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Vej Bianco Antico & Verso la Foce

Vino
Recensito da Gae Saccoccio

“(…) l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi.“ 

Italo Calvino, Palomar (1983)

Emissioni di fiato dei domiciliati intercambiabili

Il signor Palomar era consapevole di quanto inesauribile sia la superficie delle cose e di quanto i luoghi ideali in cui è più naturale stare sono quelli dove viviamo da stranieri. 

Nei quattro “racconti d’osservazione” raccolti in Verso la foce (1987) Gianni Celati riunisce una serie di appunti dei primi anni Ottanta che definiscono con asciuttezza magistrale un diario di viaggio lungo gli argini e verso la foce del Po. È anche un detour tra capannoni, rifiuti, rovine industriali che un tempo erano venerati quali i giganti buoni del Progresso, le divinità in ferro e cemento del luogo. Il soggetto narrante del diario di viaggio, che poi combacia con Celati stesso, è un io disincantato alla deriva, testimone visivo delle impronte sparse della civiltà contadina, “quando la vita non era progetto ma sussistenza”. Lo sguardo di Celati è fotografico e non è un caso che alcuni fotografi partecipano attivamente a questa inchiesta narrativa, tra cui il grande Luigi Ghirri (bellissimo il suo Lezioni di Fotografia per Quodlibet).

È uno sguardo implacabile in osservazione partecipe della dimenticanza che avvolge tutto e tutti. Uno sguardo rassegnato al caos del mondo scomposto tra lo straordinario e la normalità. Un occhio impietoso da scrittore di razza che racconta “la nostra piccolezza dispersa, vicino a un fiume”. Uno spirito d’osservazione irrequieto ma cosciente del fatto che “se hai la sensazione di capire tutto, passa la voglia di osservare”. Difatti, pur senza intenti pedagogici, Celati in questo libro notevole insegna la disciplina zen di guardare/ascoltare/registrare volti-gesti-dettagli-paesaggi da cui siamo circondati senza la pretesa fuorviante di capire. Qui, la differenza sostanziale col Palomar di Calvino è l’assenza amareggiata dei “luoghi ideali” perché i luoghi non sono più luoghi; straniero non è più chi li abita ma è l’habitat in sé ad essere estraneo a se stesso. E noi non siamo altro che “domiciliati intercambiabili”. Non ci sono più luoghi d’appartenenza. Il profitto capitalista fa terra bruciata intorno, ovunque. Allo scrittore derelitto, a prescindere da chi lo legge, restano solo le parole, vaghe tracce disperse per orientarsi nel labirinto della vita.

Deperibilità svelta

Le cose che non indicano vendite o direzioni di marcia, sono tutte in abbandono. (…) Crolla l’idea di poter guardare e ascoltare tutto, c’è un potenziale depressivo là fuori che, se t’investe passa subito la voglia di farsi delle idee da distaccati osservatori. (…) in fondo là fuori non c’è niente di speciale da vedere o registrare, c’è solo, tempo che passa. Lo spazio è una specie di grande galera, dove si sta ad aspettare qualcosa, nessuno sa cosa. Ci si fa delle idee e c’è solo tempo che passa.”

Alcuni appunti sono stati presi nella primavera del 1986 sulla scia del disastro di Chernobyl che getta un’ombra depressiva sulle descrizioni sempre molto lucide e precise. L’ombra della nube tossica incombe su queste pagine, accompagnata dal cumulo di frasi fatte, sentimenti surrogabili, paure ataviche, informazioni deformate con cui stampa e televisione, col loro “rosario di propaganda”, imboccano l’immaginario collettivo della gente comune, saturandogli la testa d’opinioni trite che non servono a niente, tantomeno a comprendere. Siamo esposti all’aria, come le altre bestie e le nostre parole sono quelle degli altri: “emissioni di fiato”.

Il pensiero, della fine del mondo, ormai ci accompagna come un’incertezza da bradisismo o mareggiata incombente. Centomila sprofondamenti al secondo, dentro e fuori di te, città strane dove non ti ritrovi e visione di uomini chiusi in casa davanti a un televisore perché non sopportano di guardare in faccia altri uomini.

Riportato ai nostri giorni del Coronavirus dopo quasi quarant’anni le cose non sembrano essere cambiate di molto anzi sono senz’altro peggiorate in maniera inquietante con l’iperconnessione.

Credo che tra pochissimo, quasi tutti avremo dimenticato le notizie che solo qualche giorno fa sembravano cosi impressionanti, saranno roba sfiorita e un po’ arcana, con l’effetto che mi facevano le persiane polverose di una villa abbandonata di Orbetello. Deperibilità svelta del cosiddetto mondo reale, non si distingue bene da un miraggio.” 

Dal libro emerge con potenza un senso di inadeguatezza alla vita predominata senza tregua dagli spettri della dimenticanza e della smemoratezza nell’abbandono generale dei luoghi e degli abitanti dopo l’inevitabile sfruttamento economico degli stessi.

La voce di Celati è comunque pacata, ha il tono basso di una saggezza antica. Scorre serena e stoica come il Po nonostante lo sfacelo umano, il degrado urbano e i disastri ambientali. Non è mai distaccata o indifferente, anzi riscopre nelle relazioni umane un senso vitale, sennò saremmo solo oggetti tra gl’altri.

“(…) è il legame con gli altri che da’ colori alle cose le quali altrimenti appaiono smorte

Superficie e profondità dei vini:  Vej Bianco Antico

Questo legame con gli altri, talvolta, lo troviamo realizzato nelle nostre connessioni col vino che riflette superfici e profondità di un territorio. Un buon esempio è il Vej Bianco Antico di Podere Pradarolo (Emilia IGT) fatto a Varano De’ Melegari nella bassa valle del Ceno in provincia di Parma. Il Vej Bianco Antico è una Malvasia di Candia Aromatica da fermentazione spontanea senza aggiunta di solforosa che negli anni è arrivata a macerare sulle bucce anche 270 giorni. Nelle parole appropriatissime del suo artefice Alberto Carretti:

Ho voluto ritornare alle lunghe macerazioni. Perché il meglio degli aromi e del colore di queste uve di Malvasia è racchiuso in queste bucce. Perché su queste bucce c’è tutta l’impronta della mia terra e del nostro lavoro. Senza altre diavolerie…

Lucentezza, profumo, tannino, integrità, polpa, nutrimento, succulenza, profondeur sono le note predominanti del Vej Bianco Antico, dico questo nell’ottica del Signor Palomar che suggerisce di intravedere l’universo dell’oggettività attraverso lo specchio della propria soggettività.

In effetti l’estrazione della buccia in macerazione – valutando caso per caso, produttore per produttore, vitigno per vitigno – esprime tutta la ricchezza di un suolo, la complessità vegetale di un’uva raccolta al suo punto perfetto di maturazione; la grigia deriva a questo sono gli orange wine modaioli che tentano goffamente di omologare i modelli inimitabili e scimmiottano alla meno peggio chi invece (è il caso del Podere Pradarolo) cerca di imbottigliare la luce del sole e la vita micro-organica di una vigna assorbita nell’inspirazione/espirazione del contatto sulle bucce viventi che buona parte dell’enologia moderna considera, a torto, materiale di scarto. 

1 Commento.

  • AvatarGianluca Bonazzi15 Febbraio 2022

    Complimenti per averlo ricordato, vista la sua recente dipartita in quel di Brighton, dove viveva da tempo, per aver lasciato l'Italia. Uno scrittore che non amava le corti ed i cortigiani, soprattutto in letteratura ma non solo. Un grande uomo prima di essere un grande scrittore.

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