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Vignoble & Biodiversité

Vino
Recensito da Leila Salimbeni

Il mondo di domani comincia oggi!

Tempo fa, durante la stesura di un articolo su un’orizzontale di rosé provenzali uscito su Spirito diVino 98, contattai la giornalista e critica tedesca di stanza a Parigi, Birte Jantzen, allora referente per il sud della Francia per la guida Bettane+Desseauve. Il motivo? Volevo conoscere la sua opinione in merito a quello che avrei ribattezzato, molto diplomaticamente, come “il limite interpretativo dei rosé” presi in esame. Da quel confronto nacque un’amicizia e la sua rubrica “Visti dall’Europa“, inaugurata con Spirito diVino 102. Un anno dopo le parti s’invertono: mi ritrovo ad Avignone per scrivere del congresso, da lei organizzato, “Vignoble & Biodiversité” (seguito da un tuonante) “La viticultore de demain commence aujourd’hui!” la viticoltura di domani comincia oggi.

Oggi, 10 maggio 2022, arrivo in un’Avignone incredibilmente assolata: il termometro della stazione TGV indica 32 gradi; se ne raggiungeranno 34 il 13 maggio e la canicola non accenna ad allentare la morsa nemmeno i giorni successivi; al mio rientro in Italia, una settimana dopo, sarà ancora la medesima, così come nelle altre città salvate, come souvenir, sull’app del telefono: Amburgo 25, Epernay 30, La Valletta 28, Suxhou 29.  

Ciò premesso, Birte ha fatto le cose in grande: con stupore, apprendo che il convegno è ambientato all’interno del Palazzo dei Papi, là dove leggenda narra che fu arrestato, e condannato a morte per ordine di papa Clemente V, alleato della monarchia francese, l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine dei Templari, Jaques de Molay il quale, salendo sul rogo nel 1314, avrebbe maledetto il Papa e tutti i re di Francia fino alla tredicesima generazione. Inutile dire che Clemente V morirà poco temo dopo tra atroci sofferenze e che la maledizione culminerà con la decapitazione di Luigi XVI, nel 1793.

Vi sto raccontando queste vicende perché un’analoga maledizione sembra essersi abbattuta, oggi, sulla AOC di Chateauneuf-du-Pape e, per estensione, sull’ecumene del vino (ma non solo) tutta. Durante i due giorni di visite nelle cantine coinvolte (Clos de l’Oratoire des Papes, Maison Ogier, Château de Beaucastel, Domaine de la Charbonnière, Vignobles Mousset Barrot, Domaine de la Solitude, Domaine de Beaurenard, Domaine du Vieux Télégraphe) un dato, in particolare, segnava i volti dei produttori, contratto da una preoccupazione crescente: pur nella straordinaria iridescenza delle pietre spezzate e degli sfalci d’erbe aromatiche dei bianchi, pur nella gloriosa profondità dei rossi, le gradazioni alcoliche dei vini stanno raggiungendo, a queste latitudini, livelli preoccupanti. E benché molti di loro sembrino convinti che il patrimonio genetico della denominazione (che contempla 13 vitigni, 7 a bacca rossa, 5  bacca bianca, nei rossi anche in blend tra loro) consentirà di trovare risposte ampelografiche all’aumento delle temperature grazie a vitigni come Counoise e Clairette, è pure vero che provenendo le cuvée, da uvaggi di vitigni messi a dimora promiscuamente non solo nella stessa vigna, ma spesso anche nella stessa pianta, il problema che si pone è quello della predittività di scelte agronomiche possibili solo, per loro natura, a lungo termine, a differenza di quanto accade, invece, in cantina.

Altra questione non trascurabile, poi, è che al netto della fascinazione indotta da un paesaggio culturale, e colturale, dominato da 800 anni dall’inamovibile Castello di Châteauneuf, questi 3200 ettari di vigneti allevati con la caratteristica e antichissima forma del Gobelet restano pur sempre una monocoltura, tanto che la risposta individuata dai produttori, ovvero “la maratone dei 42 km di siepi” da mettere a dimora nei prossimi anni, sembra ben poca cosa di fronte all’entità del problema che si prospetta all’orizzonte. Anche per questo “Vignoble & Biodiversité” si è prefissato di offrire soluzioni empiriche ai vigneron e, prospettandosi come una piattaforma di condivisione delle conoscenze in materia, stimola una riflessione sulla possibilità e sulla necessità di sovvertire il corso dell’antropocene. Pur, dunque, nell’eterogeneità degli interventi, lapalissiano ci è apparso il fatto che, come diceva la scrittrice Willa Cather, “ci vuole molta esperienza per diventare naturali”.

Anche per questo Avignone è diventata il fuoco dell’intellighenzia contemporanea in fatto di sociologia, urbanistica, scienza e produzione vitivinicola, e pure tra il pubblico spiccava una rosa di agronomi ed enologi arrivati da tutta l’ecumene vitivinicola contemporanea come Louise Bryden, che avevamo avuto il piacere di conoscere da Ruinart solo un mese prima, o Mathieu Meyer, Direttore di Château Galoupet, lì ad ascoltare, come noi, l’intervento di Sébastien Giorgis, Architetto DPLG e Membro del Comitato Scientifico Internazionale di ICOMOS – Cultural Landscapes, sul paesaggio come valore collettivo sempre negoziato; il cambiamento del passaggio da pluri- a monocolturale messo in evidenza dalla Prof. Dr. Ilona Leyer della Hochschule Geisenheim University; l’erosione genetica dei vitigni, esito di una selezione clonale che ha portato a fare di sole 7 varietà il 75% di tutte le varietà coltivate (a cui si deve aggiungere che sono solamente uno o due i cloni effettivamente innestati) messo in evidenza dal vivaista Lilian Bérillon; il ruolo della biodiversità come alleato misterioso ma, in un certo qual modo, evidente, esemplificato nella relazioni di Marc Dufumier, Specialista in Agroecologia, e dalla Prof. Emmanuelle Porcher (MNHN e CESCO), con un focus sulla fauna ausiliaria ben supportato dalle tesi dell’ornitologa Katharina Adler.

Infine, dal momento che ho sempre pensato che infinitamente grande e infinitamente piccolo tendessero a coincidere, non posso non accennare al carotaggio – figurato oltre che metaforico – nella terra operato dapprima dal geologo Georges Truc, strenuo sostenitore, peraltro, della mineralità nei vini, e, poi, dall’illuminante ingegnere e agronomo Hervé Coves e dal suo approfondimento sulle micorrize, con la loro capacità di vivificare il suolo rendendo possibile l’assorbimento delle sostanze da parte delle radici e funzionando da vera e propria rete di connessioni – anche nello scambio di informazioni – tra le specie del mondo vegetale. 

Un convegno, insomma, che complice la trasversalità dei temi trattati ha dimostrato quanto la biodiversità possa essere, anche in termini disciplinari, strategica nel contrastare l’omologazione non solo del paesaggio, ma anche quella del pensiero cui siamo, da tempo immemore, sempre soggetti. 

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