Kohaku

VALUTAZIONE

Cucina Classica

16/20

OSPITALITÀ

16/20

PREGI
L’accoglienza.
L’autenticità della proposta kaiseki.
DIFETTI
Carta vini ancora troppo didascalica.
Servizio del tè da potenziare e strutturare meglio.

La dolce vita del Sol Levante

Torniamo, di nuovo e con gran piacere, da Kohaku: mura capitoline ma animo nipponico. Indulgiamo in questa nostra visita sul percorso Kaiseki che viaggia tra primavera ed estate. Il nome stesso del locale, che in giapponese significa “ambra”, evoca la capacità di cristallizzare il tempo e preservare l’essenza delle cose; una promessa impegnativa in una sala dall’atmosfera elegante e sussurrata, ideale per introdurci a quello che è, storicamente, il rituale più spirituale della cucina nipponica. Questa espressione nasce infatti come contrappunto alla cerimonia del tè, dove ogni portata deve farsi specchio dell’istante esatto dell’anno in cui ci si siede a tavola. Una sequenza di piatti che trovano il loro cardine su stagionalità, equilibri e alternanze di consistenze.

Tuttavia, osservando la dinamica della sala, si nota come Kohaku non si arrocchi esclusivamente nel dogmatismo del percorso guidato: gli avventori intorno a noi scelgono liberamente anche alla carta. Una flessibilità che dimostra come il locale sappia spaziare ampiamente e con sicurezza ben oltre la sola sponda del sushi, declinando la complessità della cucina calda e fredda con una versatilità tutta personale.

Kohaku e la sua formula kaiseki

Nella nostra visita, come di consueto, preferiamo isolare quegli assaggi che, all’interno della complessa e articolata declinazione stagionale, hanno lasciato il segno maggiore. Lo starting point del menu congeniato da Hideyuki Matsushita è il Sakizuke (l’antipasto d’apertura): scampo, salsa di miso ai tuorli e yuzu, tuille di wakame. Un rilancio spinto di “grasso su grasso” tra salsa e crostaceo; una combinazione lipidica e golosa che lo yuzu smorza un attimo prima del punto di saturazione, mentre la cialda di alga apporta il necessario contrappunto croccante. L’Agemono (il fritto), uno dei pilastri della sequenza kaiseki, è qui rappresentato dal granchio soft shell, foglia di shiso e radice di loto in tempura. Il granchio mantiene un’umidità interna equatoriale, spinto sul fronte della sapidità sia dalla panatura che dalla maionese in accompagnamento. Un fritto tanto asciutto quanto incisivo. Di rilievo anche il Su-zakana (il piatto rinfrescante), che funge da intervallo prima della seconda parte del menu, in questo caso identificato nel tofu al sesamo con perle di dashi. Le consistenze si alleggeriscono, lasciando spazio e misura all’alternanza tra i sentori nocciolati e quelli più fragranti del sesamo. Il punto di dolcezza è tenuto volutamente basso, ma non per questo rende anonimo il piatto. Tra i tavoli, ovviamente, il sushi fa la parte del leone.

Anche nel kaiseki, pertanto, giunge il suo momento. L’invito è ottimo sia per la qualità di esecuzione del riso sia per la selezione della materia prima di pregevole fattura formale. Qualche perplessità strutturale, va ammesso, emerge solo nella parte creativa di uno dei pezzi serviti: nel rotolo di rapa con tartare di tonno, la pungente forza della rapa sovrasta in masticazione e sapore la ventresca a cui è abbinata. La cadenza kaiseki riprende subito dopo, abbassando di una nota lo spartito (ma non la resa!) con la Tome-wan, la tradizionale zuppa di miso con alghe, tofu e negi. Si chiude con il Mizugashi, il cosiddetto “dolce d’acqua”, antico retaggio della chiusura del pasto con una parte più fresca e acquosa per non caricare ulteriormente il palato. Qui Hideyuki Matsushita realizza, con un guizzo decisamente indovinato e divertente, una proposta a base di Kasutera (il pan di spagna giapponese) con fagioli azuki, pralinato al caffè e spuma di mandorle. Improvvisamente Tokyo sembra allargare i suoi confini e i suoi quartieri, restituendoci alla degustazione un fine pasto che ricalca quasi mimetico i sentori e gli spunti aromatici di un tipico caffè leccese, tra mandorla e caffè.

Usciamo ripensando a questa Tokyo galleggiante nel cuore di Roma, guidata da un servizio di estrema premura che sa come farsi perdonare qualche dilatazione temporale di troppo. Kohaku si conferma un solido e piacevole avamposto per chi cerca il Sol Levante a pochi isolati dalla dolce vita di via Veneto.

IL PIATTO MIGLIORE: Granchio soft shell, foglia di shiso e radice di loto in tempura.

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Giacomo Bullo

Prima come cuoco, annoverando esperienze nel campo gastronomico fino al foraging nostrano, oggi come narratore amante del buon cibo in tutte le sue forme ed espressioni. E’ convinto sostenitore dell’esistenza, in qualche dizionario sconosciuto, della gastrofilia: nei suoi racconti, il tentativo di definirla. Let’s do it!

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VALUTAZIONE

Cucina Classica

16/20

OSPITALITÀ

16/20

PREGI
L’accoglienza.
L’autenticità della proposta kaiseki.
DIFETTI
Carta vini ancora troppo didascalica.
Servizio del tè da potenziare e strutturare meglio.

INFORMAZIONI

PREZZI

Degustazione Kohaku Kaiseki da 8 portate a 100€; menù alla carta 100€ circa, bevande escluse

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