Skinny Bitch

What else?

Ero in Messico, nell’estate 2024. Tequila e mezcal ovunque, da bere lisci oppure con lime e sale. Erano le due del pomeriggio, sotto al sole di Guanajuato. Do un’occhiata alle bottiglie di soda stipate dal barman sotto al tavolo e, così, quasi senza volerlo, prende vita a quello che sarebbe stato il mio cocktail degli anni a venire e che, se tanto mi da tanto, sempre lo sarà, la mia Acqua Corretta, come amo chiamarla da sempre in senso affettuoso; per i più accademici, ovviamente, trattasi di Skinny Bitch, sic et simpliciter.

Ero stanca, stanca morta, della tonica, e non lo sapevo. Ma ero stanca, e lo sapevo, di assaggiare gin anche sopraffini sopraffatti da toniche che inevitabilmente ne alteravano gusto, aroma e natura. Ero stanca, insomma, del gin tonic, di ogni gin tonic. E così mi sono creata il mio cocktail, che ho poi scoperto avere nome e cognome ed esser appropriato, come una sciarpa di seta bianca, in ogni occasione, dal mattino alla sera.

Trovo, più o meno impropriamente, che sia il drink digestivo per antonomasia, soprattutto nelle sere d’estate, e vi farà sentire sempre autorizzati a chiederlo sia, come vorrebbe la vulgata, a base vodka sia a base tequila oppure, e forse ancora meglio, col gin come dicevo prima, di cui sarà l’esaltatore perfetto.

Ma la sua vera grandezza è che lo Skinny Bitch è di fatto un drink in tutto è possibile, tutto è sostituibile, anche il lime (pensare che io l’ho tradito, miscredente quale sono, col pompelmo, e non vi dico la meraviglia). Complice infatti la sua innata, commovente semplicità, esso non si trova nemmeno sulla Bibbia dell’IBA, il ché regala lui una libertà altrimenti impossibile.

Solo successivamente a quell’estate di due anno fa ho scopetto che il cocktail aveva una sua storia (si dice esser nato nella scena dei club e delle feste di inizio anni 2000, ed è senz’altro una filiazione del più antologico Whisky & Soda) e solo successivamente ne ho scoperto il nome e con somma delizia, non tanto quanto esplicito manifesto di magrezza, cui pure allude, quanto piuttosto per il suo esser nemmeno troppo velatamente politicamente scorretto, atteggiamento di cui sono da sempre grande fan (come si sarà evinto da tutti i miei testi dedicati su questo sito alla mixology).

Zero complicazioni, dunque, niente zucchero, escluso quello dell’alcol, che resta per me sempre mandatorio. Al contempo, zero abilità manieristica da parte del barman, che pure certo si sentirà mutilato nelle sua velleità come m’è recentemente successo in quel capolavoro dedicato al bere, miscelato e non, che è il Monkeys Bar di Manhattan. Ma questa è un’altra storia.

Foto powered by ChatGPT

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