Passione Gourmet Montevertine - Passione Gourmet

Montevertine

di Thomas Coccolini Haertl

“Cantinando” da Martino Manetti

Viaggiando verso la Toscana, dopo la lunga sosta della pandemia, mi viene voglia di tornare in luoghi con solide radici nel passato. Per ritrovare anche un certo clima di tradizione e conforto. Sicché ritorno a Radda in Chianti, per visitare la cantina Montevertine.

Il territorio è nella parte settentrionale della provincia di Siena, zona di confine dell’area del Chianti Classico, a un’altitudine poco sopra i 400 s.l.m., caratterizzato da forte prevalenza boschiva. Le coltivazioni a vigneti di questi colli sono dunque in netta minoranza, favorendo la biodiversità, su terreni calcarei con strati rocciosi di alberese e galestro diversificati nei versanti della tenuta; la parte della vigna con esposizione a nord, nord-est, la storica Pergole Torte (di 2 ettari) piantata nel 1968, ha infatti anche delle intrusioni ferrose.

Tutto intorno alla struttura della cantina, collocata nel punto più alto della tenuta e adiacente l’abitazione della famiglia Manetti, si trovano le altre vigne come Montevertine e Pian del Ciampolo, per un totale di circa 17 ettari. 

Sono Sangiovese (90%), Canaiolo e Colorino, nel pieno rispetto dell’identità territoriale; le vigne più vecchie col sistema a Guyot e il resto a Cordone speronato con una resa intorno ai 55 q/ha per puntare alla massima qualità. Tutto in conduzione biologica.

Due uomini di Montevertine: Giulio Gambelli e Sergio Manetti

Una figura di riferimento per il mondo del Chianti e in particolare per il Brunello di Montalcino, è stata Giulio Gambelli, straordinario assaggiatore, eccellente conoscitore del Sangiovese.

«Giulio è stato la persona che ha convinto il mio babbo a fare il vino, assicurandogli il suo aiuto, la sua esperienza» mi racconta Martino Manetti che oggi tiene le redini della cantina e che dal 1990 ha seguito raccolto dopo raccolto, imparando da Gambelli e dal padre Sergio.

Con grande lungimiranza, nel 1967 Manetti acquistò la tenuta Montevertine, una località abitata fin dall’XI secolo. C’era ancora la mezzadria. Lui era un industriale siderurgico e cercava una casa di vacanza. Durante i restauri impiantò due ettari di vigna allestendo pure una piccola cantina con la sola intenzione di fare il vino per amici e clienti. La prima annata prodotta, il 1971, fu molto incoraggiante e Sergio Manetti ne mandò alcune bottiglie al Vinitaly tramite la Camera di Commercio di Siena. Fu subito un successo. L’entusiasmo di quegli anni lo portò quindi a dedicarsi completamente al mondo del vino e così nasce la storia di Montevertine, da allora sempre in constante crescita. 

Ed ebbe anche molto coraggio, Sergio Manetti, nel non aderire al disciplinare del Chianti, contribuendo quindi anche lui alla nascita dei grandi vini toscani che sarebbero diventati i cosiddetti Super Tuscan. Il figlio Martino è cresciuto in un clima di grande amicizia, fra Giulio Gambelli e il papà Sergio. Ci sono tanti episodi che dimostrano le doti di Gambelli; si narra che una volta chiese di assaggiare il vino della vasca 24; gli fu portato e subito Giulio disse: «Che vasca m’hai dato? La 21… non la 24». Naturalmente aveva ragione lui. 

Poi c’è stata la costante collaborazione di Bruno Bini. E oggi la parte enologica è affidata a Paolo Salvi, supportato dall’agronomo Ruggero Mazzilli, il tutto si traduce in una produzione intorno alle 90.000 bottiglie all’anno.

In cantina, Il metodo di vinificazione è quello tradizionale. Si raccoglie a mano e l’uva fermenta nelle storiche vasche di cemento vetrificato color rosso intenso, senza controllo della temperatura. Dopo la svinatura, il vino svolge la fermentazione malolattica sempre nelle stesse vasche. Infine i vini riposano in botti di rovere di Slavonia e di Allier da 5,5 a 18 ettolitri e in barrique di Allier da 225 litri per un periodo di circa due anni. I vini non vengono mai filtrati e l’imbottigliamento avviene per caduta.

Veniamo alla degustazione, con il privilegio dell’anteprima assoluta (la visita è di metà aprile), dato che per tutto il periodo della pandemia non si sono svolti eventi, presentazioni, degustazioni. Praticamente nulla di nulla.

Pian del Ciampolo 2019 

Questo è il vino da tutti i giorni di Montevertine; nella lavorazione include anche vino torchiato ed è ricavato da uve di seconda selezione con un taglio di Sangiovese al 90%, poi Canaiolo e Colorino. La sensazione è di un’annata molto equilibrata, in grado di accontentare tutti. 13,5% Vol. e un colore rosso rubino luminoso, questo vino all’olfatto è ricco di frutti a bacca scura come i mirtilli, addolciti da note di fragoline di bosco; è ancora spigoloso, del resto sappiamo che è stato imbottigliato da pochissimo e per un vino è sempre una sorta di choc passare dalle botti all’angusto recipiente di vetro. Tannini, acidità e sapidità ora sono vigorosi, ma già in equilibrio. Si affina in botti grandi per 12 mesi. L’etichetta, come Montevertine, quest’anno è in edizione commemorativa per i 100 anni dalla nascita di Sergio Manetti: un suo piccolo ritratto compare in scudo sulla sommità.

Montevertine 2018

Questo vino è frutto di un’accurata selezione delle uve; il taglio è lo stesso del Pian del Ciampolo, però la permanenza nelle botti è di 24 mesi. E una bell’annata, non c’è dubbio. Martino Manetti la descrive come «molto nostra; il carattere è quello di un vino verticale, elevato, lungo in bocca, consistente». 14% Vol. ha un colore già più intenso, concentrato, con uno spettro olfattivo ora ricco anche di spezie, di note di liquirizia e tonalità legnose frutto della recentissima uscita dalle botti. Persistente, tannico e sapido al punto giusto. E tutt’ora è sferzante, ma piacevole; del resto, come dicono i cantinieri, il vino si fa per berlo. E come ci ricorda divertito, Martino:

«La bottiglia buona, alla fine è quella vuota…». 

Le Pergole Torte 2018

Il 1977 è il primo anno di questo grande vino 100% Sangiovese. Ne furono imbottigliate solo  3500 bottiglie. È l’unico vino della cantina che fa anche barrique. La sua peculiarità sta nell’etichetta, un disegno del pittore reggiano Alberto Manfredi. La casualità delle cose della vita volle che io incontrassi questo vino durante gli studi di Architettura, a Firenze, precisamente l’annata 1990 che ho avuto la fortuna di bere. Dico la casualità, perché riconobbi subito lo stile di Manfredi, dato che il pittore abitava sotto casa mia. L’annata 2018 per certi versi assomiglia alla 2013, ma soprattutto accende tanti ricordi. È sempre lui. È sempre Le Pergole Torte. Un riferimento. All’olfatto si aprono note di mora, amarene, piccoli frutti di ribes nero non ancora maturi, ma anche di rosa e una latente freschezza erbacea che mi ricorda le ginestre lungo la strada. Al palato c’è tanta armonia, una delle caratteristiche più evidenti di questo grande vino toscano, ma anche freschezza che deriva da uve esposte alle giuste escursioni termiche. Completa lo spettro la ricchezza dei legni, con all’orizzonte dei tratti di cacao amaro e tannini ora muscolosi.

Finiamo col divertirci nella cabala delle annate con l’8, tutte con vini di grande struttura: ’18, ’08, ’98, ’88, ’78, ’68. D’altra parte, come racconta Martino Manetti: «Io francamente mi diverto, finché sono in cantina mi diverto».

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