Un connubio tutto emiliano
Uno degli aspetti che possono aumentare la diffusione di un vino prodotto da una piccola realtà locale, è quello di creare una sorta di gemellaggio con la ristorazione, con un’attività in particolare. Nulla di nuovo, perché il passato è pieno di ristoranti che si facevano personalizzare una etichetta col proprio nome, proponendo un determinato vino anche in esclusiva. Un vantaggio reciproco: il vignaiolo può garantirsi un cliente affidabile nel tempo, non appena gli avventori del locale si abituano ad abbinare i piatti del ristorante a quell’etichetta che, da parte del gestore, significa evidenziare una propria forza e autonomia.
Ci sono casi in cui una cantina nasce proprio dalla crescita di un ristoratore che allarga le sue vendite oltre la clientela, ad esempio Chiarli con il suo fondatore, Cleto Chiarli, fra fine ‘800 e primi del secolo scorso. Un’usanza, quella delle etichette personalizzate del tutto attuale, che acquisisce particolare senso se l’operazione vignaiolo-ristoratore non è solo dare il proprio nome a un vino esistente, ma è anche la richiesta di imbottigliare qualcosa che avrà solo quel ristorante.
Fangareggi
È il caso della Vitivinicola Fangareggi di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, gemellata con la stellata Osteria del Viandante di Rubiera, condotta dallo chef Jacopo Malpeli e dal sommelier Mauro Rizzi, figura storica del locale fin dalla precedente gestione famigliare. Matteo Fangareggi, generazione attuale, dal 2013 ha rilanciato la realtà vitivinicola di famiglia che è ripartita con proprie etichette già dal 2005 con papà Giuseppe, cresciuto a sua volta sul vigneto di nonno Augusto, che allora era solo un conferitore in un territorio legato alle cantine cooperative. Siamo nel cuore delle pianure emiliane, dove oggi raccogliere le uve a mano e puntare alla qualità non è più così raro, rispetto ai grandi numeri del Lambrusco, dalla nomea di vino a basso costo, vinificato con metodo Martinotti e da consumarsi giovane.
Le aziende che perseguono questa ritrovata filosofia producono soprattutto Rifermentati in bottiglia, dal tipico tappo a corona, coi lieviti che rimangono all’interno fino alle nostre tavole. In pratica i produttori artigianali hanno ripreso la tradizione ante-autoclave, applicando però le tecnologie vitivinicole moderne, in particolare il ciclo del freddo e una “pulizia” in cantina decisamente superiore, rispetto al passato, lavorando per lo più con lieviti autoctoni. Oltre ai Rifermentati in bottiglia che qualcuno chiama Ancestrali, varie aziende del comprensorio emiliano si sono spinte fino al Metodo Classico che oggi si può assaggiare da uve Barbera, Malvasia Aromatica di Candia, i vari Lambruschi, Trebbiano Modenese, Fortana e altre varietà autoctone ancor più rare.
In questi ultimi tempi, c’è l’intento comune, fra vignaioli e ristorazione di qualità nel cercare una clientela più consapevole e preparata; anche perché l’uso di materie prime particolari e prodotti di altissima qualità abbinati nelle preparazioni dei grandi chef, porta necessariamente verso l’individuazione di vini eccellenti. Il lavoro delle cantine contemporanee è anche quello di rinnovare l’immagine, come ha fatto Matteo Fangareggi con le sue variopinte etichette -in collaborazione con una designer- che ci portano in un mondo onirico, esternando la vivacità e il fermento delle bollicine emiliane. La sua etichetta di punta è il Metodo Classico L’Altro, Pas Dosé da uve 100% Sorbara, vinificato in bianco, con solo una latente velatura rosé, tipica del colore scarico di questa varierà di Lambrusco. Riposa sui lieviti fra i 24 e 30 mesi. La sua versione etichettata in esclusiva per l’Osteria del Viandante cambia bottiglia con una forma da champagnotta, ma soprattutto viene lasciata sui lieviti oltre 60 mesi (sboccatura 03/2024). Al naso apre con sentori di frutta rossa matura, ribes e fragola, su note floreali di violetta tipiche del Sorbara e l’eco asprigno, agrumato di un dosaggio zero, amalgamati con le delicate sensazioni croccanti dei lieviti. Nel calice, le bollicine fini salgono lente e preannunciano un palato schietto, verticale, senza ripensamenti per tutta la persistenza finale, con lievi sbuffi sulfurei.













