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Il vino artificioso rende stupido il palato?

Vino
Recensito da Gae Saccoccio

Come l’enologia moderna sta manipolando il nostro gusto

Nicholas Carr nel 2008 scrisse un articolo per The Atlantic intitolato Is Google making us stupid? Poi ha sviluppato ulteriormente il tema in un libro pubblicato nel 2010 (uscito da noi nel 2011 per Raffaello Cortina Editore) intitolato Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello. È un libro ben scritto e soprattutto ben pensato. Carr mostra una raffinata capacità di sintesi su argomenti molto ampi e complessi quali l’evoluzione del cervello umano nei secoli. Sulla scia degli studi più recenti di biologia e neuroscienze, l’autore articola la sua tesi sulla teoria che il cervello sia un organo plastico (che non significa elastico) niente affatto rigido e questo implica una stretta connessione con il progresso umano, con le vere e proprie mutazioni antropologiche dovute alle innovazioni tecnologiche soprattutto le “tecnologie intellettuali” quali la misurazione del tempo attraverso gli orologi, il mappamondo, l’abaco, la macchina da scrivere, il computer e internet appunto. 


<<È chiaro che la Rete è diventata, nei soli vent’anni trascorsi da quando Tim Berners Lee scrisse il codice per il World Wide Web, il mezzo preferito per la comunicazione e l’informazione nella nostra società. L’ampiezza della sua sfera d’azione e la quantità dei suoi utenti sono senza precedenti, anche per gli standard dei mass media del xx secolo. Il suo impatto è enorme. Per scelta o per necessità, abbiamo abbracciato il modo frettoloso di raccogliere e distribuire informazioni tipico della Rete fino al “sovraccarico informativo” (information overload). (…) Quando ho cominciato a preoccuparmi del fatto che il mio uso di Internet potesse cambiare il modo in cui il mio cervello elaborava le informazioni, inizialmente ho cercato di resistere a questa idea. Sembrava ridicolo pensare che giocherellare con un computer – un mero strumento – potesse alterare in modo profondo e duraturo ciò che succedeva nella mia testa. Ma mi sbagliavo. Come hanno scoperto i neuroscienziati, il cervello – e la mente cui esso dà origine – è sempre un “lavoro in corso”. Ciò vale non soltanto per ognuno di noi in quanto individuo. È vero anche per tutti noi in quanto specie.>>

Insomma, il progresso tecnologico non procede in maniera autonoma rispetto all’evoluzione dell’individuo e l’utilizzo degli strumenti inventati dall’uomo sono condizionati da imperscrutabili fattori di natura politica, economica e sociale.

Se proiettiamo questo ragionamento in ambito enologico ecco che ritroviamo senz’altro l’utilizzo di alcune tecnologie necessarie alla produzione di vini artigianali ben fatti in contrapposizione a troppi vini artificiosi, fatti benissimo, attenzione, ma sterili e privi di energia.

Non c’è alcun dubbio che l’iper-produzione e la moda abbiano sovra-alimentato negli anni un intero settore eno-gastronomico a colpi di solforosa, enzimi e coadiuvanti tecnologici così da condizionare e assuefare subdolamente gusto/palato a milioni di persone sparse per il pianeta. Oggi, ad esempio, nell’industria enologica i grossi investimenti delle ricerche non sono tanto proiettati sulla viticoltura ogm quanto sui vitigni resistenti, ma il punto è sempre lo stesso quando sono in gioco tanti interessi, gli aspetti più stimolanti e avventurosi della ricerca scientifica vengono snaturati all’origine e accaparrati dalle solite lobby di approfittatori – professori universitari, vivaisti, agronomi, enologi, botanici – e la ricerca va a farsi benedire a favore di gruppi d’interesse grezzamente sciacalleschi. Oramai, con il pretesto ipocrita della sostenibilità ambientale mascherata da un ecologismo solo di facciata, si applicano le nanotecnologia per ri-costruire in laboratorio il gusto di un vino modificando le componenti molecolari dell’uva. Tanti costosi “vini di pregio” firmati da celebri enologi supportati da roboanti campagne pubblicitarie, mi suggeriscono sempre un po’ l’idea di qualche impresa buffonesca o baracconata di marketing, come se uno scribacchino naïf si svegliasse una mattina di gennaio 2022 e affermasse che ha appena scritto Guerra e Pace, sostituendo il proprio nome a quello di Tolstoj. Ripensando il titolo del libro di Carr direi quindi: Il vino artificioso rende stupido il palato? Come l’enologia moderna sta manipolando il nostro gusto.


Strumentalisti versus deterministi

In questo ambito si inserisce a pennello il tema dibattuto dei “vini naturali”. Così come ricorda Carr nell’universo digitale è avvenuta una polarizzazione incolmabile tra entusiasti e scettici del Web (strumentalisti e deterministi), dove <<i primi preconizzano una nuova età dell’oro dell’accesso e della partecipazione mentre i secondi lamentano l’avvento di nuovi secoli bui di mediocrità e di narcisismo>>. A pensarci bene lo stesso scisma tanto drammatico quanto irrecuperabile è avvenuto nel mondo del vino tra convenzionali vinnaturisti. Automatizzare la vigna, semplificare le fermentazioni spontanee con i lieviti selezionati e le temperature controllate incorre senza dubbio a un appiattimento del vino e ad una implacabile sottrazione di complessità. La questione sia etica che estetica di fondo è quella di tenere quanto più ampia possibile l’apertura delle variabili di rischio. L’incognita del mantenere vivi i fattori d’azzardo e incontrollabilità fa la differenza ed è la soglia creativa sulla quale spesso si misura il manico (l’irresponsabilità in termini monetari) dei vignaioli. La complessità di un vino è fatta anche dai margini d’errore, dalle sviste ed altre variabili incontrollate/incontrollabili vivaddio, che dal mio punto di vista rendono unico e irripetibile quel vino, riflettono cioè la cifra fallibile ma spontanea della mano umana del vignaiolo/a. Invece quando il vino viene prodotto secondo i protocolli omologanti, gli schemi ottimizzanti dell’enologia standard lo rendono automaticamente anonimo e insulso come probabilmente sarà la pizza robotizzata del di cui leggevo tempo fa: perfettina ma grigia. Pizza automatizzata che presumibilmente incontrerà i gusti sterili di un’umanità sempre più assuefatta a ingredienti sintetici, un’umanità altrettanto perfettina e grigia. 

Il profeta della comunicazione Herbert Marshall McLuhan, nel memorabile capitolo intitolato “L’amore degli aggeggi” (1964-1967), anticipando di decenni le speculazioni deliranti del transumanesimo attuale, scriveva in Gli strumenti del comunicare: <<Il nostro ruolo essenziale sarebbe quello di produrre strumenti sempre più sofisticati – per “fecondare” le macchine come le api fecondano le piante -, fino a quando la tecnologia non avrà sviluppato la capacità di riprodursi da sola. A quel punto diventeremo superflui.>>

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