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Black Rebel & Delitto e Castigo

di Gae Saccoccio

Un vino di resistenza della Val di Susa

Black Rebel 2018 di Luca Barbich alias Granja Farm  è una realtà agricola biologica che produce “vino di resistenza” nel cantiere/fortificazione TAV di Chiomonte in Val di Susa.

Qui un gruppo di ragazzi intenti a presidiare quei territori a rischio di distruzione hanno deciso di radicarsi a partire dalla difesa del paesaggio, dedicandosi alla coltivazione della vite e alla cura della montagna. Da sempre, in queste terre, le vigne vecchie eterogenee con prevalenza di Avanà, Bequet, Barbera e Neretta cuneese sono tradizionalmente vinificate assieme.

Granja, come alcune altre realtà vitivinicole di questa zona rossa, sfruttano le cantine di una cooperativa della comunità montana dismessa dall’inizio delle lotte no TAV.

Siamo sui terreni del sito neolitico della Maddalena, interessante esempio di preistoria alpina. Il recupero di vecchie vigne inaccessibili, abbandonate in alta quota – tra i terrazzamenti più alti d’Europa – rende giustizia dell’espressione “viticoltura eroica” spesso ahimè utilizzata a vanvera dai tanti cosiddetti “viticoltori eroici”, in pantofole Prada.

Biologico con certificazione, ma non la mettiamo in etichetta perché è un ginepraio ingiusto”, dice orgogliosamente Barbich sulla scheda informativa de La Terra Trema.

Black Rebel

Si presenta in una bottiglia irregolare piemontese, tipica del Gattinara. È stato imbottigliato la prima volta dall’annata 2017, ed è il risultato in poche migliaia di bottiglie della vinificazione di vitigni autoctoni occitani del Piemonte occidentale quali Avanà, Becuet, Baratuciat, BarbarouxBarbera… ed è un vero piacere gastronomico sorseggiare questa polpa d’uva a fermentazione spontanea in acciaio.

Un vino da brindare col bicchiere duralex delle bettole di una volta. Rosso d’altitudine, con una imponente concentrazione speziata, quasi da Sfursat, però senza le opulenze ruffiane dello Sforzato anzi di severa asciuttezza, succulento e austero a un tempo.

Vino di sostanza “tra queste montagne ribelli che rischiano di essere devastate in nome del profitto” come è scritto laconicamente in retro-etichetta.

Bettole di una volta” mi riporta lontano al paesello d’infanzia. Alla fine degli anni ’70 inizi degli ’80 quando avevo 5 o 6 anni e la domenica o nei giorni di festa andavamo con mio padre a prendere i sigari Toscani per il nonno materno alla Taverna la Ripa, gestita dal vecchio Nardìn’, sugli scalini sterrati del borgo antico di Sant’Angelo. La Ripa era una lercia stamberga. Tabaccheria con cucina, bancone di marmo con il vino alla mescita, pochi piatti caldi e qualche tavolino con le sedie impagliate frequentato da vecchi giocatori di carte, alcolisti di paese, bestemmiatori impenitenti.

Oggi, se pensiamo al potere devastante della gentrificazione, la gran parte di queste taverne che saranno state migliaia di migliaia sparse su tutto il suolo nazionale dalle coste alle montagne della Penisola, dalle città alle provincie più sperdute, sono state rimpiazzate da brutti pub in franchising o da sale Bingo ancora più anonime, e questo non mi pare un granché d’accrescimento in termini di progresso della specie.

Delitto e castigo

Ma se vogliamo proiettarci ancora più lontano, le bettole per eccellenza sono quelle descritte da Fëdor Dostoevskij in “Delitto e Castigo”. In una visione premonitrice, prima di commettere l’assassinio dell’usuraia, l’eroe del romanzo sogna il suo paese d’infanzia. C’è una bettola piena di ubriaconi e bestemmiatori manco a farlo apposta. Lui è accompagnato per mano dal padre mentre assiste alla scena straziante della cavallina fustigata a morte dal suo terribile padrone.

Già dai primi capitoli il tormentato Rodion Romanyč Raskòl’nikov, ex studente in legge squattrinato, ci introduce in un sottobosco sordido nei bassifondi di una San Pietroburgo infestata da vecchie usuraie laide, padrone di casa rapaci, prostitute minorenni, piccole osterie malandate, bottegucce polverose, funzionari alcolizzati.

Raskolnikov entra in una squallida bettola per bere una birra gelata perché, non dimentichiamolo, è “una caldissima sera del mese di luglio”. Nella bettola incontrerà il povero Semën Zacharovič Marmeladov, l’ubriacone che beve per commiserazione, padre della piccola Sonečka che segnerà il destino delirante del protagonista. In quella bettola, racconta Dostoevskij, “ci si poteva ubriacare soltanto a respirare quel tanfo di vino” ecco, magari è una forzatura della memoria involontaria, chissà mai però che quel tanfo non sia stato lo stesso che percepivo anch’io bimbetto all’entrata della taverna La Ripa.

Era un puzzo di vino rappreso, appiccicato ai vapori rancidi della cucina, intriso al fumo graffiante delle sigarette Nazionali senza filtro. Un tanfo reale che dava il voltastomaco ma che allo stesso tempo mi attraeva segretamente a sé, come alla soglia di un regno misterioso, un mondo adulto a cui non avevo possibilità d’accesso e che potevo solo presentire, accompagnato dalla mano paterna per pochi secondi, giusto il tempo di raccattare i sigari Toscani del nonno e poi fuggire.

Non sequitur

Non so quale sia il nesso logico – è necessario che ci sia? – tra il “vino di resistenza” della Val di Susa, il vecchio Nardìn’ agli Scalini, con la letteratura russa dell’800. Eppure sento profondamente, soprattutto al terzo sorso di Black Rebel, che l’assioma di Raskolnikov: “Tutto è nelle mani dell’uomo e per vigliaccheria l’uomo si lascia sfuggire tutto dalle mani” è un postulato infallibile che ancora oggi dopo oltre 150 anni dalla pubblicazione di Delitto e Castigo (1866), ha sempre la sua enorme valenza di amara verità.

Sembrerà un ragionamento disfattista, un esercizio di stile utile ad avvalorare una visione sfiduciata del mondo tesa a uno scetticismo radicale ma l’assioma di Raskolnikov ci mostra come in uno specchio che le debolezze della nostra specie, le fragilità interiori degli esseri umani, sono proprio esse a renderci quel che siamo, cioè umani, sia che fossimo ubriaconi, vignaioli, osti, bambini, padri, nonni, urbanisti gentrificatori o ingegneri dell’Alta Velocità.

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