Harry’s Piccolo

VALUTAZIONE

Cucina Classica

18/20

OSPITALITÀ

18/20

PREGI
Il dettaglio, le proporzioni, la precisione compositiva della cucina.
Il servizio dinamico ed efficiente.
DIFETTI
L’utilizzo dell’arancia candita con il cervo in tarda primavera stona con il rispetto della stagionalità degli altri piatti.
Le sedute al banco in alcune fasi risentono dei rumori della cucina.

Una nuova stagione per Matteo Metullio e Davide De Pra

Da circa un anno Matteo Metullio e Davide De Pra hanno portato Harry’s Piccolo fuori dall’albergo di Piazza Unità e dentro il vicino Palazzo Dreher. Il trasloco non ha spostato soltanto l’indirizzo, ha ridisegnato il modo di stare a tavola. Si prende posto al bancone a ridosso dei fornelli, ai tavoli che lo fronteggiano o in una saletta appartata, e le barriere sono cadute una a una: il vetro, la tovaglia e il pass, che qui coincide con il bancone stesso e non ha più un passista a presidiarlo. Togliere ogni schermo significa accettare di essere guardati mentre si lavora: una condizione che richiede assoluta sicurezza.

Quella dei due co-chef è ben riposta. La carta che hanno costruito è articolata su quattro percorsi: uno è dedicato a Trieste, un altro all’incontro fra il mare e la montagna. Il terzo, il principale, si chiama Km Vero ed è la dichiarazione di metodo: si attinge al territorio quando ne vale la pena, si allarga il raggio quando il meglio sta altrove. Il quarto raccoglie i classici, ciascuno con il proprio anno di nascita stampato accanto al nome: un altro modo di mettersi in gioco.

Misura e armonia come ingredienti

La cronologia dei classici (dal 2017 in poi) ha però un antefatto che viene da fuori Trieste. Lo Spaghetto freddo a km 4.925 nasce nel 2016 in Alta Badia: tanti erano i chilometri che gli ingredienti sommavano per arrivare dai rispettivi paesi d’origine, e una cartina stampata sotto il piatto li certificava. Oggi il conteggio ha lasciato il posto al metodo, e la ricetta è diventata capello d’angelo con maionese al basilico, acqua di pomodoro, colatura d’alici, scampi istriani crudi, olio alla brace. È l’ospite a mantecarlo al tavolo distribuendo la parte grassa su ogni singolo filo, così che la colatura arrivi distesa, senza spigoli. Il boccone entra morbido e salino, l’acqua di pomodoro allunga senza virare all’acido, lo scampo porta l’unico scarto di consistenza, l’olio alla brace chiude sul fumo. È il piatto-tesi. Il contrasto dà tensione e rilievo, ed è la via più breve. Qui gli elementi aderiscono nella misura esatta, ed è la precisione compositiva a generare profondità.

Nei Plin la stessa esattezza si misura nella progressione. Glassati in un succo di rapa rossa leggermente fermentato, ripieni di piccione stufato e poi ridotto a patè con fegatini e rigaglie; sotto, le arachidi croccanti, sopra tamarindo e anguilla affumicata, e al tavolo un brodo di funghi secchi. Ci si aspetterebbe che la fermentazione portasse acidità; la sensazione, invece, è di dolcezza. Dalla glassa all’anguilla al fegato, che arriva per ultimo e incontra il brodo: due umami che si moltiplicano in una chiusura stratificata. Fra spessore della sfoglia, densità del ripieno e quantità di liquido non c’è una virgola da spostare.

L’acidità rimasta sotto traccia per tutto il percorso affiora nel finale. Esce senza mediazioni nel pre dessert, Granita di pompelmo e fiore di sambuco, gelato alle prugne, prugna fermentata sotto sale nella base: è il punto dove serve uno stacco. Torna nel dolce alle foglie di fico, dove aceto e mostarda centrano con il sorbetto al cioccolato un accordo vibrante e armonico allo stesso tempo, con una spinta salata e piccante che arriva in fondo.

In sala, caduta ogni barriera, agli occhi dei camerieri si sommano quelli della brigata di cucina: i due chef escono dal banco di continuo, portano e spiegano i piatti, si fermano ai tavoli. Il dinamismo nasce dal progetto della sala prima ancora che dalla squadra, e il risultato è impeccabile. Nessun menù supera le due ore e mezza. La cantina è affidata a Manuele Duse; la brigata di sala, interamente composta da sommelier, a Jgor Tessari, che ha il dono raro di far sentire a proprio agio chiunque si sieda. Se accanto a tanta efficienza ci fosse un tocco di leggerezza in più, il disegno sarebbe compiuto.

IL PIATTO MIGLIORE: Plin ripieni di piccione, rapa rossa, anguilla, tamarindo, arachidi, brodo di funghi secchi.

La Galleria Fotografica:

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Picture of Davide Scapin Giordani

Davide Scapin Giordani

Classe 1970, figlio d'arte, da sempre legato all'ambiente dell'hôtellerie, incontra la cucina d'autore in tenera età scortando il padre, gastronomo appassionato, in giro per la Francia. All'amore per le grandi tavole, a metà degli anni 90 unisce quello per i grandi vini: diventa Sommelier Professionista AIS e intraprende una marcia serrata che lo porterà ad esplorare le principali zone vinicole italiane e d'oltralpe e a conoscerne i più celebrati vigneron. Collabora con l'Espresso nella duplice veste di autore della Guida dei Ristoranti e di quella dei Vini.

1 Comment

  1. Nomenomen ha detto:

    Penso si candisca la frutta anche per averla disponibile fuori stagione, non mi sembra un minus ma un plus nel caso, come credo, della candidatura si occupassero gli chef stessi.

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VALUTAZIONE

Cucina Classica

18/20

OSPITALITÀ

18/20

PREGI
Il dettaglio, le proporzioni, la precisione compositiva della cucina.
Il servizio dinamico ed efficiente.
DIFETTI
L’utilizzo dell’arancia candita con il cervo in tarda primavera stona con il rispetto della stagionalità degli altri piatti.
Le sedute al banco in alcune fasi risentono dei rumori della cucina.

INFORMAZIONI

PREZZI

Menù degustazione a 190 €, 210 € e 250 €

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