Passione Gourmet Domaine Jean Macle & Guerra e Pace - Passione Gourmet

Domaine Jean Macle & Guerra e Pace

Vino
Recensito da Gae Saccoccio

Jean Macle e Guerra e Pace: il caos in cui siamo impantanati


Il mondo in cui siamo è un diabolico generatore di caos. Un megafono immenso attraverso il quale si propagano – si propagandano – le infinite visioni del mondo intensificate dagli strumenti digitali che pretendiamo di usare ma che in verità ci usano. Immaginiamo una chat planetaria di whatsapp nella quale ognuno di noi si ostini a manifestare le proprie opinioni futili sul tutto e il niente, moltiplicate per miliardi di altri individui che esprimono altrettanto la propria futilità d’opinioni, credendo magari di manifestare punti di vista e osservazioni di fondamentale importanza per le sorti del pianeta, e avremo un’immagine piuttosto verosimile della Babele apocalittica in cui siamo impantanati: un’oceanica marea di puttanate online. Su quest’Atlantico infernale di futilità sono costretti a navigare anche coloro i quali – siano essi autori o lettori – mantengano una certa distanza culturale dall’esibizionismo vacuo delle masse o che comunque non si allineano al gioco al massacro del tuttologismo fittizio globalizzato. Anche starsene sobriamente in disparte a praticare il silenzio metodico si deve sottostare alla amara legge della megafonite amplificatoria delle stronzate altrui. Per quanto snob e aristocraticamente superiori si voglia apparire, non si sfugge al vortice delle cazzate infinite di chiunque, è una piaga diffusa che ormai ha permeato tutto e tutti, è un ossigeno contaminato che contribuiamo ad inquinare e che perciò siamo costretti a respirare per nemesi storica. I massimi sistemi della politica dell’economia dell’estetica dell’etica della scienza della società, sgretolano tutti come castelli di sabbia davanti alla devastante insensatezza del nostro stare al mondo, ancor più insensato proprio quando vogliamo gonfiarlo invano di significati egocentrici e forzare la mano con il nostro osceno antropocentrismo da quattro soldi che nell’era di Instagram e di Facebook si condensa nei nostri selfie con le bocche strette a culo di struzzo mentre elenchiamo compiaciuti, i soliti, stomachevoli descrittori di qualche vino farmaceutico ultrapremiato e pluricelebrato da greggi di stolti. 

I fiorellini d’assenzio


Il principe Andrei Bolkonsky, protagonista disincantato di Guerra e Pace, poco prima di essere ferito a morte sul campo di battaglia a Borodino, non pensa a nulla mentre annusa il profumo forte e amaro dei fiori d’assenzio. Tolstoj ha un tocco unico, un afflato grandioso nel descrivere dettagli all’apparenza tanto banali come questi più che nelle epiche scene di guerra o nei movimenti di massa inesorabili della Storia.
<<(…) ora strappava dei fiorellini d’assenzio che crescevano sui limiti del prato e, soffregandoli fra le palme, ne aspirava l’odore amarognolo e forte. Di tutto il lavoro fatto nel suo pensiero il giorno innanzi non restava più nulla. Egli non pensava a nulla.>>
Quel non pensare a nulla poco prima di essere colpito a morte del principe Andrei, è un messaggio altissimo che il grande scrittore russo ci lascia come un sotterraneo testamento spirituale, un sentimento di devozione mistica verso il mondo percepito attraverso il senso più primitivo e meno allenato che abbiamo, cioè l’olfatto “il profumo forte e amaro dell’assenzio”. Davanti a quel non pensare nulla, non c’è guerra o pace che tenga, non c’è conquista militare, strategia difensiva e d’attacco o seduzione amorosa che possa reggere al confronto, tutto viene azzerato da quel contemplativo non pensare a nulla e lasciarsi inebriare dal profumo forte e amaro dei fiori d’assenzio sfregati dalle mani disincantate che di lì a qualche minuto smetteranno di pulsare, raggelate dalla morte violenta.
Ora diciamo pure che a partire da chi il vino lo produce a chi lo beve a chi lo racconta, è tutta una macchinazione di opinioni futili, un alternarsi di guerra e pace continui fatti di sproloqui autocelebrativi che non tengono minimamente conto di quanta velleitaria pochezza faccia da nutrimento a tutto il comparto enologico. A questo punto, se siete arrivati a leggere fin qui, vi starete senz’altro chiedendo se l’opinione più futile di tutte non sia proprio quella enunciata dall’autore di queste righe che a torto o a ragione ha intitolato questa rubrica Vino & Cenere.

Sentimento salato d’oblio dolce

Tra i vini che certamente incontrano meno il favore del pubblico, e menomale per chi invece li adora, ci sono i vini ossidativi, i Vin Jaune del Jura (vini gialli dorati color della paglia, vini pas “ouillé” cioè a botte scolma), affinati in botti di rovere sotto un velo (“vin de voile”) di lieviti indigeni. Le vigne di Jean Macle si trovano nel cuore della denominazione Château Chalon, su un pendio scosceso ricoperto da pietre di calcare, alle pendici di una parete rocciosa. La scelta e la volontà di piantare vigne su terreni dove nessuno, all’epoca, riteneva possibile avventurarsi, esprime la determinazione e la passione dei vigneron eroici per i vigneti di Château-Chalon. La proprietà comprende una dozzina di ettari vitati, di cui solo il 30% è a Savagnin mentre il resto è Chardonnay. Le due AOC del Domaine sono l’AOC Côtes du Jura e l’AOC Château-Chalon. Dal 1958 la commissione di controllo passa nelle vigne poco tempo prima della vendemmia (tardiva) per verificare che i grappoli d’uva rispettino i requisiti stringenti per rientrare nella denominazione comunale, per cui il Vin Jaune non è prodotto ogni anno. Il Domaine Jean Macle c’è dal 1850, la gestione agricola è in agricoltura biologica dal 1966, nessun uso di insetticidi, né fungicidi o prodotti sistemici. Viti impressionanti per la vertiginosa ripidità dei pendii e l’unicità dei paesaggi. La proprietà oggi è gestita da Laurent Macle (settima generazione di vignaioli). Si trova nel villaggio di Château-Chalon che è anche il nome della denominazione, la più celebre e storica AOC del Jura, una singola collina di soli 19 ettari da cui si produce il Vin Jaune ottenuto dal vitigno Savagnin. Le uve, raccolte in vendemmia tardiva sono invecchiate in piccole botti di rovere da un minimo di sei anni e tre mesi, anche se alcuni produttori invecchiano il loro Vin Jaune fino a 10 anni o più in botte. Le botti di rovere leggermente porose sono intenzionalmente non del tutto ermetiche e quasi il 40% del vino evapora nel corso degli anni. Non vengono effettuati rabbocchi e sulla superficie del vino si sviluppa uno spesso strato di lievito flor, una schiumetta bianca, che aiuta a prevenire l’eccessiva ossidazione. Per il vecchio Jean Macle, più la voile è delicata, più il vino lo sarà altrettanto. Attaccata ad ogni botte c’è un piccolo beccuccio che sta sotto la superficie del vino, in modo che possa essere assaggiato periodicamente senza disturbare il delicato ecosistema del velo di flor. Il metodo di invecchiamento è simile a quello utilizzato per lo Sherry Fino in Spagna, alla Vernaccia di Oristano e alla straordinaria Malvasia di Bosa rispettivamente in Sardegna. Questa bottiglia di Côtes du Jura Blanc 2015 è la cuvée Tradition a base di Chardonnay (80%) e Savagnin (20%) con rese di 30 ettolitri per ettaro. Rispetto allo Château Chalon è un semi-ossidativo, svolge la fermentazione malolattica in cemento e invecchia “solo” 3 anni sotto il velo di flor in barriques.Lo struggimento dolceamarognolo che vini simili riescono a trasmettere ai nostri sensi è della stessa fibra umorale dei fiorellini d’assenzio sfregati dal Principe Andrei Nikolayevich Bolkonsky nella pienezza inconsapevole della sua vita in carriera, quando lui “non pensa a nulla” e neppure sospetta che sarà colpito a morte nel giro di poco all’improvviso sul campo da dove si apprestava a dar battaglia al nemico. Gusto deciso, “forte e amaro” di noci, mandorle, aromi speziati, umami, melette Annurca cotte al forno. Un sentimento di oblio mielato e disincanto al sapore d’acqua marina e marzapane. Il sale della terra. La gradevolezza evanescente, la magia istantanea del non pensare a nulla se non al sorso successivo del salmastro Domaine Jean Macle – Côtes du Jura Blanc 2015: futilità sublime e velleitaria illusione d’eterno nel bicchiere dopo bicchiere fino al fondo della boccia.

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