Borgo Sant’Anna

VALUTAZIONE

Cucina Moderna

15,5/20

OSPITALITÀ

17/20

PREGI
Il colpo d’occhio sulle Langhe è incredibile.
Il servizio di sala premuroso e cordiale.
DIFETTI
Illuminazione a pranzo, seppur circondati da luce naturale il ristorante rimane in una costante penombra.
Il menù in questione, essendo carico di molti riferimenti storici e culturali potrebbe dotarsi di una piccola appendice informativa.

Conserve e Tesori: tra tecnica, memoria e qualche barattolo

Che Monforte d’Alba sia un bell’osservatorio sulle Langhe è dato acquisito; meno scontato è trovare chi, invece di farsi incantare dal paesaggio, preferisca scrutare dentro un barattolo. Al ristorante Borgo Sant’Anna, la cucina di Pasquale Làera si muove su un bricco, visto il luogo, interessante: nobilitare la conserva non come ripiego, ma come archivio del sapore.

Un ponte tra la Puglia dell’orto e il Piemonte della cantina, dove il vetro diventa il linguaggio universale per sconfiggere l’inverno. Il percorso Conserve e Tesori si poggia così su tre pilastri: la Selezione, la Lavorazione e il Tempo.

Il tempo: l’ingrediente fondamentale

Il primo vero manifesto del menù è il Baccalà, legumi, caffè e acacia. Qui lavorazione e selezione si fondono: il pesce, avvolto in crépinette, ne guadagna in morso e succulenza. La crema di fagioli corona — un mix di borlotti, cannellini e fagioli dall’occhio — fornisce una base terrosa e dolce su cui poggiare la sapidità del baccalà. Il tutto viene piacevolmente nobilitato da due contrappunti: l’aceto di caffè ma, soprattutto, l’acacia in conserva. Quest’ultima, con la sua nota floreale e acetica, rilancia la verve del pesce, restituendo una sintesi di dolcezze e sapidità che è, a tutti gli effetti, un piccolo capolavoro di equilibrio. Meno incisivo, forse per un eccesso di generosità aromatica, il passaggio ai Ravioli di pomodorini invernali e bruss. Sebbene la polvere di pomodoro e il ripieno di piennolo arrostito celebrino un’intensità mediterranea quasi primordiale, il piatto vira su una deriva eccessivamente “rotonda”. Il Bruss, nonostante la sua proverbiale potenza, viene sovrastato dalle diverse nuance zuccherine dei pomodori; al contempo, lo spaccasassi marinato apporta un carico balsamico e amaricante che fatica a trovare una quadra precisa nella resa finale.

Si risale rapidamente con l’Animella al curry verde, in accoppiata con il truset (il radicchio nostrano) spadellato e la cipolla in agro: un piatto con velleità orientali grazie all’uso della spezia, ma con i piedi ben piantati nel rigore della cottura. Nel Muflone, topinambur e Vermut, il terzo pilastro del menù — il Tempo — trova la sua più felice applicazione. La carne, dolce e dal profilo aromatico spiccato ma non selvaggio, incontra la verve olfattiva del Vermut. Il Topinambur, proposto arrostito e in crema, insieme alla grattata di salame di bufalo, stratifica il morso donando ulteriore profondità. L’ultimo atto salato è dedicato alla Bufala al fieno, latte acido e peperone di Senise. La volontà di Làera è un rimando diretto alla tradizione pugliese, dove intorno alla carne ruotavano diversi elementi, dai sott’oli alle insalate. Il piatto distilla esattamente questo: la bufala, conservata sotto strutto e fieno e poi passata sui carboni, è accompagnata da un kimchi di verza alla ’nduja e salsa di peperone di Senise. La misticanza con Pak Choi e aceto di nocciola evidenzia ancora una volta l’uso sapiente degli acidi, mentre i diversi funghi sott’olio enucleano morsi differenti tra un pezzo di carne e l’altro. Piatto convincente, che però deve esserlo ancora di più nel racconto durante il servizio.

Il Mezzo pacchero in pre-dessert, mantecato con estratto di foglia di cime di rapa e salsa alla bagna cauda, è l’abbraccio definitivo tra Puglia e Piemonte: qui acciuga e aglio sembrano parlare lo stesso dialetto. Il finale è affidato a Scarpetta: nocciole e limone. Una brioche all’arancia sotto sale con burro al “pesto napoletano” (un mix di spezie dolci) da intingere nel gelato alla nocciola. Qui la conserva torna protagonista attraverso l’agrume salato, che rompe la monotonia del grasso lattico offrendo un contrappunto aromatico davvero piacevole.

In definitiva, Pasquale Làera dimostra che si può fare cucina di ricerca anche pescando nel barattolo dei ricordi. In fondo, le Langhe sono grandi abbastanza per contenere anche un po’ di Puglia sott’olio. Senza troppi clamori, ma con molta sostanza.

IL PIATTO MIGLIORE: Baccalà, legumi, caffè e acacia.

La Galleria Fotografica:

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Giacomo Bullo

Prima come cuoco, annoverando esperienze nel campo gastronomico fino al foraging nostrano, oggi come narratore amante del buon cibo in tutte le sue forme ed espressioni. E’ convinto sostenitore dell’esistenza, in qualche dizionario sconosciuto, della gastrofilia: nei suoi racconti, il tentativo di definirla. Let’s do it!

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VALUTAZIONE

Cucina Moderna

15,5/20

OSPITALITÀ

17/20

PREGI
Il colpo d’occhio sulle Langhe è incredibile.
Il servizio di sala premuroso e cordiale.
DIFETTI
Illuminazione a pranzo, seppur circondati da luce naturale il ristorante rimane in una costante penombra.
Il menù in questione, essendo carico di molti riferimenti storici e culturali potrebbe dotarsi di una piccola appendice informativa.

INFORMAZIONI

PREZZI

Menù degustazione: 100€; 115€; 160€. Alla carta 120€

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