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Il – roseo – futuro di Moët & Chandon

di Passione Gourmet

 “Ogni secondo al mondo viene stappata una bottiglia di champagne Moët & Chandon

Questo l’incipit, ormai istituzionalizzato, di ciascuna delle degustazioni organizzate dalla Maison più importante – più di 30 milioni di bottiglie prodotte – della Champagne. Merito di uno stile o, pardon, di un goût maison perfettamente codificato e riconoscibile, soprattutto in riferimento alla bottiglia più iconica, Moët Impérial.

Ma da tempo – 20 anni fa questi rappresentavano solo il 2-3% della produzione, oggi il 20% – la Maison ha indirizzato il suo interesse verso il rosé, come a voler presagire un trend che, in effetti, è in crescita a livello globale. Ma Benoît Gouez, chef de cave di Moët & Chandon dal 2005, smentisce subito ogni sospetto: “non seguo il mercato ma seguo una sensazione”, ovvero quella che il rosé sia in grado di combinare la struttura del rosso con la leggerezza del bianco. È questo a renderlo uno dei vini più versatili e disinvolti al mondo.

Noi di Passione Gourmet ne abbiamo avuto un assaggio nel corso della degustazione dedicata alla stampa, con il Rosé Impèrial, tanto estroverso quanto vinoso ma anche disinvolto, nella sua natura in limine tra vino (rosso!) e bollicina e, soprattutto, con il Grand Vintage Rosé 2012. Peculiarità di entrambi, la combinazione di Pinot Nero e Meunier, l’uno a dare struttura, l’altro a dare polpa e volume.

La proporzione aurea, anzi rosea

Oggi, la percentuale complessiva di Meunier nel Rosé Impérial è del 40% (di cui il 10% è ancora vino rosso), combinato con circa  45% di Pinot Nero (di cui il 10% è ancora vino rosso) e 15% di Chardonnay, il cui dosaggio non supera mai i 9 grammi al litro. Questa combinazione restituisce un profilo aromatico profondo, vinoso, che tale appare anche al palato, benché slanciato da note di frutti rossi e bacche, come di melograno. Un profilo che viene decisamente enfatizzato nel già molto affascinante Grand Vintage Rosé 2012, che si staglia al palato rispetto al Rosé Impérial per struttura, lunghezza e tenuta del sorso. Questo, infatti, assemblato con sole uve della capricciosissima annata 2012 – “un’annata dove si sono verificati, in vigna, tutti gli accidenti possibili e che ha restituisco una misteriosa ma grandissima armonia di contrasti” – vanta peraltro una peculiarità ulteriore. Benoît Gouez ammette infatti che fu soprattutto “la succulenta maturità dei vini ottenuti da uve nere, in particolare di Meunier, a sedurmi”, da cui è seguita una percentuale insolita e importante, in assemblaggio, del 23% contro l’11% del Grand Vintage  Rosé 2009.

Si tratta di un vino da leggere in prospettiva ma che già adesso serba, benché in nuce, tutta l’autorevolezza e la grandezza che, ne siamo certi, lo caratterizzerà in futuro.

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