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Perché Podere Forte è speciale?

Vino
Recensito da Adriana Blanc

In equilibrio tra tecniche antiche e progresso, con dedizione certosina

Dell’azienda agricola Podere Forte abbiamo già detto e scritto svariate volte. Tuttavia, ogni volta che si presenta l’occasione per approfondirne la conoscenza, emergono dettagli che ci sorprendono e ce ne fanno innamorare un po’ di più. È ciò che è successo lo scorso mese, in occasione di una degustazione dei prodotti di Podere Forte ospitata in un tempio dell’enogastronomia lombarda, l’enoteca “da 8tto” a Senago.

Cercherò di non ripetere quanto già stato detto dai miei illustri predecessori, Alberto Cauzzi, qui, e Orazio Vagnozzi, qui e qui. Basti sapere che l’azienda agricola in questione, situata in quell’idilliaco scenario che è la Val d’Orcia, si configura come un’antica cortes romana: 500 ettari di terreno incontaminato, asservito alla produzione di vino, olio, cereali e allo scorrazzamento dei capi di Cinta Senese, che qui razzolano felicemente prima di essere affinati da quel mago del salume che è Massimo Spigaroli. Il tutto condotto all’insegna della naturalità e della tecnologia. Come ama dire il patron, Pasquale Forte: “lavoriamo i campi come duemila anni fa e in cantina siamo duecento anni avanti”. Ed è proprio questa massima che oggi andrò ad analizzare, perché quello che a una distratta lettura può sembrare un claim commerciale, nasconde in realtà l’universo che rende INCREDIBILE questa azienda.

Lavoriamo i campi come duemila anni fa

Fin qui tutto chiaro. Come si diceva Podere Forte è una fattoria polivalente, “dove uomo, piante e animali contribuiscono a realizzare un macrocosmo integrato, autosufficiente e sostenibile.
Un esempio concreto è dato dalla presenza di venti splendide vacche di razza chianina. Vacche da latte? Ovviamente no, ma nemmeno da carne. Si potrebbero definire “vacche da letame” dal momento che sono allevate su questo suolo incontaminato, e nutrite con i suoi meravigliosi prodotti, al solo fine di ottenere “ottimo compost”.

La biodinamica è la tecnica agricola privilegiata, dunque i prodotti di sintesi chimica sono banditi, si fa uso di corno letame e calendari lunari, ma, soprattutto, si sta in campo. Ad esempio per curare le barbatelle, che una volta impiantate sono innaffiate con un imbuto di rame una ad una, con un dispendio in termini di tempo davvero imponente.  Questo è il senso più intimo della biodinamica: il tempo speso a contatto con la terra per poter reagire prontamente a qualunque problematica insorga. L’idea è che l’energia vitale che in questo modo scaturisce da vitati, oliveti, boschi e allevamenti, si traduca nel sapore autentico dei prodotti, dando vita a prodotti genuini e vini in grado di esprimere compiutamente il terroir.

In cantina siamo duecento anni avanti

Un approccio saldamente ancorato alla naturalezza che, tuttavia, viene portato avanti con metodo scientifico certosino, attingendo a piene mani dal progresso. I terreni che compongono i 24 ettari vitati, ad esempio, sono stati studiati e “zonizzati” da Lidia e Claude Bourguignon, due ingegneri del suolo assoldati da produttori del calibro del Domaine de la Romanée-Conti e Château d’Yquem. I “Gran Cru” dell’azienda sono delineati da quei terreni dove il calco-scisto affiora già a 30 cm di profondità e lavorati soltanto attraverso l’uso di cavalli e trattori in alluminio e fibra di carbonio appositamente creati, che esercitano sul terreno una pressione inferiore a quella di un piede. Ma è in cantina, cuore dell’azienda Podere Forte, che regna la tecnologia più avanzata.

Ogni filare viene sottoposto ad almeno due vendemmie, tre nel caso dei Cru, per arrivare in cantina in un perfetto stato di maturazione e procedere a vinificazioni separate lungo l’intero processo. Qui i grappoli vengono sottoposti a vinificazione dopo essere passati sui tavoli di selezione e attraverso una diraspatrice alla quale giungono in atmosfera inerte. Il selettore ottico scarta gli acini che nutriranno le Cinte Senesi, quindi si prosegue per caduta fino ai tini troncoconici nei quali avviene una pre-fermentazione a freddo. Ogni processo della cantina, in effetti, avviene per caduta. Il passaggio successivo è la pressatura podolica, che evita una rottura eccessiva degli acini, limitando così l’estrazione dura. Quindi la fermentazione, l’uso sapiente di botte grande e barrique di Taransaud, congegnate appositamente per l’azienda, affinamenti che vanno dai 12 ai 24 mesi e l’assemblaggio dei numerosi vini base secondo la sensibilità del cantiniere.

I vini

Il risultato sono vini che sorprendono per pulizia ed eleganza, di una piacevolezza rara. Discorso che vale per tutti, ma che tocca vertici inesplorati nel caso dei due vitigni principi dell’azienda: il Sangiovese e il Cabernet Franc.

Il Sangiovese

Espresso in purezza nel Petruccino, nel Petrucci Anfiteatro e nel Petrucci Melo, il vitigno si presenta in una veste inedita, estremamente fine e beverina. Nessun eccesso selvatico al quale questa bacca spesso soggiace, mentre tutte le sue virtù sono esaltate al meglio. Grande struttura, un’acidità rinfrescante e mai astringente, tannini ben presenti ma di seta, una splendida rotondità data dal legno perfettamente integrato.

L’Anfiteatro 2016 si potrebbe dire più immediato, con sentori di amarena, scorza d’arancia rossa, pepe nero, erbe balsamiche e lievi note carnacee assolutamente gradevoli. Equilibrato, intenso, ampio: un vino che invoglia, più e più volte, all’assaggio.

Il Melo 2016 presenta note più scure, di more e mirtilli, una mineralità più accentuata tradotta nella pietra focaia e in generale un naso più sottile e austero. Il tutto si ritrova fedelmente al palato, che rivela un vino da scoprire lentamente, dalla incredibile capacità di invecchiamento.

Il Cabernet Franc

Colta l’incredibile attitudine di Vigna Orniello, che dava risultati eccezionali, dal 2016 si è deciso di abbandonare il blend di Cabernet Franc, Merlot e Petit Verdot, per produrre il primo Cabernet in purezza. Un lavoro difficile, perché con questo vitigno pare di essere sempre sul filo del rasoio: se è verde è destinato a restare tale per poi tendere alla grassezza, ma se è portato a giusta maturazione può dare risultati incredibili.

Nasce così il Guardiavigna 2016, un vino profondo e complesso, di grandissima piacevolezza. Il naso unisce la rosa rossa al peperone crusco, il pepe bianco e le noci al cacao amaro. Al palato è gradevolmente salino, avvolgente, di grande eleganza. Uno dei più alti esempi di Cabernet Franc in purezza.

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