Riflettendo sulle DOCG di oggi
Cosa significa oggi Brunello di Montalcino?
Qualcuno storcerà il naso per questa domanda che appare retorica. Eppure questa DOCG nata nel 1980, ovvero “solo” 45 anni fa -potrebbe sembrare tanto nell’era dei social che bruciano tappe con la rapidità di un giro di cronometro- alla fine è un tempo relativamente breve per la storia di un vino oggi più che mai internazionale. Sarebbe intanto utile chiedersi come fosse il Brunello negli anni ’70, prima che personaggi fondamentali come Giulio Gambelli, l’uomo che sapeva ascoltare il vino, così definito nel libro di Carlo Macchi, evolvessero questo areale verso l’era moderna del vino italiano.
Il valore delle terre può essere un indice. Prima della DOCG, più o meno come è accaduto a Barolo e Barbaresco, non c’era stata quella vera e propria caccia ai vigneti dentro all’imminente denominazione. Ne sa qualcosa il papà di Angelo Gaja che dovette combattere per coinvolgere i produttori di Barbaresco a credere nel Nebbiolo. Ma era un’altra epoca. Oggi le terre dentro a questi disciplinari non più estensibili, a meno che non scoppi una rivoluzione, valgono oro!
Prima ancora c’era la mezzadria, in Italia, dunque è assai difficile parlare di divulgazione del vino di qualità di allora, perché le eccellenze rimanevano esclusivamente sui tavoli dei proprietari terrieri per il consumo famigliare; il resto, semmai lo si possa chiamare vino con i valori lessicali e tecnici di oggi, era quello dei mezzadri e contadini. Vabbè, c’è pure quel movimento di appassionati dei vini cosiddetti naturali che associano certi attuali vignaioli ai contadini di una volta; verrebbe solo da dire: degustibus…

Se poi ci riferiamo alle classificazioni dei millesimi, nel decennio ’70 a Brunello solo la 1975 fu a punteggio pieno, con anche annate molto mediocri, poi la ’77, ’78 e ’79 furono definite come buone. Si torna ad un millesimo memorabile con la 1985, ben 10 anni dopo. Nel mezzo di quel periodo, lo ricordiamo, ci fu lo scandalo del vino al metanolo. Una tragedia per il vino italiano, ma che ci fece ripartire con una progettualità completamente rinnovata, azzerando in parte la storia.
Insomma, in quegli anni il Brunello di Montalcino, se si eccettuano alcuni vignaioli virtuosi, non era certo il rosso stimato nel mondo a cui pensiamo ora. Fra le righe, nei racconti di Gambelli si intuisce che certe realtà erano poco più che delle ex-stalle e la sua lotta personale per la pulizia dei luoghi e del vino è stata una battaglia fondamentale.
Poi ci sono quelli che hanno anche una certa età che vi diranno la solita frase: non esiste più il vino di una volta! Allora, per una volta concediamoci il beneficio del dubbio, salvo, lo ripeto, taluni illuminati produttori, il resto non si può risolvere con il commento generalista si stava meglio quando si stava peggio, perché i vini buoni di una volta sono spesso leggende metropolitane, a parte chiaramente quelle annate strepitose che si contano su una mano e che commuovono sempre i più esperti, finché ci saranno in circolazione bottiglie apribili, ben conservate che ci restituiscano quel passato presunto come glorioso. Dopodiché ritorniamo alla domanda iniziale.

L’anima di Poggio di Sotto
A Brunello ci sono stati, lo dicevamo, quei soggetti esemplari che hanno determinato la transizione fra il vino del passato e la DOCG di oggi, attraversando indenni gli anni della dipendenza dal legno, non lasciandosi cioè completamente abbindolare dai grandi critici del Wine Taste americano a caccia di vini concentrati, definibili allo stato attuale come pesanti e legnosi. Certo, le mode anni ’90 hanno fatto danno, come si direbbe in Toscana, forse di più in Langa con i Barolo Boys, stando alla cronaca. Di certo qualche produttore di Brunello ha risposto alla domanda americana adattando il proprio vino al gusto del nuovo mondo, magari senza arrivare ai lunghissimi affinamenti di alcuni Tempranillo della Ribera del Duero, però dalle tradizionali botti grandi è passato a tonneau
Il Tonneau è una botte adatta all’affinamento del vino, dalla capacità di 900 litri. Leggi e barrique
Con "barrique" si intende una piccola botte di legno adatta all’affinamento di vino dalla capacità compresa tra i 225 e i 228 litri. Leggi. Fra i vignaioli esemplari possiamo citare Piero Palmucci, fondatore di Poggio di Sotto nel 1989; il suo lavoro sulla selezione clonale del Sangiovese è il valore aggiunto che ha ereditato l’attuale proprietà di Claudio Tipa che con la sorella Maria Iris Tipa Bertarelli, all’interno del gruppo ColleMassari, nato in zona Montecucco nel 1998, possiede inoltre il brand di Bolgheri Grattamacco.
La linea identitaria del vino tracciata allora a Poggio di Sotto, rimanendo a produrre sempre nella stessa cantina, si è conservata con la stessa filosofia (e di fatto) dall’enologo Leonardo Berti che lavora a Montalcino dal 2009, dopo l’esperienza con il Tignanello di Antinori. Oltre al valore aggiunto della mappatura dei cloni di Poggio di Sotto, una differenza favorevole si può intravvedere nelle diverse posizioni delle vigne, dal fondo valle fino a quasi 500 m.
Lo stile è quello di Poggio di Sotto, stiamo dove stiamo, sono le parole dello stesso Leonardo Berti; trasmettono non tanto l’idea di voler rimanere all’interno della propria comfort zone, peraltro il loro stile è degno di ispirazione per tanti altri in Brunello, ma soprattutto concretizzano la possibilità di avere un punto di riferimento per questa denominazione. Che va oltre le mode, le esigenze commerciali troppo pressanti e fa pensare a un mondo alternativo, certamente in parte autocelebrativo, oggi, visto il valore di questa DOCG conquistato nei decenni, ma questa idea di andare dritti per la propria strada si sta rivelando vincente.
Gli assaggi
Poggio di Sotto Rosso di Montalcino 2022
14% Vol. Di colore rosso carminio intenso, luminoso, al naso sprigiona note di frutto pieno, in maturazione, fra mora e ciliegia selvatica, con un intrigante riverbero di viola e dettagli di speziature lievemente pungenti, oltre a una eco lontana, affascinante di humus autunnale. Al palato è persino carnoso, oltre che tannico, ma la larghezza prevale sull’astringenza giovanile, liberando freschezza; ritorna nella lunga persistenza sulle note del frutto rosso. 90/100.
Poggio di Sotto Brunello di Montalcino 2019
14% Vol. L’annata si porta appresso la notorietà di un millesimo eccellente. Di colore rosso fra il rubino e il carminio, con riflessioni granata brillante, appare più intenso; al naso rivela uno spettro olfattivo ampio, con impronta di confettura di lampone e more, visciola, rimarcando flavour di fiori rossi maturi, un delicato appeal di lavanda di campo, macchia mediterranea appena accennata e latenze di fiori di ginestra con note speziate più grintose, fino al sentore del tabacco biondo appena riscaldato nel fornello della pipa, appena contaminato da latakia. Al palato è un Brunello pronto, ma con ampi spazi di maturazione verso una longevità significativa. Le astringenze non invadono il palato, la forza del frutto prevale rintracciando talune note agrumate, in equilibrio fra freschezza e lievi rintocchi alcolici, concedendosi a una persistenza da manuale.
Voto: 95/100
Poggio di Sotto Brunello di Montalcino 2021
14% Vol. Altra annata di rilievo, per queste terre di Brunello. Di colore rosso rubino-carminio molto intenso, lievemente meno riflettente, al naso libera anch’esso note di frutto rosso pieno, maturo, lievemente più teso al mirtillo a cui si aggiungono complementari echi di violetta e tabacco nero, oltre a impronte di spezie più morbide, fra pepe bianco e cannella. Al palato persiste la tannicità, spostando il frutto sulla susina nera, mantenendo sempre testimonianza di spiccata freschezza che guarda all’agrume polposo, ancora sull’albero. La persistenza ha un retrolfattivo che accenna a dettagli di cuoio, pur inseguendo sempre la tipicità del Sangiovese più classico.
Voto: 94/100
Poggio di Sotto Brunello di Montalcino 2020 Riserva
13,5% Vol. La riserva rivela quest’annata, ancora in ombra rispetto alla 2019, ma che potrebbe dimostrarsi nel tempo di longevità esemplare. Di colore rosso rubino decisamente intenso, sorprende per la luminescenza, pur avendo i perimetri che virano al granato scuro, mattone inglese. Al naso sorprende, dopo la 2021, con note di amarena in piena maturazione, amalgamando i colori floreali del prugnolo a note decisamente mediterranee, fra timo, alloro e tabacchi balsamici, armonizzando una piccola nota di mandorla. Al palato è un racconto; è tannico secondo aspettative, sempre con una accattivante larghezza che domina l’astringenza, trovando vibrazioni che riconducono sempre alla freschezza, tesa verso la lunga persistenza che riporta al frutto rosso appena disidratato.
Voto: 95/100
Alla fine della degustazione, incontrando i commenti di un collega sommelier, la curiosità è che in tutti gli appunti scritti, non è mai comparsa la parola legno. Segno dei tempi, della progettualità contemporanea di questi grandi rossi che non vogliono dipendere da influenze cromatiche esterne, sposando una filosofia di unicità esemplare.














