Il Pinot Nero di Tenuta Montauto nasce dal carattere forte e anticonvenzionale di Riccardo Lepri, viticoltore in Montauto (Manciano, GR), che anni orsono ha portato in Maremma uno dei vitigni più affascinanti e difficili dell’ecumene terrestre, una varietà che non perdona scorciatoie e che esige presenza costante, equilibrio mentale e rispetto del territorio. Simile al suo fautore è dunque il Pinot Nero, nobile e caratteriale, trova tra i boschi di Montauto una sua interpretazione tutta particolare, che nel caso del 2024 viene enfatizzata dal carattere dell’annata.
Un vino maremmano
Siamo, si diceva, nelle colline di Montauto, a pochi chilometri dal mare di Capalbio, dove piccoli appezzamenti di vigneti estorti all’imperante bosco circostante prosperano a circa 200 metri di altitudine, su terreni argillosi illuminati dai riflessi screziati del quarzo che ovunque punteggiano la terra rossa. Un territorio, questo, sempre accarezzato dalle brezze marine e scapigliato dalle decise escursioni termiche: un incontro di estremi che infonde al vino quella temperanza di cui soprattutto il Pinot Nero abbisogna per sviluppare eleganza, freschezza, fermezza e profondità.
Le vigne, gestite con un approccio non interventista, hanno circa quindici anni e sono condotte a cordone speronato alto, di modo che possano “respirare”. La lavorazione in cantina segue la stessa filosofia di massima precisione e minimo intervento che già caratterizza la vigna e specialmente la vendemmia, manuale, razionale nella selezione dei grappoli e sempre accorta nell’estrazione aromatica, mentre l’affinamento in legno è studiato per vestire il vino, senza coprirlo. Così una parte della massa matura in barrique
Con "barrique" si intende una piccola botte di legno adatta all’affinamento di vino dalla capacità compresa tra i 225 e i 228 litri. Leggi nuove, la restante affina in rovere francese già usato.
La degustazione
Nel calice il 2024 vanta un profilo aromatico delizioso, di gelatina di lampone, un accenno di rabarbaro e cassis, fragoline di bosco e delicate sfumature di macis. Al palato è avvolgente, con tannini stentorei ma non aggressivi, e una saporosità viva e sugosa che, non cercando di imitare la Borgogna, rende il paragone inevitabile, raccontando di una Maremma caratteriale, fresca e minerale, di indiscussa presenza scenica.


La faraona al melograno
Per questo motivo, più ancora che alla cacciagione, questo vino mi ha portato alla mente la faraona al melograno che in famiglia si faceva, mutuandola da una ricetta di Ugo Tognazzi: un piatto sontuoso ma tutto acuti (gli accenti aciduli e profumati del melograno) e profondità carnose (della succosa carne della faraona), che il vino accoglie e rilancia in questa versione così pura e così virginale.
Il risultato è un abbinamento armonico, benché tutto giocato su contrasti intrinsechi, ove il vino gioca una partita dirimente contribuendo alla completezza stessa del piatto.










