Le Due Matote

Una storia di rose e di ristoro

Bossolasco profuma di rose e di cucina. Non è soltanto il paese delle rose. È un luogo che ha fatto della bellezza una grammatica quotidiana, e della lentezza una forma di eleganza. Le rose non sono solo ornamento, diventano via via segno, identità, atmosfera, percorso. Raccontano un borgo che ha scelto di esistere nella misura, nel silenzio, nella grazia. Vivetelo a piedi, lentamente.

È dentro questo paesaggio che prende forma Le Due Matote. Un nome che in dialetto significa “le due bambine”. Una scelta lieve, quasi confidenziale, che restituisce e racconta spontaneamente il legame con il luogo e con la lingua del posto. Anche qui non c’è artificio. C’è memoria. C’è continuità. C’è un antico casale tornato a vivere senza aver perso la propria anima.

Il relais è immerso in un giardino che non fa da cornice, ma da sostanza. Rose, ortensie, sempreverdi. Geometrie verdi e profumi di stagione. Tutto sembra pensato per accompagnare l’esperienza, non per rubarla alla vista. È una bellezza che non alza la voce. Persuade.

Ogni elemento è inserito con cura ed attenzione in un contesto architettonico mirabile. Il dettaglio non è sfondo od orpello è precisa volontà di appagare la vista ed il senso di una ospitalità avvolgente e confortevole.

E poi c’è la tavola. Perché Le Due Matote non è solo ospitalità, ma anche gesto ed accoglienza gastronomica. Un luogo in cui il gusto diventa parte del racconto.  All’Orangerie, difatti, si è da poco tenuta anche una cena a quattro mani con protagonista lo chef tristellato Chicco Cerea e Luca La Peccerella: un incontro tra firme e sensibilità diverse, un dialogo tra tecnica, materia prima e territorio. Un segnale chiaro.

Qui la cucina non è accessorio. È una delle forme con cui il luogo si esprime, con mano sicura ma che abbisogna di perfezionarsi.

Le Due Matote prima e Bossolasco intorno poi allora non sono solo un relais ed borgo fiorito. Diventano un’idea di accoglienza. Le Due Matote ne è la sintesi più compiuta e raccontata: un rifugio elegante, un giardino di rose, una cucina che parla al presente senza dimenticare le radici. Una cucina in divenire in cui lo Chef deve concentrarsi e continuare a rendere l’esperienza come valente e tale di essere cercata raggiunta e vissuta. 

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