Manhattan

Il Re dei classici

Il Manhattan, come spesso accade ai grandi classici, è figlio del mito, tanto che le leggende e gli aneddoti che ne determinano la genesi sfumano l’una nell’altra, come un’alba sull’Hudson.

Rivelatorio del suo carattere quanto scrisse Ada Coleman sul Niagara Falls Gazette nel 1926… leggete qui, e qui per la ricetta ufficiale.

Quanto all’aneddotica, in pillole, eccovela servita. C’è chi lo vuole nato nel 1874, al Manhattan Club di New York, per celebrare la vittoria elettorale del governatore Samuel J. Tilden, con una serata organizzata da Lady Randolph Churchill, madre di Sir Winston. Ma si dice anche che, in quelle date, Lady Randolph fosse a Londra, incinta proprio di Winston. E allora? Allora resta il fascino della leggenda, che spesso conta più della realtà perché ci restituisce l’immagine di un salotto newyorchese in cui vermouth e whiskey americano si stringono la mano in un sodalizio che ha fatto la storia moderna.

Il Manhattan è un cocktail austero, quasi impenetrabile, ma pervaso di una dolcezza sottile, come la città che gli ha dato il nome: elegante, verticale, ineffabile. Non stupisce che Hemingway lo disdegnasse e che Sinatra, invece, lo amasse: i grandi classici hanno questa capacità, polarizzano ma diventano intramontabili.

E berlo significa lasciare che ogni sorso spalanchi riferimenti: uno a Broadway, l’altro a Central Park, e subito dopo a quei club fumosi dove la modernità si confondeva con il proibizionismo. È forse questa l’anima del Manhattan: non essere mai davvero uno solo, ma incarnare tutte le sue storie, vere e apocrife, in un unico bicchiere.

Cosa abbinare a un buon Manhattan? Altre ciliegie al Maraschino.

Foto powered by ChatGPT

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