Passione Gourmet Castelluccio - Passione Gourmet

Castelluccio

Vino
Recensito da Riccardo Corazza

Passato, presente e futuro di un’azienda che ha cambiato il corso della Romagna vitivinicola

Respiro. Prendo fiato. Rallento. Voglio godermi tutto il tragitto di avvicinamento, lo voglio respirare. Non voglio fare troppo in fretta, senza “aspettare l’anima”, come dicevano gli Inca. Sarebbe la maniera perfetta per sprecare tutto. La vite esige il suo tempo, la vite esige il suo tempo, la vite esige il suo tempo… continuo a ripetermelo come un mantra. Ma in realtà, forse, è la nostra vita che esige il suo tempo, dopo l’ultimo anno l’abbiamo realizzato un po’ tutti.

Non so perché sia venuto quassù, quello che so è che dovevo farlo. Troppo forte, nella nostra giovinezza di enomaniaci trascorsa tra i Portici di Bologna e l’Appennino tosco-romagnolo, l’attrazione di questa storia, magnetica, quèl màt di un irregolare, un regista, pénsati, che a un certo punto si mette in testa di fare il vino perfetto. Proprio a Modigliana, tra l’altro, che se esiste un posto sperduto, certo romanticamente, ma sperduto, è proprio quello. Leggenda miracolosamente trasmessa da allora, dagli eroici anni ’70, fino ad oggi, quando si stappano bottiglie di quarant’anni dotate di una vita innaturalmente lunga. Cosa può essere successo nessuno se lo spiega. Che poi è il bello del coltivar la vite, se volete, che con le formule matematiche c’entra davvero poco. Un mistero, dunque. Un mistero enologico. E allora non solo il cronista, ma anche il curioso che ho dentro scalpita, perché quando non riesce a capire qualcosa insiste a torturarsi, cercare, chiedere. Indagare. Per comprendere, certo. Che poi che cos’è questa cosa del fare vino se non ricollegarsi ad abitudini vecchie come l’uomo, in un ciclo di vita/morte che rappresenta l’essenza stessa, caduca, dell’esistere. 

Per noi che lo raccontiamo è il motivo scatenante, il catalizzatore stesso del nostro interesse per le storie. È, solo dopo, quando era troppo tardi, che abbiamo capito di essere rimasti definitivamente avvinti. 

La ricerca di un luogo per fare vino

Comincia quando Gian Vittorio Baldi, lughese di nascita, un carismatico figlio acquisito della Città Eterna, intellettuale cosmopolita che ha solcato i mari di mezzo mondo, nel 1969 si sposa con Marie Madeleine Gagarin, alias Macha Méril, attrice francese – figlia di un principe russo, di mestiere agronomo e viticultore – musa di Buñuel e Dario Argento. Partono per un caleidoscopico viaggio di nozze in Francia, dove Baldi, fatalmente, rimane folgorato dallo Château Lafite-Rothschild. Gli sembra incredibile che il vino possa invadere sul territorio, essere concepito come prodotto artistico, anzi, di più, come opera d’arte. Nei mesi successivi, tra un film e l’altro, inizia a muoversi per l’Italia alla ricerca di qualcosa, non sa bene cosa. È inquieto. Un giorno, mentre si trova sul set a Brisighella, per girare quell’affresco apocalittico che è L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, si imbatte per caso in quella che sarebbe diventata Castelluccio (“cercavo un territorio di grande bellezza, che avesse storicamente una presenza della vite e che fosse né troppo vicino al mare, né troppo lontano”, come ebbe a dire) e si innamora. Decide che il posto sarà quello. Perché nel frattempo ha capito cosa sta cercando così affannosamente, un posto per fare vino. Da qui inizia la leggenda, perché Castelluccio per certi aspetti, come poi sono le storie migliori, è la cronistoria di una serie di fortunate coincidenze. Gian Vittorio ha le idee molto chiare, ma ovviamente, non essendo né agronomo né enologo (professioni che, va detto, ai tempi in Italia sì e no esistevano) ha bisogno di supporto per capire se le sue intuizioni sono praticabili. C’è da dire che a metà degli anni ‘70, al di là della triade Toscana-Piemonte-Friuli, forse del Veneto, l’Italia vitivinicola è ancora un cantiere aperto.

L’intuizione e la nascita della zonazione

Svariate intuizioni di successo, ma per lo più buone intenzioni, letture ancora nell’ottica dell’autoconsumo, con poche eccezioni. Figurarsi la Romagna, in regno del vino da tavola, ma assente da tutte le carte dei ristoranti che contano. Baldi decide che è necessario approfondire: ormai gli è chiaro che le potenzialità del suo territorio sono indiscutibili. Grazie ai consigli dell’indimenticabile Luigi Veronelli, convolto nel progetto fin dall’inizio, si convince che la vocazione si esalti attraverso la zonazione, cui dedica molto del lavoro preparatorio di Castelluccio. A parcelle diverse corrisponderanno cloni diversi, come già succede in Francia, dove la concezione del cru risale, beati loro, al 1800. A Castelluccio i cru diventeranno i Ronchi.  L’idea di puntare alla migliore qualità possibile, senza imporsi limiti intellettuali, è il principio stesso della fondazione di Castelluccio.

Baldi, non a caso, sceglierà i sodali tra i giovani più antidogmatici della sua generazione. Per questo nel 1974, con l’intermediazione di una figura chiave come Gianfranco Bolognesi – poi patron della seminale Frasca di Castrocaro – appena eletto miglior sommelier d’Italia, arriva a Castelluccio un altro personaggio destinato alla leggenda come l’agronomo Remigio Bordini, anche lui lughese, direttore dell’azienda Sperimentale che a Tebano, sede staccata della facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, sta lavorando al censimento dei cloni di Sangiovese allo scopo di ‘fabbricare’ la DOC. Con lui studia i terreni alla ricerca delle barbatelle più adatte. C’è da dire che Castelluccio, pur collocato in zone impervie, ha la fortuna di sorgere su quella che è chiamata “Vena del Gesso”, una vasta area di calanchi creati dalla precipitazione dei sali di potassio quando, all’incirca sei milioni di anni or sono, nelle stesse zone c’era il mare, il paleoadriatico. I sottosuoli, soprattutto, sono ricchissimi, alternano marna e calcare, appena coperti da un sottile strato di terreno argilloso. Intorno, solo boschi, le aree in mezzo alle quali Baldi decide di piantare le vigne. 

I cloni (laboratorio) di Castelluccio

Quando con Remigio si selezionano i cloni, si decide di puntare su quelli scartati dalla DOC. Da una parte si progettavano vini per l’autoconsumo, quindi grande produttività e poca opulenza, dall’altra la poesia del vino d’autore, quindi rese basse ma, potenzialmente, enorme qualità. La strada quindi è tracciata. Si faranno impianti fitti e, dato il clima, ventoso e  soggetto a forti escursioni, verranno tenuti volutamente bassi, in modo da trasferire alle viti, per irraggiamento, il calore della giornata. Ma Baldi non si accontenta, perfezionista come è, Castelluccio dovrà diventare un laboratorio, una finestra sul futuro vitivinicolo, tanto che fin dall’inizio (fa impressione pensare che siamo appena alla metà degli anni ’70) decide di dedicarsi ad un’agricoltura sostenibile. Inerbimento, vigneti lavorati a mano, concimazioni esclusivamente organiche. I pochi trattamenti effettuati sono a base di rame, zolfo, cake. Attenzioni che si traducono in rese minimali, che lette oggi fanno rabbrividire: 20/25 quintali per i rossi, a seconda delle annate, addirittura 12 quintali per il bianco. Del resto Gian Vittorio era convinto che la vite, per produrre meglio, dovesse essere strumentalmente stressata.

Nel 2002, in una lettera a Lugi Veronelli scriveva: “Come è nato il Ronco del Re? Prendendo un vitigno acclimatato in una zona calda e tranquilla spaesandolo in una collina fredda e ventosa e facendolo ammalare… O moriva o diventava più forte e con maggiore identità”. Fa impressione pensare a quanto fossero profetiche quelle intuizioni, a quanto fosse si fosse spinto nel futuro quel pensare e discettare di vite. Anche perché poi fin dalle prime vendemmie (la prima è per l’appunto quella del 1975) ci si accorse che la produzione che usciva dalla campagna era incredibile. Svariati operatori che lavorarono a Castelluccio ricordano ancora oggi la materia prima migliore con cui abbiano mai avuto a che fare. Densità, maturazione fenolica, caratteristiche del frutto. Vendemmie tardive, certo, svolte tra ottobre e addirittura metà novembre (ma niente ice wine o botriti!), in condizioni decisamente estreme per esposizioni delle parcelle e pendenze, rendimenti come abbiamo visto minimi, ma qualità assoluta. 

Dalle vinificazioni sartoriali alle prime etichette

In cantina, dove le conoscenze tecniche della metà degli anni ’70, se vogliamo, erano ancora più empiriche, vigevano gli stessi principi della campagna. Nessuna approssimazione, solo grande, enorme rispetto per la materia prima. Si svolgono micro-vinificazioni separate per i singoli Ronchi, fermentazioni in acciaio o in grandi tini di rovere a temperature controllate, con cura maniacale prestata ai rischi ossidativi, grandi nemici dei vini del tempo. Per l’affinamento si usano barrique di rovere, scelte dopo molte riflessioni tra quelli dalla tostatura meno invasiva, prodotti nel Massif Central. Anche questa in controtendenza rispetto alle mode dei vini “caramellosi e vanigliosi” dei tempi. Dalla barrique si passa nuovamente alla bottiglia per un affinamento ulteriore di qualche mese, per garantire stabilità al prodotto finito oltre che una certa longevità. 

Il 1979 per Castelluccio è un anno fondamentale, che segna l’arrivo di un altro attore essenziale nella sua storia come Vittorio Fiore, enologo, che si affianca al giovanissimo Gian Matteo Baldi, secondogenito di Gian Vittorio, cui il padre, visto il precoce talento, ha affidato la cantina fin dalla prima vendemmia. Quando si parla di cantina in questo caso è improprio, perché Castelluccio in quell’anno non ha ancora locali di proprietà destinati alla vinificazione, tanto che utilizzerà gli spazi dell’Istituto di Tebano nel 1979 e quelli dell’azienda agricola dei fratelli Vallunga di Marzeno del 1980.

Escono le prime etichette: il Ronco del Casone e il Ronco della Ginestra nel 1979 e Ronco dei Ciliegi nel 1980, insieme a due altri blend mai più prodotti, ovverosia il Solano Bianco e il Solano Rosso, infine la prima ‘batteria completa’ nel 1981, che è anche la data della prima vendemmia svolta nei nuovi locali, che si devono integralmente agli sforzi di Gian Matteo Baldi. Ronco del Casone, Ronco della Ginestra e Ronco dei Ciliegi, più il primo Ronco del Re, le cui botti, dimenticate accidentalmente nelle cantine di Tebano, contengono una versione di Sauvignon Blanc che farà storia. Una volta completati i primi assaggi si realizza che quelli di Gian Vittorio e dei suoi collaboratori erano visioni profetiche, tanto le etichette sono stupefacenti, ai livelli non delle migliori bottiglie italiane ma addirittura di quelle internazionali. 

La storia di una terra “troppo avanti” per i suoi tempi

Che poi è questa la storia che ci portiamo dietro e dentro. La storia di una terra aspra, per molti aspetti ingrata ma capace di generare frutti incommensurabili. Ecco perché sono qui per cercare di riannodarla, per l’illusione che i fasti del passato siano ripetibili, perché la vite non dimentica, il suo mestiere è soprattutto questo, quello di ricordare. Un mestiere spietato, a volte implacabile, ma a suo modo coerente. 

Se vogliamo l’unico problema di Castelluccio fu di essere troppo avanti per i suoi tempi: la scarsa sostenibilità economica che ne derivò, evenienza che al giorno d’oggi pare inverosimile, fu alla base dell’altalenanza di eventi degli anni successivi. Diciamo intanto che lo storytelling montato da Gian Vittorio, ai tempi, fu di valore assoluto, da vero professionista della “percezione d’immagine” quale si considerava; i vini di Castelluccio finirono sulle tavole dei capi di stato, Francesco Cossiga e Michail Gorbaciov tra gli altri, fungendo da volano comunicativo anche per il mondo vitivinicolo romagnolo, che improvvisamente si vide catapultato sotto i riflettori. Eppure nemmeno la fama consacrata garantì serenità imprenditoriale. Paradossalmente, anche sotto la gestione di un giovane Attilio Pagli, arrivato al posto di Vittorio Fiore nel 1989 – e successivamente trasformatosi in uno dei più importanti enologi italiani – la rinomanza di Castelluccio rimase conclamata, con la release, nel 1990, del Ronco della Simia, vino misterico e dall’estratto mozzafiato che si trasforma in un altro successo. 

Tuttavia, dopo un ventennio in sella, nel 1996 Gian Matteo Baldi se ne va alla ricerca di una sua collocazione professionale lontana da Castelluccio, iniziando una carriera di enologo e poi direttore di cantine di grande successo. Anche Attilio Pagli abbandona nel 1998. Sembra l’inizio della fine. Nel 1999, invece, a sorpresa, 10 anni dopo la sua fuoriuscita, l’azienda diventa di proprietà della famiglia Fiore, di Claudio, il figlio di Vittorio, anche lui enologo, della moglie Veruska e, ovviamente, anche di Vittorio.

E arriviamo ai nostri giorni, al 2020, quando dopo una decade di appannamento e un lavoro preparatorio durato un anno, Aldo e Paolo Rametta, insieme al socio Cristiano Vitali, rilevano Castelluccio. Alla guida agronomica-enologica vogliono proprio Francesco Bordini, figlio di Remigio e sorta di prodigioso guru del Sangiovese e del territorio di Modigliana. Una storia che sta per essere ripresa per mano e, forse, anche accresciuta di altre memorabili pagine. Le prime release della nuova gestione sono alle porte, usciranno a giugno il Lunaria 2020 (un Sauvignon dal Ronco del Vento), il Bianco di Castelluccio (un Modigliana Bianco DOC Trebbiano/Albana/Sauvignon che farà scalpore) e poi, via via, le More 2020 e i primi Ronchi (il primo sarà il Sangiovese di Ronco dei Ciliegi, a novembre 2021), con diverse sorprese ma soprattutto un rispetto religioso della tradizione di Castelluccio.

A questo punto, ovviamente, scalpitanti per la curiosità mi chiederete delle prove di botte, al cui immenso privilegio sono stato ammesso, ma qui purtroppo il cronista deve farsi evasivo, ché la barricaia deve tacere affinché il vino parli. Quello che posso dire è che la conferma è tutta in quella prima intuizione, quella che guidò Gian Vittorio lungo le strade di Modigliana, a sfidare lo scibile per scrivere la storia. E poi che la vite non dimentica. È il suo mestiere, e anche, in parte, il nostro.

Quindi confidate, Castelluccio tornerà a ruggire. 

Fidatevi di me. Ruggirà, ancora e più di prima.

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