Un pilastro enoico tutto italiano
Le regioni che hanno indubbiamente avuto un ruolo di traino per il vino italiano sono Piemonte e Toscana. Basti pensare a Barolo e Barbaresco a cui viene assegnata la DOC nel 1966, poi la DOCG nel 1980; Chianti Classico Gallo Nero ottiene la DOC nel ’64, la DOCG nel 1984, Brunello di Montalcino la DOC nel ‘60 e la DOCG nel 1980. Sono date che suonano remote, che ci riconducono ad altri tempi del vino, certamente diverso da come sono interpretati oggi i grandi rossi nazionali. Ma sono stati passaggi fondamentali nella la crescita delle nostre cantine. È difficile immaginarsi cosa accadesse prima. Un’idea la suggerisce Carlo Macchi, raccontando di Giulio Gambelli nel libro L’Uomo che sapeva ascoltare il vino. Negli anni ’70 le cantine non erano nemmeno simili a quelle di oggi, in particolare riferendosi al Brunello di Montalcino la cui modernità di questo Sangiovese di deve in larga misura proprio a Gambelli.
Pulizia, igiene, controllo di tutta la filiera, sacrificio delle quantità a favore della qualità e monitoraggio di ogni singolo tino nel ciclo di fermentazione, sono concetti attuali su cui però già insisteva lo stesso Gambelli a metà dei ’70; metteva il naso in ogni vasca sapendo distinguerne una dall’altra, con quel suo olfatto proverbiale.

Passato e presente del vino in Toscana
Non occorre perdersi nella dietrologia, però è certo che il processo evolutivo dei grandi vini e del territorio che li crea, passa anche e soprattutto attraverso alcuni uomini decisivi dell’enologia italiana. Pensiamo a Piero Antinori, classe 1938 che con Giacomo Tachis nel 1971 creò il Tignanello: “Il fatto di chiamare un vino col nome che venisse da una vigna, era una cosa già molto diversa, completamente diversa“, racconta Allegra Antinori, iniziando questa breve riflessione sul Chianti Classico. Era il Primo Supertuscan così definito da un giornalista inglese che cercava una necessaria, esclusiva distinzione per i vini di qualità fuori dal disciplinare del Chianti Classico.
“Lui ha fatto questo vino straordinario che è stato completamente dirompente, anticonvenzionale in Chianti Classico. Abbiamo cominciato questo percorso di andare fuori dalle regole per poi ritornare a conoscere meglio il nostro Sangiovese, la nostra zona, per cui dopo cinquant’anni dal Tignanello, perché oggi sono passati cinquant’anni, il progetto nostro più innovativo è proprio quello del Chianti“. Nello stesso periodo, Sergio Manetti a Montevertine usciva dal disciplinare con Le Pergole Torte, Sangiovese in purezza: “Io credo che siano due figure che abbiano creato una -fra virgolette- rivoluzione, poi in realtà sono ovviamente rientrati [nel Chianti Classico, ndr] perché è un valore immenso“.
Ci vuole coraggio, azzardo, certamente lungimiranza, come del resto fece Giovanni Gaja che puntò tutto sul Barbaresco, a inizio secolo scorso, quando in quel comprensorio si pensava a tutto tranne che al Nebbiolo.

L’arrivo di Renzo Cotarella ha poi creato un rapporto indissolubile con Piero Antinori, che dura da 43 anni e che certamente ha fatto crescere entrambi, fino al suo ruolo di Amministratore Delegato di Marchesi Antinori.
Albiera, Alessia e Allegra sono la generazione che dopo Piero Antinori, sta conducendo la storica famiglia toscana del vino. È difficile immaginare, con Allegra che vi sia un vero e proprio cambio generazionale, fra il padre e le figlie, anche perché, lo si diceva prima, certi uomini sono stati e tutt’ora sono dei punti di riferimento assoluti per la vinificazione in Italia: “Mio padre è veramente unico, tutti i giorni è qua ancora… una figura a tutto campo“. Altri tempi, altri mondi, queste persone che hanno saputo rappresentare per l’Italia un’idea di lavoro imprenditoriale, ma soprattutto territoriale, ancora legato ai propri luoghi di origine.
“Quando lui ha preso in mano l’azienda era nel ’66, è stato il momento in cui in Toscana, come in gran parte dell’Italia è finita la mezzadria, per cui potevi veramente fare un cambiamento; malgrado fosse molto giovane, sicuramente aveva questo Heritage di una lunga storia, ma anche questa parte innovativa che è sempre stata il DNA della nostra famiglia; ha provato a fare delle cose diverse perché era convinto che si potesse fare un vino migliore e che questa zona potesse avesse veramente un grande potenziale“.

Questa famiglia delle 26 generazioni (come è stato intitolato il sito ufficiale), per l’Italia del vino, oggi può considerarsi un brand, in particolare per l’apporto innovativo delle tre sorelle: “Una delle cose che abbiamo fatto noi, che è un po’ diversa da quello che era stato fatto prima, abbiamo aggiunto tutta la parte di ospitalità che prima non c’è mai stata veramente; perché poi l’ospitalità era considerata uno strumento per vendere. Abbiamo circa 40.000 persone all’anno e non era strategicamente previsto, per cui questa cantina ha fatto sì che Antinori diventasse come un brand; eravamo cresciuti per cui volevamo che la produzione e la parte di ospitalità fossero insieme“.
Ecco l’anello di congiunzione fra padre e figlie: un rapporto di complementarità che ha portato Marchesi Antinori verso un luogo di riconoscimento mondiale nel territorio, la nuova cantina Antinori in Chianti Classico, alle porte di Firenze -World’s Best Wineyards 2022- su progetto di Archea Associati dell’architetto fiorentino Marco Casamonti e l’ingegnerizzazione di Hydea. Un edificio incastonato nel territorio, che non rivela affatto la sua reale maestosità di circa 49.000 mq, essendo in larga parte ipogeo, dentro la collina. Oggi è più facile immaginarsi una cantina anche come luogo di accoglienza, in fondo il turismo enogastronomico in Italia è una realtà consolidata; ma non esattamente con una valenza simbolica così forte e la capacità di divenire attrazione turistica a sé, complice pure la sua iconica scala; del resto, la Toscana è uno dei luoghi più visitati al mondo, con Firenze che fa da traino. Ma ipotizzare anni addietro i numeri di visitatori attuali non era certo plausibile, per un edificio che fosse un sito dove in fondo si fa vino.
“Avevamo la cantinetta, negli anni ‘50 a Palazzo Antinori che ha fatto mio nonno; già il padre di mio padre era un innovatore, un uomo di marketing. Ne abbiamo aperte delle altre negli anni ’90, per cui diciamo che tutta questa parte di ospitalità fa parte della nostra generazione“.
L’avvento delle UGA
In questo lungo cammino evolutivo, fra storia e presente, nell’identificazione delle variabili territoriali sono arrivate le MeGA, Menzioni Geografiche Aggiuntive, poi rinominate UGA, cioè Unità Geografiche Aggiuntive. Un passo fondamentale per esprimere al meglio una geografia complessa e difforme di colle in colle, come quella italiana. Sul territorio toscano, valide in etichetta dal 2023, le UGA sono 11, le ricordiamo: Castellina, Castelnuovo Berardenga, Gaiole, Greve, Lamole, Montefioralle, Panzano, Radda, San Casciano, San Donato in Poggio,Vagliagli.

“Noi ne abbiamo quattro; ogni nostra Gran Selezione esprime una propria identità. Anche degustando vini ottenuti dalla stessa varietà, il sangiovese e provenienti dalla medesima regione, talvolta persino con approcci di vinificazione simili, emergono differenze evidenti. A determinarle contribuiscono in modo significativo le diverse altitudini dei vigneti, che variano dai 200 ai 450 metri s.l.m.”.
Possiamo dire che è ancora presto per tirare le somme sulle UGA toscane, perché le loro annate in commercio sono antecedenti la 2023, non resta dunque che attendere. L’obiettivo sarà riuscire a far comprendere al consumatore le differenze delle sottozone, così da rendere efficaci questi frazionamenti del Chianti Classico.
“Noi come famiglia pensiamo che per il Chianti Classico potrebbe essere una cosa positiva, perché è una delle zone che può produrre dei vini veramente contemporanei. Il Sangiovese del Chianti Classico può dare vini al passo coi tempi; per esempio mi piacciono molto i vini freschi, che sono frutta rossa, più leggeri, che hanno una buona acidità; sono nervosi, energici, hanno anche la freschezza di queste zone della Toscana. In 5 o 6 anni avremo molto più idea, i vini si esprimeranno ancora meglio, con più carattere, però noi siamo contentissimi, pensiamo che sia un valore aggiunto al Chianti Classico“.

Oltre il Chianti Classico
La stessa necessità di avere una cantina ipogea si è presentata alla Tenuta Guado al Tasso nel comprensorio di Bolgheri, con il progetto architettonico di Fiorenzo Valbonesi, nel rispetto assoluto del preesistente, sia paesaggistico che dell’edificio storico. Dietro c’è una lunga storia di famiglia che ha acquisito la proprietà per esprimersi su un nuovo terroir. Un progetto strategico che grazie all’enologo Marco Ferrarese sta evolvendo questa etichetta dal tipico taglio bordolese. Sono terre fra la costa tirrenica e le colline di Castagneto Carducci risalenti, dal punto di vista enologico ai tempi di Elisa Baciocchi Bonaparte, sorella di Napoleone. La Principessa di Lucca e Piombino si fece arrivare le prime barbatelle francesi di Cabernet e Merlot, puntando su territori resi poi noti al mondo dalla Tenuta San Guido, ma già gli Etruschi, qui, ci facevano il vino.
“Alla Tenuta Guado al Tasso c’è stata un’evoluzione dello stile e a noi piace; ovviamente siamo noi che chiediamo lo stile ai nostri enologi; a conferma che proprio il nostro obiettivo è fare dei vini, come dicevo prima, che vengano da quello specifico territorio“.
Qui incontriamo una delle eccellenze italiane super-premium: Matarocchio. Nasce grazie a solo pochi filari numerati, al centro del centro della tenuta di Antinori, che poi geograficamente sta al centro di Bolgheri. Passeggiando fra di essi, è significativo scoprire come in particolare il terreno lì sia caratterizzato da frammenti sassosi diversi; un tratto esclusivo che finirà unicamente nei tini di questo prestigioso Cabernet Franc in purezza che rappresenta la firma di Ferrarese.
“Il mio punto di vista è che ora siamo tornati alle tradizioni, con l’esperienza in più che ci hanno dato questi anni; capire, conoscere, migliorare. Qui siamo sempre a imparare, perché purtroppo o per fortuna il nostro mestiere è molto molto lento, per cui in 50, 60 anni, abbiamo fatto 60 esperimenti cioè 60 vendemmie che ci hanno portato proprio a tornare alle nostre radici, con una visione secondo me più innovativa, perché nel nostro progetto non c’è un passaggio generazionale evidente, direi che c’è proprio una condivisione molto molto attiva. Poi vedremo anche la 27^ generazione che è entrata; ogni generazione porta qualcosa di proprio, loro stanno vivendo un momento sicuramente diverso, per cui io vedo più il cambiamento da mio padre a loro, e noi [Albiera, Alessia, Allegra, ndr] oggi siamo un veicolo di trasmissione“.
In degustazione
Peppoli Chianti Classico DOCG 2024
Astringente, persistente, frutta e acidità in buon equilibrio.
Voto: 87/100
Villa Antinori Chianti Classico DOCG Riserva 2022
Elegante, fine, speziato e con corpo, racconta il territorio.
Voto: 89/100
Marchese Antinori Chianti Classico DOCG Riserva 2022
Pronto, tannico, legno caratterizzante con garbo.
Voto: 88/100
Badia a Passignano Chianti Classico DOCG Gran Selezione 2022
Giovane, fruttato, sottobosco e liquirizia in divenire.
Voto: 91/100















