Il Pinot Nero di Riccardo Lepri e Ingmar Bergman

IL NOSTRO GIUDIZIO

Il vino che lascia passare la luce

Il Pinot Nero è un’uva che svela. Ha buccia sottile, quasi trasparente, e contenuta capacità colorante. Nel bicchiere brilla di un rubino chiaro, luminoso, a tratti granato, incapace di dissimulare nulla di sé. Non è debolezza, è trasparenza: lascia passare la luce.

È forse per questo che il Pinot Nero di Tenuta Montauto sorprende. Nasce a Manciano, nella Maremma meridionale, a dieci chilometri in linea d’aria dal mare di Capalbio: terra di cinghiali e di Sangiovese, non certo il clima fresco e la lenta maturazione che questo vitigno esige altrove. Eppure Riccardo Lepri, che è intransigente e trasparente come lui, l’ha fatto ambientare nel vento e nelle escursioni termiche che a queste latitudini separano il giorno dalla notte, e brillare come le colline argillose ricche di quarzo rosa dove questa varietà ha potuto acclimatarsi così bene (tanto da dare vita anche a una selezione, di cui vi abbiamo già parlato qui).

Il risultato è un vino delicato ma non fragile, punteggiato di frutti rossi, un accenno balsamico, una trama tannica appena percettibile che regge comunque la struttura, come una crinolina leggera sotto un abito estivo. Mi ha ricordato un film intenso e delicato, tenero e spietato come Fanny e Alexander di Ingmar Bergman che sapeva, tra le altre cose, che le case si raccontano meglio quando lasciano intravedere ciò che dovrebbero nascondere. Nel film infatti la casa degli Ekdahl è tutta specchi, lanterne, sipari di teatro: una trasparenza calda, affollata di fantasmi che i grandi non vedono e i bambini, coi gatti, sì. Poi arriva la casa del vescovo, spoglia, grigia, dove tutto è controllo e nulla è concesso allo sguardo. Il film vive di questo scarto: tra ciò che si mostra e ciò che si custodisce, tra il colore acceso della festa e il bianco e nero della disciplina. Non a caso Bergman lo pensò come il suo congedo: un film-testamento in cui magnificare, senza più nasconderla, tutta la parte più pura di sé (l’infanzia?).

Come il film, il Pinot Nero di Riccardo Lepri s’offre a chi lo beve in tutta la sua carnale innocenza: mostrando che la trasparenza è, in entrambi i casi, la forma più alta del coraggio.

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Leila Salimbeni

In famiglia si ritiene che abbia ereditato il palato del nonno Adorno, col quale ha imparato ad amare il vino e a fare colazione con pane, burro e pasta d'acciughe. Perfino le sue prime parole furono parole di gusto: precisamente, il rifiuto di mangiare i biscotti inzuppati nel latte, di cui detestava la consistenza. Una presa di posizione sul mondo, commestibile e non, che dopo una laurea in linguistica la porta a Bologna dove, con una tesi specialistica, decide di applicare la Semiotica Strutturalista alla cucina di Massimo Bottura. Correva l'anno 2010: da allora, non ha mai smesso di scriverne.

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