Kir


Il Kir non nasce nei bar scintillanti di Manhattan né negli hotel di Lima, ma in Borgogna, terra vini leggendari considerati un tempo nemmeno troppo lontano forse eccessivamente acidi.

Il Kir dissimula dunque questa acidità: un salvagente la cui storia comincia nel dopoguerra grazie a un uomo, Félix Kir, sindaco di Digione, che volle restituire dignità al cassis locale. Così nacque l’idea: allungare l’Aligoté con un goccio di Crème de Cassis, che andava ad ammorbidirne la percezione, come una carezza sulla durezza e la mestizia del vivere quotidiano.

Più che un cocktail, dunque, un atto di amor proprio.

Non fu dunque l’estro dei barman determinarne i natali, ma la necessità di rappresentare un territorio e costituire un’identità del bere più leggera e al contempo più piacevole. Così accade che, nel calice, un lampo rubino indora l’asprezza del vino (qui la ricetta IBA), antesignano di un cocktail oggi tanto capillare come il nostrano Spritz.

A differenza dello Spritz però il Kir vanta numerose varianti, la più famosa delle quali è il Kir Royale, in cui viene utilizzato lo Champagne. Altri varianti famose sono “on the Skyy” (con vodka), il “Normand” e il “Breton” (con sidro normanno o bretone), il “Peche” (con liquore di pesche), il “Petillant” (con sparkling), il “Berrichon” (con vino rosso e creme de mures) e il Tarantino (con birra, chiamata anche Kir Beer).

Sta molto bene con tutti i crostacei, meglio se crudi, ma anche con dolci cremosi o a base di frutti di bosco.

Foto cover powered by ChatGPT

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