Passione Gourmet Ploussard & Gente di Dublino - Passione Gourmet

Ploussard & Gente di Dublino

di Gae Saccoccio

Gente di Dublino, più cenere che vino

Ho cominciato a elaborare questo pezzo pensando a chissà quale brillantissima trovata avrei elucubrato per rintracciare una congiuntura più o meno attendibile tra vino e Joyce. Nel frattempo, in attesa all’aeroporto, ho smarrito qualsiasi velleità di brillantezza assieme all’attenzione, sequestrate nei meandri diabolici della Rete. Mio malgrado, sono stato rapito dal martellamento di pubblicità interattive e flash banner con tavolate di gente sospesa a una gru sopra i 50 metri sullo sfondo di ogni scenario immaginabile del mondo conosciuto. Da Maputo in Mozambico a Manhattan. Da Femminamorta nel pistoiese a Krasnojarsk nella Russia siberiana. Pubblicità a mitraglia che sciroppano colazioni, pranzi, aperitivi o cene in cielo. Anche i digiuni tra le nubi? Quella sarà forse la nuova frontiera brandizzata Opus Dei.

Cene in cielo

Finalmente hanno senz’altro trovato un accordo unanime sulla causa primaria dell’estinzione dei dinosauri: organizzavano e partecipavano a eventi tipo Dinner in the Sky, su questo non ci piove! Almeno era quel che ho ritenuto legittimo avrebbero pensato i paleontologi, più ovvio di così? Altro che il meteorite di proporzioni quasi planetesimali! Poi ho ripreso però a spiluccare Gente di Dublino scritto oltre cento anni fa e ragionavo sul fatto che la paralisi mentale dei dublinesi radiografati dall’occhio clinico di Joyce si è estesa a macchia d’olio in poco più d’un secolo, su tutto il globo terraqueo abitato anche da una cospicua fetta di terrapiattisti che complicano ancor più il lavoro scoraggiante dei nostri poveri scienziati evolutivi della vita fossile. 

Gente di Dublino: i morti sono vivi

James Joyce quando ha cominciato a scrivere Gente di Dublino intorno al 1904 aveva 22 anni. I quindici racconti che scriverà nel giro di un paio d’anni verranno sistematicamente rifiutati da numerosi editori fino al 1915. La storia editoriale di Dubliners è travagliata da molti rifiuti giustificati dal timore di ritorsioni e fastidi legali per offese alla monarchia alla religione alla morale. Joyce non è mai sceso a compromessi con gli editori ripudiando con fermezza di farsi censurare le parti ritenute più a rischio, motivo per cui ha dovuto aspettare oltre 10 anni prima di vedere pubblicata questa sua splendida raccolta di racconti, un classico della letteratura mondiale. Gran parte dei racconti di Gente di Dublino sono stati concepiti durante l’esilio romano.

Anche l’Ulisse, abbozzato come germe di racconto, doveva rientrare nello schema della raccolta ma poi verrà escluso per diventare romanzo a sé. Per la gran parte sono storie di vite inutili gonfie di un acre senso di frustrazione, grettezza, fallimento esistenziale, passività emotiva, desolata autocommiserazione. Vite futili che rappresentano la condizione di passiva immobilita e impotenza di una città per non dire di una nazione intera, tanto da diventare metafora universale della paralisi spirituale dell’essere umano in ogni tempo e luogo.

A leggere e rileggere questi racconti singolari, uniti ma separati come granelli in un rosario d’angosce naturali, riusciamo a comprendere con un tremore di polsi come la letteratura possa, debba anzi diventare potente strumento di svelamento del reale, smascherando impietosamente l’interiorità degli uomini e delle donne: l’amore vissuto come rimpianto, i sentimenti inespressi anche a se stessi, le piccole miserie quotidiane, gli egoismi individuali, dove appare con evidenza scientifica quasi da referto medico che i morti sono più vivi degli stessi viventi.

Epifanie

L’elemento più identificato dalla critica nell’analisi contenutistica di questi racconti è quello dell’epifania, un’improvvisa illuminazione spirituale che raggiunge i protagonisti attraverso momenti di apparente ordinarietà, gesti consueti, oggetti comuni. Joyce intende l’epifania non tanto quale manifestazione divina, piuttosto è la denuncia di un certo vuoto e miseria dell’esistenza dei personaggi di cui scrive. Il loro disagio quotidiano cioè, fatto di scontentezza, umiliazione, rabbia repressa, incapacità di agire.

Ci sono tre racconti centrali che condensano alla perfezione questa voragine interiore, questo infelice senso di futilità o di vita sprecata. In tutti e tre i racconti scorre un flusso sotterraneo alcolico. Un brivido di ebbrezza tenebrosa. Un conturbante sentimento di tensione emotiva, di inquieta rivelazione della psiche abbagliata dall’alcol come da una luce improvvisa, da un calore ubriacante che denuda la trama della realtà, già scarna, scheletrica di suo.

Contropartita (Counterparts) o Rivalsa a seconda delle traduzioni

La giornata di un impiegato inetto e alcolista che vendica sul figliolo inerme le offese subite al lavoro riversando su di lui la propria rabbia causata dal titolare. Sfoga sul figlio l’avvilimento subito con gli amici altrettanto alcolizzati nel giro infernale dei pubs. Il protagonista del racconto “sentì di nuovo uno spasimo per tutto il corpo, tanto aveva bisogno del conforto delle osterie (…) non aveva le idee chiare e la mente gli riandava di continuo alle luci e al rumore delle osterie (…) il barometro della sua natura emotiva segnava baldoria (…) Nel bar pieno di gente risuonava un rumore di voci e di bicchieri.

Cenere (Clay) o Polvere

Il racconto di una zitella lavandaia che incarna uno stato di solitudine e inadeguatezza pietose. Un animo umile, una tabula rasa carente di personalità plasmabile come argilla appunto, modellata a piacere dallo sguardo compassionevole ma distaccato degli altri. Maria la vecchia lavandaia in attesa di incontrare il suo figlioccio “sperava solo che Joe non fosse ubriaco: non pareva più lo stesso appena beveva un po’.

Un increscioso incidente (A Painful Case) o Un caso pietoso

La biografia insulsa di un attempato impiegato di banca incapace, per frigidezza affettiva o per vigliaccheria, di lasciarsi andare fino in fonda all’amore perché “un legame (…) è sempre un legame di dolore”. Passati alcuni anni si ritrova in un’osteria, lì all’istante capisce di aver perso l’occasione di tutta una vita e di essere totalmente solo, quando ordina un ponce caldo intento ad osservare degli operai che “a intervalli bevevano dai boccali e fumavano sputando spesso sul pavimento e riportando la segatura sugli sputi con gli scarponi pesanti.

Le vite sprecate

Vuoto interiore. Infelice senso di futilità. Vita sprecata invano. Queste sono le parole-chiave che molto probabilmente tornano utili a descrivere lo scenario delle Cene in Cielo di cui sopra. Uno scenario generale, da chi organizza a chi partecipa a chi promuove, di assoluta morte biologica degli esseri all’apparenza vivi e vegeti. Dov’è l’epifania in tutto ciò? Non lo so, cercatela voi se ne avete voglia, tempo o fantasia. Io se permettete adesso mi verso un bel bicchierozzo di Ploussard 2018 (Arbois-Pupillin) del Domaine de La Renardiere di Laurence & Jean-Michel Petit. Un vino rosso tenue del Jura che rinfresca il gargarozzo. Un sorso di spezie esotiche ingioiellato da una lucente filigrana minerale. Sono senz’altro le marne rosse del Giurassico dove prospera il Poulsard a definirne il carattere balsamico, vitigno che predilige queste sabbie compresse, fossilizzate da milioni di anni. 

Insomma, alla fine dei conti Maputo anche all’ora del tramonto non è poi tutto ‘sto belvedere. Anzi a occhio e croce vista da qua su, la terra si spande feroce, in tutta la sua piattezza! Adesso speriamo solo che ‘sta maledetta gru regga per tutto il resto della cena sospesa, che qua attaccato all’aria sento già salire un brutto sbocco di vomito da mal di mare cioè mal di cielo, e non vorrei sbrattare sulla testa di qualche ignaro mozambicano a spasso giù in basso, poveretto o dovrei dire beato lui? Ma poi si dice mozambicano o mozambichese? 

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