Vinitaly 2026: la fiera regge, il vino italiano pure

Le nostre impressioni

A ogni edizione del Vinitaly 2026 tornano le stesse profezie: fiera in calo, settore in difficoltà, centralità perduta. Anche quest’anno, però, la realtà si è rivelata più sfumata. Forse meno folla rispetto al passato, ma una presenza più selezionata e orientata al business. Per molti espositori, soprattutto quelli che avevano preparato con metodo appuntamenti e incontri, il bilancio è stato positivo.

Ecco i numeri: la 58ª edizione di Vinitaly 2026 si è conclusa con 90.000 presenze complessive, confermando la sua forza internazionale con operatori provenienti da 135 nazioni. Il salone ha ospitato circa 4.000 aziende espositrici in un quartiere fieristico completo, con il 26% dei visitatori professionali proveniente dall’estero.

Un’identità che si riafferma

Il Vinitaly 2026 conferma così un dato spesso sottovalutato: resta il principale punto d’incontro per chi vuole capire il vino italiano, incontrarne i protagonisti e misurarne lo stato di salute. In un momento complesso tra rallentamenti dei consumi, tensioni internazionali e concorrenza di altre fiere europee, non era scontato.

Si è percepita anche una trasformazione: meno dimensione festaiola, più appuntamenti professionali, buyer, importatori, operatori del settore. Un cambiamento coerente con i tempi e con la necessità di rendere la manifestazione sempre più utile a chi lavora davvero nel vino.

Naturalmente una fiera non risolve i problemi del comparto: non cancella dazi, non riaccende da sola i consumi, non semplifica i mercati. Ma può mandare un segnale. E quello emerso da Vinitaly 2026 è chiaro: il vino italiano, pur tra molte sfide, resta vivo, dinamico e capace di attrarre attenzione.

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