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Estate in Versilia all’Hotel Byron, con Giò Porro, Wetter e BioSmurra

di Davide Bertellini

Byron. L’Hotel Byron. Lo dici e già ci sei: è la funzione stessa della poesia in cui, come apostrofava Umberto Eco parafrasando Catone il Censore, “verba tene, res sequentur“: le parole tengono, le cose seguono, ne sono determinate. Affare da poeti, com’era Lord Byron da cui questa dimora a pochi metri dal mare con le Alpi Apuane sullo sfondo prende il nome.

Esegesi leggendaria, costruita come fu nella prima metà del secolo scorso dal duca di Zoagli, José Caferino Canevaro detto “Pepito”, personaggio libero e anticonvenzionale da cui l’hotel ha mutuato un fascino così estemporaneo che, ancora oggi, per noi che lo frequentiamo, “andare al Forte” significa andare al Byron e, una volta lì, saggiare il significato più proprio delle cinque stelle lusso che lo abitano.

La stella del Magnolia, per quando si è affamati – e non solo di pancia, ma anche di spirito – dei concetti di Cristoforo Trapani o per un urbanissimo cocktail a bordo piscina, accompagnato perché no da sfizi di varia natura: contemporanei nel concetto ma antichissimi nella fattura, come la scoperta più insidiosa di questa estate: le bresaole d’autore di Giò Porro da accompagnare, se non si volesse indugiare troppo nel licenzioso mondo degli spiriti, che pure supporterebbero, con un succo di frutta purissimo, e immaginifico, come quello approntati dai coniugi Wetter oppure dalla famiglia Murra, di BioSmurra.

Perché, come la luna, l’Hotel Byron ha tante facce: e quella salutare non ci appare meno seduttiva di quella libertina. 

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