Passione Gourmet Ventolaio - Passione Gourmet

Ventolaio

Vino
Recensito da Leila Salimbeni

Dove finisce e dove incomincia la strada

Benché ci finisca la strada, nel “piccolo mondo antico” di Ventolaio, si ha la sensazione che qui, in un certo senso, ne cominci anche un’altra. E se ad approfondirlo questo universo potrebbe sembrare non poi tanto “piccolo“, di certo non si potrà negare che si tratta una dimensione appartata, raccolta e, in un certo senso, privata dell’esistenza: una sensazione confermata, questa, dalla tendenza ad andare per conto proprio, senza scorciatoie, scegliendo non di rado la strada meno battuta, che è sempre anche la più impervia (oltre che la più impopolare).

La famiglia Fanti l’ha scelto, il Ventolaio, anche come residenza privata, e ciò non stupisce perché siamo al cospetto di un luogo arioso e riposante, cui si accede dal Passo del Lume Spento, la cosiddetta “vetta” di Montalcino, nei confronti della quale è ubicata a sud/sud-est, proprio dirimpetto al Monte Amiata sullo sfondo. Ma oltre a questa veduta di insieme, a colpire è la miniatura dei dettagli che si ritrovano non solo a conoscerla, questa azienda, ma soprattutto a saggiarne i vini, che sempre rifuggono le classificazioni e le approssimazioni che invece riguardano, e per forza di cose, una denominazione tanto imponente come quella del Brunello di Montalcino, dove l’azienda è ubicata.

Vini che rappresentano uno stile preciso e un gusto e una traiettoria netti al punto che non stupisce che essi siano ormai conosciuti anche presso gli appassionati, che riconoscono loro il coraggio della spontaneità, dell’espressività, della leggerezza e del respiro, anche nelle annate calde, ovvero quelle, sempre più numerose, che destano maggiore preoccupazione presso tutta la Denominazione.

Chiaramente, va detto che dietro a queste peculiarità espressive albergano ragioni di ordine sia agronomico che enologico. Il vento, da cui l’azienda mutua il nome, vi si autoalimenta al Ventolaio data l’esatta ubicazione, tra poggio e fondovalle, dei vigneti, stretti come sono tra il mare da un lato e il Monte Amiata dall’altro. L’altitudine a 480 m. s. l. m. e il suolo, solcato di galestro e scheletro, ne slanciano ulteriormente il profilo mentre l’uomo e, in particolare, gli uomini e le donne della famiglia Fanti ne scolpiscono i tratti, optando per scelte impopolari come la fermentazione spontanea che, però, è anche figlia dell’equilibrio fito-sanitario delle piante che, sempre grazie al vento, vedono pochissimi trattamenti.

Essendo, poi, tutti i vigneti disposti a corpo unico intorno all’azienda, la differenza tra Rosso, Brunello e Riserva è qui decretata dall’anzianità delle viti (lo faceva anche Franco Biondi-Santi) oltre che da una vinificazione leggermente più lunga per Brunello e Riserva, che si spinge fino a 45 giorni di macerazione sulle bucce. Quanto alla maturazione, essa avviene in botti grandi da 30 ettolitri per un periodo che dura dai tre ai quattro anni, a cui sempre segue un periodo di riposo – e respiro – in cemento.

Così, entrando nel vivo della degustazione, scopriamo per dire che Campo dei Colti non è una Selezione da intendersi nella maniera codificata dal Disciplinare, bensì l’esatta trasposizione di un’annata particolarmente felice per Ventolaio, come la 2017, in un appezzamento che l’illuminato enologo Maurizio Castelli – schivo ma popolarissimo maestro del Sangiovese già in forze presso Mastrojanni e Le Macioche, per dirne due – ha presagito in tutta l’originalità e, allo stesso tempo, la struttura e la longevità che lo contraddistinguono, al punto da decidere di enfatizzarla mediante una etichetta a sé stante, figlia, in questa prima annata, della maturazione in botti nuove. Così, e a differenza di altri 2017, questo vino smentisce la proverbiale prontezza dell’annata (calda), esigendo un lungo affinamento in bottiglia ed esortando dunque a lasciarla in cantina per qualche anno, almeno fino a quando non uscirà la seconda edizione di Campo dei Colti, la 2019, che si troverà anche nella versione Brunello di Montalcino Riserva.

E, a proposito di Riserva, se è già stato detto che essa proviene dalle vigne più vecchie, di circa 30 anni, di certo non è stata abbastanza enfatizzata la miniatura ch’essa rappresenta a sua volta visto che se ne produce una quantità limitatissime, di appena 1200/1500 bottiglie. La 2016, in particolare, è figlia di un’annata considerata ecumenicamente felice (del resto a Ventolaio la Riserva si produce solo in annate perfette) che ha portato a una macerazione di 25-30 giorni e una maturazione in botti da 15 ettolitri per circa cinque anni e mezzo. Curioso il fatto che, a questa esegesi, segua un affinamento in bottiglia la cui durata dipende solo ed esclusivamente dal senso di discernimento della famiglia Fanti che, tanto per cambiare, ne decide ogni dettaglio.

Ebbene, al momento del nostro assaggio la Riserva colpisce in pieno viso per il fitto, compatto repertorio di frutta nera, fiori scuri e spezie piccanti, adagiati su un tessuto palpitante e dinamico che il tannino autorevole incalza, innervandosi di acidità e foderandosi di sale. Una bevuta, insomma, che si colloca nel perfetto punto di equilibrio, e tensione, tra bevibilità immediata e velleità di invecchiamento.

Dello stesso livello di cesellatura, ma con gradienti diversi di importanza, sono anche il succoso, salato e profondo Brunello e il trasognato ed eloquentissimo Rosso, capaci, benché su corde diverse, di parlare appieno del genus loci di questa cantina che tanto ci tiene a identificare se stessa con l’esatta indole di questo luogo, mediante vini ariosi, decisi e consolanti, punteggiati di innumerevoli salienze che si trovano presenti e in un certo senso anzi esultanti anche nel bel rosato Spiffero, anch’esso di Sangiovese.

Che Ventolaio sia, del resto, interamente votata e vitata a Sangiovese, lo si capisce già a una prima occhiata alle bottiglie e ai vigneti, disposti a corpo unico, in 18 ettari, tutti intorno alla storica cantina di affinamento che corrisponde anche al piano interrato della casa di famiglia. Ma nulla di quello che si intuisce qui, del resto, finisce per esser diverso da quello che questa azienda di fatto poi è, così come dimostrano sia i vini che gli uomini e le donne di Ventolaio.

Una coincidenza possibile, questa, assecondando un principio di esatta, felice coerenza, che balza agli occhi già in un primo momento, guardando negli occhi profondi e trasparenti di Maria Assunta e Manuele, mentre in quelli di Baldassarre si scorge fermezza e umile pragmatismo in quelli di Luigi. E potremmo continuare se solo la questione non diventasse poi troppo personale, troppo familiare, appunto, anche per noi che ne scriviamo.

Perché scrivere e degustare altro non significa che conoscere il sé, e l’altro da sé, in profondità e trasparenza, come fossimo tutti nudi di fronte a un bicchiere di vino. Ma questa è, dopotutto, un’altra storia; un’altra strada, appunto, che incomincia là dove ne finisce un’altra.

* I vini di Ventolaio sono distribuiti da Partesa.

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