O, l’essenza del genio
È un sorso che subito ti fa pensare ad altro, quello del Merry Widow. Senza tentennare, sei pronto a dargli un nome, perché credi che sia quello, e invece no. Meglio aspettare. Magari sorseggiarlo ancora. E lasciare che si sveli. Vorresti qualcosa di secco, che possa essere un viaggio tra un Aviation e un Tuxedo number 2.
Ed è lì che si manifesta il genio, rapido come un levriero, figlio del vento. Ma cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Lo diceva il Perozzi in Amici miei, e la citazione qui ci sta tutta. Lì vedi la stoffa del bravo barman, la mano di chi, nella testa e nell’esperienza del mixing glass, ha lavorato di tutto e di più. Conoscenza, perché bisogna prima conoscere, altrimenti il gioco non funziona. Il Merry Widow è questo.
È la crasi, non linguistica ma semantica, di ingredienti che rimandano a un Martini e che invece, all’atto pratico, si compiono in qualcosa di più ricco e aromatico, grazie a Bénédictine e Peychaud’s bitters. Una struttura ricca e verticale, che poi ti avvolge e si allarga al palato, con una naturalezza che sorprende e con un equilibrio perfetto tra lunghezza e ampiezza.
Hugo Ensslin, nella sua perfetta ricerca pre-proibizionista, riesce a coniugare sapientemente il valore e il sapore di ogni singolo ingrediente: a lui si deve il Merry Widow. Sappiatelo chiedere nel posto giusto, perché non è affatto una miscelazione banale, anche se può sembrarlo.










