Passione Gourmet Relais Bernard Loiseau, Chef Patrick Bertron, Saulieu, Bourgogne (Francia), di Luca Canessa

Relais Bernard Loiseau

Ristorante
21210 Saulieu, Bourgogne, France
Chef Patrick Bertron
Recensito da Presidente

Valutazione

17/20 Cucina prevalentemente classica

Pregi

  • Un locale pregno di storia, ma ancora vivo ed attuale

Difetti

  • Il conto, non per tutte le tasche
Visitato il 05-2013

Notre métier, notre mission, consiste avant tout à donner du bonheur à nos clients. Jour après jour”.
Le parole di Dominique Loiseau esprimono alla perfezione la filosofia che qui impera.
Bernard Loiseau dal 1975 al 2003, anno della sua tragica e prematura scomparsa, ha portato questa maison alle stelle, anzi alla terza stella conquistata nel 1991 e mai più persa, coronando così il sogno che cullava fin dai tempi dell’apprendistato dai Troisgros: “un jour, j’aurai 3 étoiles !”.
Quante storie potrebbero raccontare questi muri.

Quella di un uomo che non ha sopportato il peso del mondo, il brusio della gente, fino a farsi divorare da quel buco nero che, grande o piccolo, alberga in ogni uomo.
O quella di un secondo, Patrick Bertron, che da un giorno all’altro si è trovato tre stelle puntate sul petto, lui, che dopo 10 anni di totale controllo sulla cucina, è ancora per tanti solo un onesto esecutore, niente di più, un eterno secondo. Un grande cuoco invece, con due spalle enormi per reggere un’eredità che avrebbe messo in difficoltà chiunque e che invece lui ha condotto con personalità negli anni duemila. Del resto era lo stesso Loiseau a dire: “Patrick cucina Loiseau meglio dello stesso Loiseau”.
E poi lei, Dominique, tanto carisma da poterlo percepire nell’aria: al suo ingresso in sala, siamo certi di aver contato almeno cinque secondi di totale silenzio, come se una regia nascosta avesse calato il buio e acceso un riflettore solo su di lei. Una sola parola: classe.
Eppure, entrando nel Relais Bernard Loiseau, non ci si sente schiacciati dalla storia né tantomeno aleggia una sensazione di malinconia o di stanchezza. La prima sensazione che si prova è quella di trovarsi in un posto bello, curato, vivo e al passo con i tempi. Non è certamente un tre stelle in formalina.
Nessun dettaglio è lasciato al caso: si prende l’aperitivo, si studia il menù e la monumentale carta dei vini comodamente seduti in salotto. Una sala di grande mestiere, precisa e puntuale: vedere sporzionare al gueridon la poularde è l’immagine migliore di quanto possa essere sublime l’arte del servizio.
La cucina è oggi il regno di Bertron, una cucina di territorio, ma non statica, molto attenta al prodotto, rigorosa e tecnicamente ineccepibile. Il motto del suo Maestro non è caduto nel vuoto: “le goût, le goût, toujours le goût!”
Lo chef porta in tavola i prodotti di stagione e del territorio cercando di esaltarli attraverso cotture delicate, salse leggere con il minimo indispensabile di grassi aggiunti, senza stravolgere la texture, ma puntando esclusivamente a concentrare ed esaltare al massimo il gusto nei piatti proposti.
E’ celebre il lavoro di alleggerimento delle salse svolto da Loiseau assieme al suo fido scudiero: le famose salse all’acqua, riprese ultimamente anche da un famoso chef italico che cerca nell’ingrediente la risposta a tutte le domande, proprio come faceva il duo Bernard-Patrick.
Ma non si può capire Bertron senza prima capire Loiseau. E niente può spiegare meglio la cucina di Loiseau-Bertron delle parole di Loiseau stesso. Ecco cosa diceva Bernard in una delle sue numerose interviste:
Bisognerebbe poter riconoscere quello che si sta mangiando, per cui io non faccio evaporare nella ricetta vini o altri alcolici, perché questo farebbe cambiare il gusto. Non faccio nemmeno raddensare le salse con la farina o l’albume. Nemmeno panna, né fond, né demi-glace, nessun fumet, niente grassi salvo per un pochino di burro quando faccio saltare le cose, che poi asciugo con un panno di carta. Non c’è ristorante in Francia che usi tanta carta quanta ne usiamo noi. Quando si tratta di fare una salsa, gli altri mettono mano ai vasetti di crème fraîche. Io uso l’acqua. L’acqua è la cosa migliore del mondo. E’ completamente neutra, per cui adotta esattamente il sapore dell’ingrediente. Si ottiene il vero sapore. I clienti non vogliono più mangiare la panna. Qui puoi pranzare e serbare ancora un po’ di appetito per la cena. Sto ribaltando tutto quanto. Fra dieci anni tutti vorranno mangiare in questo modo”.
Forse troppo avanti per la clientela dell’epoca: qualsiasi esercizio commerciale deve confrontarsi con l’impatto che hanno le idee sui gusti della gente. Bernard fu costretto a fare una leggera marcia indietro, lui che stava pericolosamente per essere identificato come il Crociato anti-salsa. Una posizione troppo forte per la Francia di venticinque anni fa, ma forse anche oggi.
Si racconta che un grande amico di Loiseau, il mitico Bocuse, amante alla follia di battute e scherzi , camminando con alcuni colleghi vicino a un fiume disse: “Bisogna dirlo a Bernard! Guardate quanta buona salsa sprecata!”. La frase fece il giro di Francia.
Chissà se fu questo a convincere Bernard, fatto sta che smise di parlare di salse all’acqua.
Ma non si mosse di un passo rispetto al suo vero credo, quella “cuisine des essences” a cui aveva dedicato una vita intera di lavoro.
Tornando al presente, in carta ci sono, come è logico, i classici della Maison e del Maestro, ma accanto ad essi troviamo anche preparazioni più legate a Bertron, che viaggiano su binari paralleli senza mai scontrarsi, ma integrandosi alla perfezione in questo ingranaggio ultra collaudato.
La nostra visita ha ampiamente superato le attese, abbiamo trovato la cucina in grande forma: cotture millimetriche, salse tirate alla perfezione.
Non tutto impeccabile: un appetizer discutibile, una entrée leggermente sapida.
Certo, dettagli di fronte alla cesellatura delle verdure o all’intensità di gusto di quel jus iodé aux accents de tourbe.

Un capitolo a parte merita la Poularde à la Vapeur Alexandre Dumaine: un piatto storico, ripreso e alleggerito da Loiseau che eliminò del tutto la panna. Non abbiamo dubbi a inserire questa Poularde nella lista dei capolavori gastronomici che qualunque appassionato di cucina dovrebbe provare almeno una volta nella vita. E’ necessaria un’ora e 45 minuti di preparazione per questa meraviglia (quindi ricordatevi di prenotarla in anticipo se non volete aspettare troppo al tavolo).
“…in una grossa casseruola di cotto sigillata con un panno, l’animale, ripieno di una julienne di verdure arricchita con fegatini di pollo, foie gras e tartufo, sta su un treppiede sopra un ricco bouillon composto di tre jus, di pollo, ali di pollo e vitello, e un contenitore separato pieno di cognac, porto ed essenza di tartufi. Ripieno all’interno e abbigliato a lutto all’esterno, cioè annerito da fettine di tartufo inserite sotto la pelle, il pollo viene cotto al forno dal vapore che sale dal bouillon e dai liquori al tartufo…”
(tratto dal libro “Il Perfezionista – Vita e morte di un grande chef”, Ed. Ponte alle Grazie, 2006).
La pasticceria non è da meno: Benoît Charvet si muove con disinvoltura sia nei classici, vedi la fantastica Saint Honorè (che ci ha fatto pensare al grande Philippe Conticini) che in preparazioni più personali come il Saveurs exotiques croustillant-fondant di mango e patata dolce al cocco di rara perfezione.
Carta dei vini importante e ricca, ma anche fruibile e corretta nei prezzi: esempio lampante il nostro Chambertin proposto ad un costo più che allettante.
Insomma, una grande sosta, che consigliamo vivamente di visitare almeno una volta nella vita, per conoscere la cucina di quell’autentico mito che è stato Bernard Loiseau, ma anche per comprendere come può ancora essere attuale e stimolante una grande Maison francese.

L’aperitivo: salatini al formaggio.

Da sinistra: bon bon di foie gras e gelatina al vino, bicchierino con pomodoro, aglio e origano e crocchetta fritta di pesce.


Burro, sale di Guerande e burro salato.

Il pane

Amuse-bouche: bouillon di melone, prosciutto croccante, spuma di latte, un inizio così così, troppo brodoso, poco incisivo, da rivedere.

Jambonnettes de grenouilles à la purée d’ail et au jus de persil: uno dei piatti simbolo di Loiseau, ancora attualissimo. Tenere, suadenti, succose, cotte alla perfezione le coscette, accompagnate in un matrimonio d’amore da un concentrato e persistente, ma non invasivo, puré d’aglio e da un delicato succo di prezzemolo. Un sicuro metro di paragone per chiunque voglia cimentarsi con un ingrediente complesso e delicato come le rane.

Pavé de bar côtier doré sur la peau, accompagnato da un involtino di asparagi verdi farciti di salicornia e “jus iodé aux accents de tourbe”: uno dei piatti della serata, uno splendido filetto di branzino di grande qualità cotto alla perfezione in modo da conservare tutti gli umori e la caratteristica consistenza, accompagnato da una salsa leggermente torbata in cui indulgere senza ritegno.

Langoustine Royale poêlé au beurre de citron accompagnati da cannelloni farciti con le parti meno nobili degli scampi, verdure di stagione e bouillon all’aglio orsino: ottima la qualità degli scampi, grossi e succosi, deliziose le verdure cesellate in maniera certosina, ma un pizzico di sale di troppo soprattutto nel cannellone ha parzialmente pregiudicato la piacevolezza del piatto.

L’incredibile lavoro di taglio e intarsio delle verdure.


E finalmente la poularde, in una sequenza che mostra il lavoro e la maestria del maître nel porzionare al gueridon: il profumo che inonda la sala all’apertura della pentola di coccio è indescrivibile. L’obiettivo è raggiunto: tutta la sala volge lo sguardo verso il certosino lavoro di sporzionamento, l’attenzione è catturata e certamente qualche cliente avrà già segnato nel suo taccuino di ordinare la poularde alla prossima visita.






Il piatto finito: il petto sapientemente tartufato sotto la pelle, gustoso e consistente come raramente capita di trovare al giorno d’oggi.
La coscia saporita e con la carne ben attaccata all’osso, la farcia di verdure, foie gras e fegatini di pollo, il riso basmati al tartufo, il bouillon di cottura di pollo e vitello completano un piatto che affascina e commuove, un pezzo di storia della gastronomia.



Il nostro fedele compagno di viaggio: lo Chambertin 2006 di Armand Rousseau, dal bel colore rosso rubino vivo. Al naso parte un po’ chiuso con note vanigliate dovute alla giovane età, ma con l’ossigenazione dovuta all’ampio bicchiere si apre donando note di ciliegia rossa, spezie, terra. In bocca è largo, strutturato, pieno, un gran vino già oggi, ma che sicuramente avrà una lunga vita davanti.


La Saint Honoré per due persone: Benoît Charvet dimostra di avere stoffa con questo classico dell’alta pasticceria, la sua versione è di gran classe: una base di sablè, poi pasta sfoglia leggerissima, panna di gran qualità, golosi profiterole, il tutto legato da una perfetta salsa chiboust.


Croustillant-fondant de mangue et de patate douce à la noix de coco. Un dolce di impostazione moderna, leggero e gustoso adatto a chiudere una cena importante.

La piccola pasticceria, di rara bellezza.



Il caffè.

16 Commenti.

  • rolando17 Giugno 2013

    Bella recensione Luca ,opulenta come la poularde,si sente che ti è piaciuto questo ristorante.Ma la poularde ve la siete mangiata tutta in due?O hai chiesto il doggy bag ?

  • Luca CanessaLuca Canessa17 Giugno 2013

    No questa volta eravamo in quattro

  • Francesco17 Giugno 2013

    Complimenti per la recensione!!! Bellissima e commovente!!!

  • Marco 50&5017 Giugno 2013

    Spero abbiate onorato la Saint Honorè, nella seconda foto si intravedono delle mani in mano e mi sembra un sacrilegio...il basmati non sembra sgranato a dovere ma giustamente l'obbiettivo della foto era un altro.

  • Roberto BentivegnaRoberto Bentivegna17 Giugno 2013

    Della Saint Honorè non ne è rimasta una briciola: le mani in mano sono solo legate alla trepidante attesa che il fotografo faccia il suo. Il riso era paradisiaco, così pieno di sapore di burro, tartufo e bouillon di cottura.... Ho le lacrime...

  • TMC17 Giugno 2013

    Gran bella recensione,i dolci meritano anche da soli il viaggio visivamente parlando,(sono di parte vabbè)mi ricordano un po i dolci di un pasticcere Belga che fa delle vere opere d arte. TMC

  • Roberto19 Giugno 2013

    il croustillant fondant, sbaglio o é molto simile, come aspetto, ad un dolce di Michalack ( che ha vinto anche un premio ) , la L'Oreade , che ho assaggiato al Relais Plaza ?

  • Roberto BellomoRoberto Bellomo19 Giugno 2013

    Per aiutare anche gli altri lettori: http://lacuisinedaurelieetdesesamis.hautetfort.com/archive/2010/03/26/l-oreade.html La composizione del dessert (del 2005) è abbastanza simile e d'altronde Michalak è un punto di riferimento per la pasticceria francese e non solo, quindi sicuramente fonte d'ispirazione per molti suoi colleghi. Grazie della segnalazione

  • Roberto BentivegnaRoberto Bentivegna19 Giugno 2013

    E' vero, esteticamente assomiglia molto al dessert di Michalak che ha vinto il campionato del mondo di pasticceria del 2005. Gli ingredienti però sono diversi: in quello di Michalak c'è coulis di lampone, gelato alla vaniglia e kirsch, crema chantilly e croustillant ai due cioccolati. Complimenti per l'occhio!

  • Roberto20 Giugno 2013

    Grazie, in effetti quel dessert l'ho desiderato a lungo ma devo confessare che l'assaggio ( forse per troppa aspettativa) non é stato all'altezza. Non vorrei "bestemmiare" , ma l'impressione é stata quella di un dolce in qualche modo ottimo, appena fatto, ma nel mio caso fatto "rinvenire" male, potrebbe essere stato abbattuto ? Comunque potrei sbagliare e semplicemente ero io con le papille anestetizzate. Invece coi dolci, e grazie alla vostra segnalazione, il piacere puro l'ho provato da Jacques Genin : la tarte citron e la millefeuille spettacolari. In due abbiamo effettuato circa 4 assaggi, sentendoci dire dalla cameriera che ha portato le ordinazioni : " state aspettando una terza persona ?". Perdonate la divagazione.

  • Roberto BellomoRoberto Bellomo20 Giugno 2013

    Divagazioni su Genin sono sempre benvenute...;)

  • magomarcello23 Giugno 2013

    40 minuti di standing ovation!

  • Gigi Eporedia25 Marzo 2014

    Ho in programma un pranzo da Loiseau per degustare la famosa poularde Alexandre Dumaine, ma ho letto sulla carta postata nel sito del ristorante che questo piatto, per due persone, viene prezzato 260 euro, contro i 180 riportati nella tua recensione di neppure un anno fa. Dato che la cosa mi suona un tantinello strana, vista anche la lieve differenza di prezzo della stessa portata per quattro persone (330 euro), hai qualche recente riscontro che spieghi l’arcano? Oppure debbo desumere che il tuo consiglio di provare almeno una volta nella vita questa prelibattezza abbia spinto schiere di gourmet a Saulieu, facendo inevitabilmente lievitare i prezzi? :-)) Grazie anticipate.

  • Alberto Cauzzi27 Marzo 2014

    Purtroppo no Gigi, non ho riscontro. Noi l'abbiamo presa per 4 e ci costò la cifra riportata. Evidentemente si sono accorti che per 2 diventa antieconomico per loro e hanno ritoccato i prezzi, penso sia questa purtroppo la spiegazione :-(

  • Gigi Eporedia29 Marzo 2014

    Grazie della risposta. Sabato 5 aprile saro' alle prese con la poularde "miliardo", dopo una sosta da Decoret. Ti faro' sapere. Un abbraccio, Gigi

  • Gigi Eporedia7 Aprile 2014

    Grazie di cuore della segnalazione. La poularde era veramente eccellente e valeva il viaggio. L’unica delusione rispetto alle aspettative (e a quanto mi e’ sembrato di capire dal testo della recensione) l’ho ricevuta da un impiego di tartufo un po’ esiguo, presente si’ in misura sufficiente nel riso, ma che poteva essere piu’ abbondante nel sottopelle dell’animale: quattro fettine in tutto, ognuna inserita rispettivamente sulle cosce e sui petti. Il che’ ha in parte compromesso l’intensita’ aromatica del bouillon. Di gran classe anche i dessert. Certo che, a parte tutto, il Decoret della sera prima e’ stato un’altra cosa......

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