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Nesos, il vino marino

di Giulia Carelle

Ripercorrere il mito nella contemporaneità

A Firenze, nel corso della scorsa settimana, presso la sede di Toscana Promozione a Villa Fabbricotti, è avvenuta la presentazione di Nesos. Con l’intento di promuovere e ricordare l’Isola d’Elba anche per la sua storia centenaria in materia viticola, personaggi illustri della Regione Toscana e dei dipartimenti Universitari di Milano e Pisa, hanno raccontato di un progetto nato dall’esigenza di insignire un tassello di viticoltura ancora inesplorato.

Il senso di questa sperimentazione è recondito, non si basa sulla mera fattibilità del progetto ma costruisce un legame profondo con la terra e gli avvicendamenti che interessarono il Mediterraneo da milioni di anni. Recuperare un racconto, una storia che grazie a Nesos rivede la luce. Un fil rouge che lega una vinificazione di oltre 2500 anni fa, tipica dell’isola di Chio in Grecia, al presente, nell’isola d’Elba. Una connessione che riporta un’eccellenza nella contemporaneità – queste le parole di Stefano Feri, Vice Presidente del Parco Nazionale Arcipelago.

L’esperimento enologico è stato realizzato dall’Azienda Agricola Arrighi in collaborazione con il Professor Attilio Scienza, dell’Università di Milano, Angela Zinnai e Francesca Venturi dell’Università di Pisa. Secondo il Professor Scienza, abbiamo bisogno di credere ancora nei miti per rivivere l’emozione della “nostalgia” e trovare un equilibrio. La nostalgia è la malattia del ricordo; i nostoi erano i viaggi di ritorno che i Greci facevano per tornare nelle loro case, e dietro ogni viaggio di ritorno c’è sempre un grande progetto di espansione.

I vini di Chio, prodotti in questa piccola isola nel mar Egeo orientale, venivano considerati prodotti di lusso sul ricco mercato di Marsiglia e Roma. Inizialmente dolce e alcolico, questo vino custodiva un segreto che lo rendeva unico e particolarmente aromatico: il sale. Un’altra caratterista fondamentale era la vinificazione in anfora, segno distintivo nella cultura greca, i quali usarono questo elemento come se fosse l’etichetta del proprio vino. Anfore vinarie dalla forma tipica a collo rettilineo e di colore rosso vinoso – esse si riconoscono da quelle di imitazione etrusca per la presenza di cadmio.

Questa ricetta è stata quindi riportata ai giorni nostri attraverso il progetto Nesos. L’uva a bacca bianca del vitigno Ansonica, tipico dell’Elba, è un probabile incrocio tra due antiche varietà dell’Egeo, il Rhodotis ed il Sideritis, distinte per avere una buccia molto resistente e un polpa croccante. Al momento della raccolta, i grappoli vengono deposti in ceste – dalla forma che ricorda le nasse per la pesca della aragoste – e immerse nel mare, a dieci metri di profondità per un massimo di cinque giorni. Il sale contenuto nell’acqua assottiglia la pruina, la cera che riveste l’acino. Il processo di salificazione diminuisce il contenuto di acidi ma aumenta la capacità estrattiva dei fenoli. Inoltre, il sale, possiede proprietà antiossidanti e disinfettanti. In questo risiede la curiosità di questo vino dove per “osmosi” il sale penetra nell’acino. Effetti riscontrabili sia a livello chimico che sensoriale.

Successivamente all’immersione – in questo caso di tre giorni – l’uva viene fatta appassire sui graticci e posta in orci di terracotta simili a quelle di Chio, con le bucce ma senza raspi, fino a primavera per poi essere imbottigliato. Lieviti indigeni – rimasti sulla buccia – zero stabilizzazioni e filtrazioni: abbiamo di fronte un vino che si può definire con l’usuale termine “naturale”. Un vino pulito, non dal carattere naÏf, come si può immaginare.

Annata 2018, si presenta color giallo paglierino dorato leggermente torbido. Inizialmente al naso e al gusto sembrano due vini diversi. Sentori evoluti, di frutta matura, agrume, mandorla e note balsamiche fanno da cornice al carattere principale: la sensazione iodata. Nonostante il residuo zuccherino sia intorno ai 3-4 g/l – quindi un vino secco – in bocca presenta una densità elevata. Inoltre, l’acidità contenuta, non influisce negativamente sulla sensazione di freschezza, risultando invece abbastanza persistente. Una sapidità a tutto tondo. Il sorso pulisce la bocca e lascia il sale sulle labbra. Finale salmastro con un leggero retrogusto di torba. Nel complesso equilibrato.

Un vino da collezione, una produzione ridottissima di sole 40 bottiglie, con una prospettiva di invecchiamento di cinque, sei anni. Simbolo di un simposio dove donne e uomini bevevano e conversavano all’insegna di una prima civiltà del bere che oggi riviviamo attraverso l’emozione di Nesos.

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