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Il Paradiso di Manfredi

di Sofia Landoni

Rudezza e timidezza di un Brunello di Montalcino 2012

Fu tra i fondatori del Consorzio del Brunello di Montalcino, Manfredi Martini, nel non troppo lontano 1967. L’ilcinese Manfredi e la moglie Fortunata erano entrambi agricoltori, con quella meravigliosa impronta di toscanità che faceva amare loro la terra, la vigna e la campagna in tutte le sue forme. Nel 1950, la decisione di acquistare un podere facendolo diventare la loro azienda. Era il “Podere Paradiso”, che ancora oggi dà il nome all’azienda vitivinicola della famiglia Manfredi. Il Paradiso di Manfredi oggi si estende su una superficie vitata di 2,5 ettari, dei quali 2 completamente dedicati al Brunello. Le vigne, con età media di 28 anni, sono esposte a Nord-Est con dolci pendenze che si distendono su altitudini variabili, fino a raggiungere i 330 m.s.l.m.

Il lavoro in campo, così come quello in cantina, è modulato sull’osservazione delle condizioni irripetibili dell’annata, nel suo andamento climatico, nelle sue inclinazioni, nei suoi tratti favorevoli e nelle sue difficoltà. Ogni operazione agronomica è svolta con la minuziosa attenzione della manualità, così da permettere una forte selezione qualitativa che parte dal grappolo fino a coinvolgere il singolo acino.

Il Brunello di Montalcino DOCG è, tutt’oggi, il principe delle etichette de Il Paradiso di Manfredi. Il vino simbolo di un territorio coincide, in questo caso, con l’identità di un’azienda, che da sempre decide di dedicarsi ad esso privilegiandolo con un protagonismo assoluto. Ne esiste una versione che affina per 36 mesi in botte e un’altra – Brunello di Montalcino Riserva – che matura in legno grande per un periodo di 48 mesi. Noi parleremo della prima, in queste righe, raccontando ciò che abbiamo scoperto di essa nei colori dell’annata 2012.

L’impatto iniziale è quello di chi è diffidente, chiuso, molto restìo a mostrare il proprio volto in favore di una copertura un po’ rude. Non si esprime con la solarità tipica delle sue colline, nei primi minuti. Ma questo è un vino per soli palati esperti che, conoscendo le imprevedibilità del vino, lo sanno anche aspettare, nell’intuizione di alcune potenzialità. E infatti, dopo qualche tempo, una piacevole nota di prugna rompe il silenzio, portando con sé una trama terrosa ed una balsamica. Anche al palato richiede il suo tempo per aprirsi: dapprima il tannino ruvido catalizza l’attenzione, per poi lasciar affiorare una certa finezza, dritta ed esile. Forse ancora troppo giovane, forse ancora incerto sul da farsi. Un vino che non ha ancora detto tutto ma che sarà interessante ascoltare nuovamente fra qualche altro anno.

 

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