Passione Gourmet Campania Stories 2019 - Passione Gourmet

Campania Stories 2019

di Leila Salimbeni

35 piccole storie campane

A leggerli dopo mesi sembrano deliri sghembi – o troppo appassionati, o troppo clinici – senza soggetto né oggetto se non un numero posticcio appiccicato, peraltro, davanti. “Gattini ciechi di una gatta frettolosa” che ambisce a verbalizzare, in un giorno, più di cento assaggi?

Forse. Di certo gli assaggi di questa Campania Stories 2019 sono stati 231 in due giorni, tutti alla cieca e, con una media di 115 assaggi al dì, ci si potrà contestare, cosa si capisce? Con questi numeri, del vino, cosa resta? 

Di certo, restano le lame, i tagli, i graffi, i dissidi, i contrasti. Restano in bocca e al retrolfatto le sensazioni del medicinale, la chips, il vuoto, il viscido, l’alcol, il rancido, il tannino verde, il brett, il legno, lo straccio bagnato, il crudo, il breve, lo scomposto. 

Ma resta anche la bellezza di vini che sono come rompicapo, che obbligano a tornarci con le narici e con la mente attenzionati, quando non deliziati, dall’apparente assenza di salienze. Dopo tanti assaggi, la meraviglia, infatti, si compone davanti a un bicchiere non immediatamente comprensibile o codificabile: un bicchiere dove nulla è fuori posto ma tutto è integrato, armonico, finanche pacifico: ecco, è lì che si torna.   

Perché non c’è ebbrezza più lucida di quella del degustatore che, durante le anteprime, una dopo l’altra affronta le assi cartesiane del tempo e dello spazio nell’altrove di quella dimensione che è appunto il vino: nell’adempimento di un esercizio spirituale prima ancora che fisico che impone di apprendere una regola basale e apicale della vita: conoscere sé stessi. Solo chi conosce sé stesso, infatti, può sperare di apprendere qualcosa sul mondo e, così, come in una sempiterna fase orale, conoscere l’ecumene annusandola, assaggiandola e, con metodo induttivo, cercare conferma delle proprie sensazioni in quella sintesi tra orografia, andamento climatico e mano del produttore che chiamano territorio. 

E tutto questo in un mosaico di territori eterogenei, collinari al 50% e montuosi al 30 in un contesto prepotentemente mediterraneo animato tuttavia dall’annata 2018 che ha generato una complicata e spesso violenta alternanza tra precipitazioni e irraggiamento, tale da determinare condizioni talvolta anche critiche, soprattutto in primavera e nel momento della fioritura. 

Gli appunti di degustazione

Dei 231 vini assaggiati 35 si sono aggiudicati un punteggio superiore all’86: di questi, 23 sono vini bianchi  e 12 vini rossi. Il ché è già significativo perché quando si parla di vini campani si parla soprattutto di un’innata ancorché complessa disinvoltura: come una prossemica teatrale, capillare anche nel vino, l’identità campana si esprime meglio, nelle annate complicate, più nella disinvoltura mordace dei bianchi che nell’altezzosità nobiliare di certi rossi. E, in particolare, ci ha colpito soprattutto nei Campi Flegrei e nel Sannio. 

In bianco

Cantine di Marzo Greco di Tufo MC Anni Venti Extra Brut: il miele e il tocco più fumé che boisé, più salato che sapido di un Greco forse un po’ acerbo, attraversato da un’acidità succosa e mordente. 

Villa Raiano Ripa Bassa: il naso tradisce una sensazione lattica ma anche cenni di crema e cedro surmaturo; ma la bocca centrale, orgogliosamente agrumata, è fresca e riposante.

Drengot Spumante Brut Asprinio d’Aversa Terramasca 2017: profumo florealissimo appena boisé; fa il suo ingresso diretto, preciso, sapido e con una punta amara, ma rassicurante, di pompelmo. Ben definito e appagante il succo. 

Contrade di Taurasi Campania Bianco Grecomusc’ 2016: un naso contadino che gira in bocca che è un piacere e senza lesinare neppure una certa profondità in cui si riconoscono pitosforo, erba bagnata e mandarino verde. 

Sclavia Terre del Volturno Pallagrello bianco Calù 2018: bianco sì ma rosa al naso, dove si manifesta agrumato, con un accenno di crudezza ematica, fruttato e burroso di papaia. La bocca è tanto giovane quanto dinamica.

Villa Matilde Falerno del Massico bianco Vigna Carracci 2015: la note erbaceo-balsamiche del luppolo e delle erbe bruciate si liberano in un sorso  ricco, espressivo e personalissimo, a cui non manca pure una certa grazia.

Terre d’Aione Falanghina Campania 2018: disorientante l’olfatto magro e dolce al tempo stesso; il sorso è sapido e slanciatissimo, acido al limite dell’agre, lunghissimo e incisivo. Difetti, se così possiamo chiamarli, di gioventù.

Fontanavecchia Taburno Falanghina del Sannio 2018: naso ancora sotto-traccia ma già salato. La bocca, per contro, è imperiosa, succosa, lunga, progressiva: la sintassi di un vino tanto da aspettare quanto già da godere.

Terre Stregate Falanghina del Sannio Svelato 2018: le narici vibrano, si riempiono e rinverdiscono in un trito di salvia, mimosa e agrumi. La bocca è una festa nell’orto ricca di frutti pulputi e speziati, con ritorno di fiori.

Donnachiara Falanghina Beneventano 2018: più rustico non si può, fermenti lattici e fiori gialli in un sorso salino, minerale e agrumato, animato da una bevibilità spaventosa e insospettata.

La Guardiense Falanghina del Sannio Senete Janare Cru 2017: una girandola di fiori, frutta a polpa gialla e confettura; bocca piena, grassoccia invero ma anche molto succosa. Complesso, forse un po’ strampalato, ma bello.  

La Sibilla Campi Flegrei Falanghina Cruna del Lago 2016: sensazione di fiori bruciati, di bucce gialle, di legni di sandalo. Non male nemmeno al palato, dove un’acidità golosa e succosa lo sostiene, irraggiandolo dall’interno.

Astroni Falanghina Campania Strione 2013: un’ossidazione misurata porta al naso note di brodo di carne e scorze d’arancia; l’orizzontalità è quella generosa di un vino che, della campagna, ha tratto tutta la rusticità e la saggezza.

Verrone Viticoltori Fiano Paestum Vigna Girapoggio 2017: impeccabile. La magnanimità della confettura di agrumi e dei fiori bianchi trova slancio in una bocca salina e fresca, perfettamente innervata di succo, acidità e anima.

Donnachiara Fiano di Avellino 2018: non particolarmente espressivo, al naso. In bocca mostra una progressione agrumata persistente che si muove più sul registro della finezza che su quello dell’intensità. 

Feudi San Gregorio Fiano di Avellino Pietracalda 2018: qui si ritorna sulle note vegetali dell’erba medica bruciata dal sole, al naso così come al palato,  dove tuttavia la morbidezza non pregiudica l’acidità croccante e spensierata.

Petilia Fiano di Avellino 2018: un mortaio di origano, nepitella e agrumi che turbinano all’interno di un sorso ficcante nella sapidità, da bere di gusto seppur manchevole, per il momento, di profondità. 

Terre d’Aione Fiano di Avellino 2018: un vegetale intrigante, appena floreale, finissimo al naso; la bella bocca è una donna altera e tornita, succosa e slanciata, intensa e precisa.

Tenuta Sarno 1860 Fiano di Avellino Sarno 1860 2017: la malinconia del glicine e quella dei fiori di limone, incastonati nel sorso di una bellezza adolescenziale, sapida e citrica, tutta da bere e da godere.

Traerte Fiano di Avellino 2017: già al naso  la stoffa è fine e nobilissima, come la bocca mordente, incisiva, tonica, croccante. Un vino già importante benché, forse, un poco adagiato. 

Donnachiara Greco di Tufo 2018: naso attraversato da belle speranze di fiori e di frutta. Bocca che veleggia piena e succosa, molto sapida e di buona lunghezza.

Colli di Lapio Greco di Tufo Alexandros 2018: un vino attraversato da lampi luminosi, delicati e vegetali; la bocca è piena, succosa, sapida e insistentemente floreale. 

Nolurè Greco di Tufo VentiCinqueDodici 2017: una sensazione vinosa e vegetale, intimamente bella, in una cornice già di struttura e profondità, apertura e verticalità.

In rosso

Martusciello Salvatore Penisola Sorrentino Gragnano Ottouve 2018: profumi molto belli di ciliegia scura e amarena in confettura con una dignitosissima freschezza, grip tannico e finale ammandorlato. Delizioso. 

Agnanum Campi Flegrei Piedirosso 2017: profumo di legni vecchi, spezie ed erbe officinali. Tantissimo peperoncino e fiori, coerentissimo in bocca, dove manca forse corpo ma non personalità.

Mustilli Sannio Sant’Agata dei Goti Piedirosso Artus 2017: naso rarefatto e delicato di fragoline, roobois e pepe rosa. Tutto in sottrazione il palato: corroborante.

Astroni Campi Flegrei Piedirosso Riserva Tenuta Camaldoli 2017: profumo più di polpa che di succo, innervato di un’acidità perentoria. Un vino pepato, pericoloso nella bevibilità, ma affatto timido.

Galardi Campania Terra di Lavoro 2016: metti sotto spirito le amarene e le olive nere col pepe, moltissimo pepe nero, e ottieni un vino tornito e lunghissimo, che non da segni di cedimento.

Villa Matilde Falerno del Massico Rosso 2014: molto profondo, malinconico e antico, vi si avvicendano profumi di pretto e fiori di lavanda in un palato tonico e leggermente amaro. 

Tenuta Cavalier Pepe Taurasi Opera mia 2013: balsamico e boschivo, non gli manca il legno, no, che però restituisce un vino profumato di cortecce, resine e cardamomo.

Tenuta Cavalier Pepe Taurasi Riserva La Loggia del Cavaliere 2013: origano e menta intermittenti, rilasciati da una bocca austera, che chiude quasi mordendo e avvitandosi su se stessa. 

Di Meo Taurasi Riserva Vino Blu 2012: bel naso “blu” di muschio ed erbe di montagna, di cui porta in dote tutta la pulizia mentre la bocca è sia croccante che sussiegosa. 

Il Cancelliere Taurasi Riserva Nero Né Riserva  2011: un naso di grande importanza e piccantezza, forse solo un po’ caricaturale nel suo prendersi sul serio; al palato è, però, sia sfaccettato che integrato.

Di Prisco Taurasi 2010: le note prevalenti rimandano a un mondo umbratile e selvatico, di marinatura e  sottobosco; alla bocca l’attacco è abboccato, lo sviluppo complesso, l’epilogo più che piacevole. 

Di Meo Taurasi Riserva Hamilton 2009: la menta nel camino, l’alloro, la marinatura e l’anatra all’arancia avviluppano un sorso che fa un ingresso in punta di piedi e si fa trascinante, come il Bolero di Ravel.  

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