Passione Gourmet Muraje – Passione Gourmet

Muraje

di Erika Mantovan
Che cos’è la fatica? Bersi il proprio sudore, abbarbicarsi in un sentiero per privarsi di ogni momento libero a disposizione per raggiungere un obiettivo. Potare, tagliarsi, sedersi su un gradino, mangiare un frutto, rispondere al telefono: “Si, in serata controllo le ultime terrazze” e concedersi un primo respiro di brina notturna e abituarsi a convivere con qualche richiamo di rapace notturno ai piedi del monte Mombarone.
È questo lo scenario in cui vive la coppia formata da Federico e Deborah Santini che, a Carema – un miracoloso microcosmo al confine con la Valle d’Aosta – è riuscita a collezionare quasi un 1,5 ettari di vigne sparsi in quasi 40 diversi appezzamenti. Una vera impresa considerando la superficie di questo piccolo – eroico – anfiteatro del Piemonte, inferiore ai 20 ettari, arredato da pilun e travi portanti dell’architettura topiaria (topia=pergola) caremese magnificamente rappresentate nelle etichette. Illustrazioni sincere in cui ogni tratteggio richiama le fatiche di coltivare l’uva nebbiolo, qui nota come picutener e pugnet, con quest’ultima studi recenti hanno dimostrato essere una varietà diversa dalla bacca impiegata per Barolo e Barbaresco. Infatti i grappoli sono piccoli come un pugno, ricchi e dal lungo ciclo vegetativo. D’animo chiuso ma fiduciari del tempo. I vini di Carema non temono infatti il confronto quando si parla di serbevolezza, e in quesi ultimi chilometri al confine del Piemonte, nelle terrazze di origine fluvioglaciale e morenica, i filari di nebbiolo certificano in un’ampissima distesa di pergole la propria presenza creando un’architettura quasi fiabesca. Le pietre si fanno scalini naturali per accompagnare Federico e Deborah al confine del bosco ma anche tra le piccole case, quasi tutte con un piccolo prato dove il distinguo sta proprio nella posizione di un pilone quasi sempre eroso e abbandonato.
L’idea di costruire un progetto scorre nelle vene dei due per qualche anno e nel 2012 finalmente ecco che la fatica diventa materia: c’è una prima annata prodotta, quasi per gioco, grazie al supporto di un amico a Carema, un vin de garage che dà la forza per proseguire con l’acquisizione di altri piccole terrazze nel 2014. Quei muretti a secco usati per le terrazze presenti fino a 700 metri, in dialetto locale prendono il nome di Muraje.
Ebbene il nome è scelto, l’azienda Muraje simboleggia in toto il sacrificio della coppia che vede nel 2015 un primo debutto con la produzione di un rosso non ancora catalogato come Carema DOC, messo a fuoco nel millesimo successivo quando arriva sugli scaffali delle enoteche il Sumié. Per inciso, l’assenza della denominazione in etichetta è data dalla vinificazione fuori zona resa possibile dal supporto dell’amico di Boca, in Alto Piemonte, Christoph Kunzli dell’azienda Le Piane.
Uno scalino in più è compiuto con la realizzazione della cantina, nella primavera del 2017.
“Non un attimo per riprendere fiato ed è già tempo della terza vendemmia”: il Carema DOC Sumié 2017 (il primo con la DOC) è ora in commercio, e con una produzione di appena 1342 bottiglie e 35 magnum a cui si accompagna un altro rosso: Lasú (60% nebbiolo e 40% tra neyret, vernassa, ner d’ala) il cui nome in dialetto è raffigurato con una delle travi delle topie canavesane.
Entrambi i vini sono frutto di basse rese, in vigne di 50 anni media di età, di circa 40/50 Qt/ha (la metà prevista dal disciplinare di produzione). L’attenzione in vigna, l’uso dei lieviti indigeni, le fermentazioni spontanee e le lunghe macerazioni con le bucce (2/ 3 mesi) a cui segue un affinamento in tonneau sfiniti, regalano una sensazione di freschezza e durezza, come il camminare in queste pendenze. Il vino ci confida una concentrazione e una richiesta di riposo in vetro. Il Carema DOC Sumié (50 euro) non è un semplice sorso, è un’ esercitazione di volontà il cui influsso è reso ancora più vincente da una ordinaria consapevolezza delle proprie capacità e dall’ardore per la materia prima scelta e desiderata, per sé, da così tanto tempo da non vedere il confine tra sogno e realtà.
Una grande, ferace passione annulla le fatiche: a distanza di qualche mese dall’imbottigliamento il vino è prospettico, fantasy nei suoi aromi di violetta e rose blu. Tannino canonico e totalmente in embrione nella sua appena accennata sapida pungenza ma figlio comunque di un millesimo caldo percepito in un sorso ampio e carnoso.
È quasi giorno, immaginiamo Federico scendere in cantina con l’ultimo bagliore della Luna.

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