Passione Gourmet Krug Clos du Mesnil & Descartes - Passione Gourmet

Krug Clos du Mesnil & Descartes

di Gae Saccoccio

Conversare con gli uomini di altri secoli è quasi lo stesso che viaggiare

Cartesio

Anni difficili. Pro o contro il metodo?

Viviamo anni difficili. Tempi di post-verità dicono dove di ogni cosa non è più possibile scindere il vero dal falso, a maggior ragione oggi che certi strumenti digitali (vedi i deep-fake) sono stati creati ad arte proprio per impapocchiarlo ancora di più questo ambiguo impasto di reale e artefatto allo scopo, a quanto sembra, di far proliferare masse di popoli sempre più incapaci di differenziare l’ovvio dall’oscuro, il vero dal falso come allertava Cartesio nel Discorso sul Metodo (1644):

Tuttavia nutrivo pur sempre un estremo desiderio di imparare e di distinguere il vero dal falso, per vedere chiaro nelle mie azioni e procedere con sicurezza in questa vita.

Altrettanto vero però che il suo occhio distaccato da filosofo del sospetto lo portava, come un mistico medioevale, a ritenere insignificante e vana qualsiasi impresa o azione compiuta dagli uomini. 

Ancora nel Discorso sul Metodo dichiarava con slancio che il buon senso fosse la cosa meglio ripartita nel mondo.

Alla luce di dove siamo arrivati noi oggi, all’alba del XXI secolo – tra rettiliani, QAnon, terrapiattari, vegani più agguerriti dei cannibali Korowai, negazionisti dell’ultimo avvento di Satana – possiamo tranquillamente affermare che Cartesio, nonostante i dubbi sistematici e la diffidenza razionalista, aveva le traveggole quando parlava di “buon senso” in termini tanto entusiastici pur ammettendo i limiti naturali quali la brevità della vita connessa alla mediocrità dell’ingegno, e parlava del proprio eh, figuriamoci l’ingegno degli altri! Al contrario qua per come stiamo messi male oggi è sempre più difficile vederci chiaro nelle proprie azioni, anzi sembriamo tutti procedere con estrema insicurezza nelle nostre vite fottutamente irrazionali, abbandonate in tutto e per tutto agli algoritmi tritacarne della Rete, altro che “penso dunque sono!”. 

Pratiche visioni conoscenze

Per rimanere in tema con il contesto di questa rubrica intitolata Vino & Cenere, vediamo ora di scucire l’abito mentale di quelli che affidano tutto alla magia nera della comunicazione à la page e ritengono che basti scrivere in un’etichetta di vino “orange wine”, “non filtrato… non chiarificato… senza solfiti aggiunti…” o addirittura “fatto in Anfora…” come solo 10 anni fa si scriveva “affinato in barrique di rovere francese…”, per ottenere così nell’immediato consensi sperticati, vendite sicure e successo a suon di trombe della resurrezione.

Basta davvero un cavillo formale tanto farlocco, una trovata tecnico-furbetta, uno slogan a effetto, una grigia sottoscrizione burocratica a dare ragione della reale bontà sostanziata nelle pratiche, nelle visioni e nelle conoscenze di chi fa il vino, di come lo fa e dove?

Purtroppo il mercato, ampliandosi, si è fatto sempre più insidioso così che ci si limita spesso a un qualche velleitario sigillo di certificazione bio-qualcosa nella retro, tanto per ripulire le coscienze di tanti produttori rapaci e intortare i consumatori confusi ma al passo coi tempi dove anche la bevanda idroalcolica più anonima e insulsa troverà sempre il suo gruppo di estimatori fanatici.

Gente d’accatto che cavalca la nuova ondata dell’artigianalità di facciata, che promuove e beve edulcoranti liquidi spacciati per vino e magari poi scrive pure “un esperienza” senza apostrofo sull’etichetta. 

Nel 1637 sempre Cartesio pubblicava La diottrica (La dioptrique) uno studio sui fenomeni dell’ottica, quali la rifrazione e la diffrazione. Nel 1665 viene pubblicato – postumo – il trattato De Lumine di Francesco Maria Grimaldi, gesuita con interessi per la fisica e l’astronomia.

Tanto per accennare al relativismo culturale di come studi ritenuti altamente scientifici al tempo della loro pubblicazione siano smentiti se non addirittura ridicolizzati nel giro di qualche secolo, ora allo stadio attuale delle conoscenze acquisite sulla natura della luce, le teorie di Cartesio che implicavano comunque un movimento iniziale innescato da una qualche entità metafisica di matrice divina, sono ipotesi oggi considerate alquanto datate o comunque pseudo-scientifiche.

Pseudo-scientifico, per quanto studiato, è senza dubbio anche il metodo di chiunque si approcci alla degustazione del vino, che gira e rigira non può che restare un’attitudine estremamente soggettiva dove nel giudizio finale incidono più che altro fattori incontrollabili – e menomale – correlati alla nostra specifica esperienza intellettuale radicata su parametri di natura etica ed estetica, se e qtweuando ci sono questi parametri, merce rarissima, sia chiaro!

Possiamo schematizzare tutte le ruote organolettiche che vogliamo ma sarà sempre una forzatura gustativa da ciarlatani quella di spaccare in quattro le nostre papille gustative per elaborare un diagramma del gusto. In questo genere di ragionamenti sul gusto soggettivo e i sapori del vino ritengo più utile la lettura o rilettura di Paul Karl FeyerabendContro il Metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza piuttosto che sciropparsi l’ennesimo volumone da millantatori accademici e imbonitori della domenica sulla percezione del gusto. Per tacere della ruota dei sapori di Meilgaard, una roba ancor più improbabile della ruota della fortuna degli indimenticati Gigi Sabani & Iva Zanicchi di Ok il Prezzo è Giusto!

Sere fa, a distanza di quasi 400 anni dal testo scientifico di Cartesio, sorseggiavo un Krug Clos du Mesnil 1996 – sento già alzarsi nell’aria implacabile un coro generale da stadio Olimpico di “sticazzi”…

ANNI LUCE

Ora, giusto per ribadire l’incostanza del gusto che procede di pari passo alla mutevolezza fluttuante degli umori risucchiati dal vortice delle congiunture di troppe variabili incontrollabili, assaporando questo Krug CdM ’96 – vuoi l’ebbrezza alcolica, vuoi l’incanto dell’istante che non ritorna, vuoi la compagnia amabile alla brezza notturna dal Tirreno – ho creduto di comprendere al palato qualcosa di più circa la sostanza di cui è composta la luce che si propaga nel mondo con moto ondulatorio.

La sorgente della luce che si frange e riflette da un corpo all’altro dello spazio racchiudendosi in un’essenzialità di bevanda alcolica spremuta da grappoli che in genere non apprezzo più granché essendo la categoria degli champagne troppo sottoposta a processi di zuccheraggio con base d’uve raccolte stra-acerbe originate da agricoltura intensiva. Tuttavia questa 1996 era un capolavoro di equilibrio instabile tra l’ossidazione e la conservazione struggente del frutto. Una bollicina di persistenza ed energia clamorose tenendo anche conto che se vado a rileggere una mia vecchia nota di degustazione del Krug CdM ma del millesimo 2002, scrivevo: 

<<Passano gli anni e sono sempre più distante, lontano anni luce da questa idea dei vini zuccherosi a costi improbabili ottenuti da uve straacerbe che sanno di vanillina e nocciola bruciacchiata.>>

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