne più alte della collina, quelle su calcare e arenaria che la critica accosta spesso alla Borgogna per terroir e condizioni pedoclimatiche, e nel bicchiere si porta dietro il freddo e la pietra bagnata. Al primo sorso è nervoso, teso, tutto frutto rosso. Poi si apre, e arriva quel finale speziato che scalda dall’interno, come rientrare al riparo dopo aver camminato controvento. Vale la pena capire da dove nasce questa tensione.

Il Pinot Nero è un vitigno difficile, enigmatico, che dà il meglio solo dove le escursioni termiche tra giorno e notte sono marcate: Mazzon, con le sue vigne in quota e le notti fresche già a fine estate, è uno dei pochi luoghi in Alto Adige capaci di assecondarlo. La famiglia Gottardi lo lavora con pazienza quasi ostinata: fermentazione in acciaio, dodici mesi in barrique
Con "barrique" si intende una piccola botte di legno adatta all’affinamento di vino dalla capacità compresa tra i 225 e i 228 litri. Leggi di rovere francese, altri otto in botte grande e un lungo riposo in bottiglia, circa due anni prima che il vino arrivi sul mercato. Non è un rosso da bere in fretta, chiede attenzione, chiede tempo e, in cambio, cambia mentre lo si beve. Raramente il secondo sorso è uguale al primo. È un vino che si svela per strati, e ogni minuto nel bicchiere ne aggiunge uno. È un vino da bere quando ci si vuole sentire i protagonisti di un romanzo delle sorelle Brontë.










