Hugo

Per anni ho guardato l’Hugo con sospetto. Vuoi per il Prosecco. Vuoi perché si tratta di un’estensione dello Spritz, che non bevo. Credevo poi che uno dei suoi ingredienti fosse, per dirla metaforicamente, il perbenismo. Mi sembrava uno di quei cocktail da salotto borghese, il cocktail di quelli che, citando Gaber, anche quando commettono un peccato lo fanno piccolino, sia mai che Dio quelli piccoli non li conti, o non li veda.

Poi arrivò un pomeriggio sulle Dolomiti. Avevo camminato più del previsto, mangiato peggio del previsto e bevuto meno del necessario. Al rifugio, ciliegina sulla torta, tutti a ordinare Spritz. Il cameriere, mio amico, risata sardonica e sguardo in tralice, mi allunga questo calice chiaro, profumato, ordinato. Era il mio primo Hugo e lo presi più per sfinimento che per convinzione.

Fu una modesta ma comunque significativa rivelazione. Nato, pare, nel 2005 dall’estro del barman altoatesino Roland Gruber che desiderava un’alternativa più leggera, più floreale al classico Spritz, pare che la ricetta originale contemplasse sciroppo di melissa (molto diffusa localmente), e come tale avrebbe dovuto chiamarsi Otto. Solo in seguito il barman decise di sostituire la melissa con lo sciroppo oppure col liquore ai fiori di sambuco, firmando così il primo Hugo della storia (qui la ricetta).

Ed è stato proprio il sambuco, lo ammetto, a irretirmi, giacché mi ricordava qualcosa di bambinesco e peccaminoso al contempo. Il sui profumo, difatti, non prevarica, sa di pulito, di sano, di buono, di giusto. È uno di quegli ingredienti educati che entra nella stanza con discrezione, salvo poi conquistare per le buone maniere, l’urbanità, la gentilezza.

Da allora considero l’Hugo una specie di fuga alpina o, tuttalpiù, austroungarica: tra le città cui lo associo c’è manco a dirlo anche Trieste, dove l’ho bevuto, benché senza troppa convinzione, sulla terrazza estiva dell’Eataly di Riva Tommaso Gulli. Ed è subito Italia.

Foto powered by ChatGPT

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