Château d’Esclans

Quando il rosé è diventato un grande vino

Per molto tempo il rosé ha rappresentato una sorta di paradosso enologico. Amato dal mercato, celebrato per la sua immediatezza e per la sua capacità di evocare il Mediterraneo, la convivialità e una certa idea di leggerezza, è stato tuttavia raramente considerato alla stregua dei grandi vini bianchi o rossi. Se oggi il dibattito sulla capacità del rosé di esprimere il territorio, di accompagnare la tavola e persino di evolvere nel tempo appare non solo legittimo ma sempre più frequente, una parte significativa del merito va attribuita a Château d’Esclans.

La sua storia, in realtà, affonda le radici assai più indietro rispetto alla svolta contemporanea. I primi insediamenti nell’area risalgono a circa 2.500 anni fa: sul massiccio che domina ancora oggi la tenuta e la vallata sottostante si scorgono i resti di un’antica torre di guardia, un tempo punto di osservazione sul golfo della città romana di Fréjus. Le cantine, scavate in un edificio anteriore al XII secolo, sono tra le strutture sotterranee più antiche del comune di La Motte-en-Provence, a un’ora d’auto da Cannes e da Saint-Tropez. Nel 1201 fu Gérard de Villeneuve, esponente di una facoltosa famiglia marsigliese, a prendere possesso del castello e della valle d’Esclans, che fece progressivamente parcellizzare. Attraverso i secoli la proprietà cambiò più volte mano: dai fratelli Sauveur-Louis e François-Alexandre Ranque, che la cedettero nel 1875 al fabbricante di fiammiferi marsigliese Joseph Toussaint Caussemille, fino alla famiglia Perraud, che la tenne dal 1955 al 1994, e infine a un fondo pensionistico svedese, che vi produceva piccole quantità di vino rivendendo il resto dell’uva ai viticoltori vicini. È un lungo prologo di lenta transizione, quasi un’attesa, prima che la tenuta trovasse, nel 2006, la propria vocazione definitiva.

Fu allora che Sacha Lichine, rilevando la proprietà, si pose un obiettivo che all’epoca suonava quasi come una provocazione: produrre il miglior rosé al mondo. Ad affiancarlo fu chiamato l’enologo bordolese Patrick Léon, incaricato di tradurre in pratica di cantina un’ambizione priva di precedenti nella categoria. In un momento storico in cui il rosé continuava a essere percepito come vino stagionale, leggero, di pronta beva, l’idea di applicargli metodologie tradizionalmente riservate ai grandi vini bianchi apparve a molti un esercizio di stile isolato, destinato a restare tale. La storia successiva ha raccontato altro. Nel 2019 Moët Hennessy (LVMH) ha acquisito il 55% della tenuta, affiancando Lichine, che ne conserva la guida operativa con il restante 45%: un passaggio che ha amplificato la proiezione internazionale del progetto senza alterarne l’impronta originaria. Dal 2011 la direzione tecnica è affidata a Bertrand Léon, figlio di Patrick, che ha scelto di proseguire il percorso paterno dopo esperienze giovanili a Château Mouton Rothschild (per approfondire, leggi qui) e Château Fieuzal, e che oggi guida anche la proprietà di famiglia, Château Les Trois Croix, a Fronsac.

La tenuta si estende oggi su 427 ettari, di cui 140 vitati, e la sua identità nasce proprio dalla convivenza di due terroir profondamente diversi. A sud, nella pianeggiante e assolata valle d’Esclans, prevalgono suoli argillosi, freschi e umidi, destinati alle vigne più giovani. Sulle colline di Draguignan, invece, il terreno si fa calcareo e gessoso: qui le radici, spingendosi in profondità, attraversano strati minerali differenti, e l’età delle vigne cresce parallelamente all’altitudine delle parcelle, fino a raggiungere, nei punti più elevati, un secolo di vita. Il vigneto, curato con attenzione quasi maniacale dallo Chef de Culture e dal suo team, è affidato per l’uvaggio principalmente a Grenache e Rolle, affiancati da percentuali minori di Cinsault, Merlot, Mourvèdre, Syrah e Tibouren. È da queste vigne estreme, le più antiche della proprietà, tutte di Grenache, che nasce Garrus.

Garrus & Co

Garrus resta la cuvée che meglio incarna la filosofia della tenuta: non tanto per il suo successo commerciale, quanto per il tentativo di ridefinire il concetto stesso di rosé di alta gamma. L’assemblaggio, ottenuto da uve di Grenache e Rolle, nasce da rese naturalmente bassissime, dalla concentrazione degli acini e dalla profondità degli apparati radicali di vigne quasi centenarie — un punto di partenza già di per sé pensato per sfidare i limiti tradizionalmente attribuiti alla categoria. La vendemmia, come per l’intera tenuta, si svolge rigorosamente a mano e nelle prime ore del mattino, per preservare intatte freschezza e integrità aromatica prima che il caldo della giornata possa comprometterle.

È tuttavia in cantina che si consuma la vera rivoluzione. L’intero processo, dall’arrivo delle uve alla pressatura, si svolge in appena cinque minuti, per scongiurare il rischio di ossidazione: gli acini vengono selezionati sia manualmente sia attraverso un doppio passaggio in un sistema ottico-elettronico, prima di essere raffreddati da 29° a 7-8° C attraverso un circuito a serpentina in acciaio inossidabile. Segue una pressatura leggera, condotta in tre intervalli sotto azoto, che privilegia il mosto fiore. A differenza della maggior parte dei rosé provenzali, vinificati esclusivamente in acciaio per preservare la componente aromatica primaria, Garrus viene interamente fermentato e affinato in grandi demi-muid di rovere francese da 600 litri, nuove o al primo-secondo passaggio, con un lavoro di battonage delle fecce dei lieviti condotto per circa undici mesi, seguito da un imbottigliamento volutamente tardivo, dopo Pasqua, per prolungare il contatto con le fecce fini e l’affinamento in botte. Il legno, in questo caso, non è mai uno strumento aromatico, ma un elemento strutturale: amplia il volume del vino, favorisce il lavoro sulle fecce, costruisce quella tessitura cremosa e complessa che è tra i tratti distintivi della cuvée.

Questa filosofia del legno, del resto, non è un’eccezione isolata riservata a Garrus, ma il principio scalare che attraversa l’intera gamma della tenuta, oggi articolata in sette etichette. The Pale, la più giovane e informale della famiglia, nasce da uve dell’IGP Var vendemmiate di notte e vinificate esclusivamente in acciaio. The Beach, sempre nell’orbita stilistica di Whispering Angel, ne condivide la freschezza immediata. Whispering Angel, il vino che ha reso Château d’Esclans un fenomeno globale, nasce dall’assemblaggio di Grenache, Cinsault e Rolle, con un bâtonnage in stile borgognone, e fermenta e matura interamente in acciaio; il suo nome, tutt’altro che metaforico, deriva da due angeli scolpiti sopra l’altare della cappella della proprietà, ritratti nell’atto di sussurrarsi qualcosa. Rock Angel, ottenuto da Grenache e Cinsault con l’aggiunta di Syrah e Rolle, introduce una prima percentuale di legno, il 30% in demi-muid contro il 70% in acciaio, per sei mesi di affinamento. La cuvée Château d’Esclans, la cosiddetta “etichetta base”, porta questo equilibrio a metà, 50% e 50%, con imbottigliamento tardivo dopo Pasqua. Les Clans, ottenuto per il 90% da succhi di prima goccia, fermenta interamente in demi-muid, nuove o di primo-secondo passaggio, per undici mesi, lo stesso percorso di Garrus, di cui condivide filosofia e imbottigliamento tardivo. È una progressione coerente, quasi una scala di crescente ambizione stilistica, che culmina proprio nella cuvée più antica e più radicale della tenuta.

In un’epoca in cui il cambiamento climatico sta ridefinendo profondamente gli equilibri della viticoltura mondiale, la Provenza si trova a confrontarsi con una sfida ulteriore: preservare freschezza, tensione e identità territoriale in un contesto di temperature crescenti e di risorse idriche sempre più limitate. In questo scenario, il percorso intrapreso da Château d’Esclans appare particolarmente significativo. Non tanto perché abbia prodotto il rosé più celebre o più costoso del mondo, ma perché ha contribuito a modificare in maniera irreversibile il modo stesso di pensare il vino rosato contemporaneo.

The Pale 2025

Il più delicato della gamma, tanto nel colore quanto nell’espressione aromatica di Grenache e Rolle (Vermentino). Il bouquet richiama piccoli agrumi, fragoline di bosco e leggere sfumature floreali, in un insieme di grande finezza. Il sorso è morbido, equilibrato e piacevole, costruito più sull’eleganza e sulla bevibilità che sulla struttura.

Voto: 91/100

The Beach 2025

Più intenso già al naso (merito della combinazione tra Grenache, Cinsault, Syrah, Carignan) è il frutto rosso ad assumere maggior definizione e maturità. In bocca acquista volume e struttura, sostenuto da una marcata sapidità e da una tessitura più vellutata. Il finale è più persistente e lascia intuire un carattere decisamente più gastronomico.

Voto: 92/100

Whispering Angel 2025

Più floreale e intenso rispetto ai due vini precedenti, mantiene la freschezza che ha reso celebre questa etichetta fatta di Grenache, Cinsault, Rolle, Syrah, ma acquista maggiore profondità grazie al bâtonnage. Il sorso è pieno, vellutato e setoso, con un frutto preciso e maturo che accompagna una progressione armoniosa ed estremamente appagante.

Voto: 92/100

Rock Angel 2025

All’olfatto il salto rispetto a Whispering Angel non appare immediatamente evidente, ma il quadro cambia nettamente al palato. Il sorso, combinazione di Grenache, Cinsault, Syrah, Rolle affinati per il 30% demi-muid e 70% acciaio, per circa sei mesi, diventa più vinoso, ampio e vellutato, con una struttura decisamente superiore. La marcata sapidità accompagna una lunga persistenza aromatica dominata dai frutti rossi, mentre nel finale emergono interessanti sfumature quasi erbacee che ne aumentano complessità e profondità.

Voto: 93/100

Château d’Esclans 2025

Già il colore appare di una raffinatezza superiore. Il bouquet è probabilmente il più elegante dell’intera gamma, con richiami floreali, delicate note cipriate e sottili sfumature gessose. In bocca coniuga sapidità, freschezza e precisione, sviluppandosi su eleganti richiami di piccoli agrumi che accompagnano un sorso raffinato, equilibrato e di grande armonia, figlio dell’esatto blend di Grenache e Rolle affinati prt 50% demi-muid e 50% acciaio, sei mesi.

Voto: 94/100

Château d’Esclans 2024

Rispetto alla 2025 mostra un profilo leggermente più ricco e stratificato. Il bouquet alterna fiori bianchi, piccoli frutti rossi, agrumi maturi e leggere sfumature speziate, accompagnate da un legno perfettamente integrato. Al palato emerge una tessitura più cremosa, sostenuta da una bella vena salina e da una freschezza che accompagna il vino fino a un finale lungo, elegante e minerale.

Voto: 93/100

Les Clans 2024

È qui che il lungo affinamento di Grenache e Rolle in demi-muid con bâtonnage per circa undici mesi si manifesta con maggiore evidenza. Il vino conserva fragranza, freschezza e una piacevole golosità di frutti rossi, sostenute da una materia importante, mentre la componente del rovere contribuisce in modo marcato alla costruzione del profilo gustativo. L’impressione è quella di un vino ancora in piena evoluzione, destinato a trovare con il tempo un’integrazione sempre più compiuta.

Voto: 92/100

Garrus 2024

La cuvée simbolo della tenuta incarna la massima ambizione del progetto Château d’Esclans: un rosé concepito per evolvere nel tempo, costruito su volume, profondità e complessità. Il sorso è ampio, materico e di grande concentrazione; il lungo affinamento in demi-muid contribuisce a definirne il carattere, risultando in questa fase ancora particolarmente evidente. Il tempo sembra destinato a favorire una progressiva integrazione del rovere, lasciando emergere con ancora maggiore nitidezza la qualità del frutto e la personalità del terroir.

Voto: 93/100

Se fino a pochi anni fa parlare di capacità di invecchiamento per un rosé poteva apparire quasi una provocazione, oggi le verticali di Garrus, organizzate periodicamente dalla tenuta anche davanti a platee di professionisti internazionali, dimostrano come questa possibilità non sia più soltanto teorica.

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