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Château Cheval Blanc 1975

Vino
Recensito da Leila Salimbeni

Château Cheval Blanc: una mitologia

Sulle ghiaie di Saint-Émilion Château Cheval Blanc cavalca da secoli la scena del vino mondiale. Dai suoi vigneti, in prevalenza di Cabernet Franc, il lavoro della terra si è sublimato in una mitologia che, da sempre, perturba il mercato, forgiando il destino dell’homo bibens.

Il terroir

Siamo nel Libournais. Qui le appellations si distinguono sia in base alle proporzioni tra i vitigni – Cabernet Franc (localmente detto “bouchet”) e Merlot la fanno da padrone mentre il Cabernet Sauvignon fatica a maturare sulle alture – sia per le differenti matrici del suolo. Quanto alle estensioni, 800 sono gli ettari – per 180 châteaux – di Pomerol mentre, dopo alcune appellations satellites come Lalande-de-Pomerol, si spalancano a sud-est i 5500 ettari di Saint-Émilion ed è qui che, precisamente, incomincia la nostra storia.

La storia

Tutto ebbe inizio con un toponimo antico, la cui prima attestazione passa attraverso un rogito del 1687, dove a suggello di un passaggio di proprietà viene sancito il fondo “au Cheval Blanc”, così trascritto anche su una mappa del 1717. Dovremo attendere il 1832, tuttavia, per considerare avviata la parabola moderna dello Château, che con Jean-Jacques Ducasse si bea di una più dettagliata documentazione complici anche le annessioni, tra il 1832 e il 1851, di vigneti dalla confinante tenuta di Figeac. Solo dopo vent’anni, grazie al matrimonio strategico tra Henriette Ducasse e Jean Lussac-Fourcaud, il “cavallo bianco” acquisisce i vigneti le cui ghiaie lambiranno i confini con Pomerol mentre nel 1871, forte di altre acquisizioni, si sfioreranno i 41 ettari: gli stessi che caratterizzano, oggi, la sua estensione attuale.

Nel 1860, intanto, viene ultimato il castello e le prime bottiglie, tra il 1862 e il 1867, ottengono le medaglie d’oro al merito alle fiere internazionali di Londra e Parigi: ecco donde arrivano i due monili in etichetta, assieme alla bizzarra giustapposizione, fateci caso, di scritte con font attinti da ogni epoca e stile. Nessun accadimento degno di nota si registra per tutto il XX secolo se non l’inversione del cognome da Lussac-Fourcaud a Fourcaud-Lussac, voluta dal diretto discente Albert.

La storia continua, inalterata, fino al 1998 quando la tenuta passa a Bernard Arnault, Monsieur LVMH, che se da un lato sale agli onori e agli oneri della cronaca per l’avvenirismo della nuova cantina, dall’altra vi insedia Pierre Lurton che ivi impone l’imperativo della continuità stilistica, perseguita mediante trattamenti organici, basse rese e una scrupolosissima filosofia di cantina.

Maison e goût maison

Quanto alle sue caratteristiche specifiche, con Château Cheval Blanc orbitiamo, come detto, in una St. Émilion che è quasi Pomerol i cui vigneti, lambenti il castello e la cantina, affondano le loro radici su suoli di composita matrice: una porzione minoritaria di sabbie e argille ferrose lascia il posto ad argille compatte, che punteggiano una miscela predominante di ghiaia fatta di ciottoli bianchi e sabbia. Qui, la varietà protagonista è il Cabernet Franc (52%) che calca la scena ampelografica per oltre la metà, seguito da Merlot (43%) e da una più piccola porzione di Cabernet Sauvignon (5%), da piante che superano agilmente i 45 anni. Ogni appezzamento è vinificato con religiosa divisione delle parcelle con inoculo di lieviti, selezionati in loco: per la fermentazione, si prediligono contenitori di cemento mentre fermentazione malolattica e maturazione, di circa 18 mesi, avvengono – da sempre – in barriques nuove. È questa combinazione, inamovibile, a restituire, nelle giuste annate, vini che sono da annoverarsi tra i  più longevi del mondo.

L’annata 1975

Un’annata miliare se consideriamo che la nuova barricaia voluta dai Fourcaud-Lussac fu inaugurata, in grande stile, appena prima della vendemmia dello stesso anno. 

Quanto all’andamento vendemmiale, considerato “nella media”, questo fu inficiato dal fenomeno della colatura prefiorale del Merlot responsabile, soprattutto per questo vitigno, di rese assai basse. Inoltre, l’annata arrivò a seguito di un’infilata di vendemmie difficili, comprese le forti piogge della 1974, le quali persuasero molti produttori a vendemmiare troppo presto: un errore così capillare da forgiare una vulgata che, alla ’75, ha attribuito un carattere troppo austero e troppo verde. Una sorte da cui Cheval Blanc, col suo microclima precoce, è riuscita invero ad affrancarsi dando alla luce un vino che, pur nella sua austerità giovanile, lasciava presagire sin da subito quella “trama celestiale” – per dirla con Armando Castagno – di cui  è pur vero che forse solo oggi si comincia legittimamente a godere.

Château Cheval Blanc 1975

Degustato in un tiepido mercoledì di febbraio, A.D. 2021, oltre alla saldezza strutturale in cui sembra incapsulato a colpire è la grazia e un portamento che, comune a tanti bei Bordeaux, potremmo definire ineffabile, plastico, enigmatico.

Generoso ma composto, l’olfatto si esprime su note suasive di grafite e d’asfalto bagnato, su cui s’innestano infiorescenze d’erbe di montagna, prodighe di frutti rossi. Orazio Vagnozzi riconduce le sue grazie carnose alla potenza maestosa di un Haut-Brion ma, come detto, e come ci si attende, questa sua natura carnale trasfigura presto e, pur restando solennemente se stessa, si concede ora divagazioni più spirituali di caffè verde, cappuccino e, eloquentissimi, aromi freddi di anice e coriandolo che, secondo quanto afferma il bugiardino aziendale, “ricorre in ogni grande annata“.

Poi, la rivelazione, ovvero che più che gusto e olfatto questo vino è tatto e, precisamente, una stoffa che prima d’esser stata seta, com’è ora, fu velluto: un mantello da cui si levano i profumi silvestri di una notte boreale vista da un bosco prodigo di bacche e frutti maturi, tumidi, turgidi, madidi, aurorali.

Ma dal momento che ci sembra d’aver detto troppo e, al contempo, troppo poco, vi lasciamo ora con una curiosità, che è stata a lungo, per noi, motivo riflessione: fino al 2012 il sito internet di Château Cheval Blanc vantava una straordinaria, rapinosa timeline. Questa, a seconda dell’annata, in pochissimi secondi proiettava tutti gli accadimenti delle umane genti all’interno della bottiglia del millesimo prescelto. Un’idea geniale che, tra le altre cose, riusciva splendidamente nell’unico intento forse non previsto, ovvero quello di veicolare, del vino, l’esatta sostanza fatta di natura che si fa cultura.

Oggi, per qualche assurda ragione, la timeline è scomparsa e perfino il cavallo bianco del vino contemporaneo sembra aver optato per una versione meno spettacolare, e più austera, di sé. Dommage.

* Dal 1998 Château Cheval Blanc è di proprietà di LVMH, che ne è anche l’importatore in Italia.

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