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Tasca d’Almerita, leggiadra energia etnea

di Sofia Landoni

Tutto ebbe inizio col vento…

Benvenuta a casa”. Era il 2015 quando l’allora hospitality manager di Tasca d’Almerita Corrado Maurigi introduceva una giovane stagista nella Tenuta Regaleali, la principale tenuta delle cinque che compongono il pantone territoriale firmato da Tasca. Una frase forte, proferita e simultaneamente incisa nel cuore di chi l’ascoltava attardandosi a guardare quei vigneti. Era l’ora del tramonto e il vento era rientrato dai suoi viaggi quotidiani, danzando sinuosamente fra quelle viti che lo aspettavano, ogni giorno, intorno alle 17. Osservarle ondeggiare era qualcosa di pacificante ed energico. Qualcosa portato dal vento, che spazzava via il peso e, grazie alla nuova leggerezza, sospingeva il cuore in avanti con la sua stessa vivacità. Questo fu l’incontro con Tasca d’Almerita, preambolo di tutto ciò che sarebbe successo dopo.

La natura dei Tasca era ed è quella della dinamicità. Niente stava fermo, là, neppure le foglie. I progetti fremevano in quel di Regaleali e delle sue vigne, a Capofaro e a Mozia, persino a Sallier de La Tour, silenziosa dimora del Syrah. E fremevano anche sull’Etna.

Fu proprio in quell’anno, nel 2015, che l’azienda acquistò la Contrada Rampante, sul versante nord del Vulcano. Sull’Etna, i Tasca, avevano messo gli occhi già da tempo. L’avventura ebbe infatti inizio nel 2004, attraverso studi, ricerche e vinificazioni che portarono ai primi acquisti di terreni nel 2007, dando il benvenuto alla nuova Tenuta Tascante. Contrada Sciaranuova fu la prima a entrare nella famiglia, seguita da Pianodario, Grasà e Contrada Rampante, ove oggi si trova la cantina. Quest’ultima era un progetto in serbo da molto tempo, scaturito dalla creatività che, osservando i vecchi palmenti etnei, ne vedeva in potenza una struttura in grado di ospitare la vinificazione delle uve in loco.

Le quattro Contrade si estendono in quella fascia di territorio eterogeneo che va da Randazzo a Passopisciaro, sul versante Nord dell’Etna. Diverse le altitudini, diverse le epoche di formazione, diverse le situazioni che hanno composto il suolo stratificato e diversi i microclimi che definiscono le singole zone: l’incredibile variazione che esiste a ridosso di questa Muntagna si deve al tempo e alla vita che è accaduta in esso. Non c’è una contrada uguale all’altra. Tutto sta nel lasciare a loro l’espressione della propria diversità, apprezzandone ogni singolo irripetibile dettaglio. La scelta dei Tasca ha voluto quindi dare respiro all’intreccio spontaneo fra vitigno – il Nerello Mascalese – e il territorio, sottolineando la singolarità di ogni zona attraverso l’espressione di essa nel vino che ne porta il corrispettivo nome. La vinificazione separata delle Contrade ha avuto inizio con la vendemmia 2016 e fa il suo ingresso nel mercato tre anni dopo, nel 2019.

Quattro versioni di Nerello Mascalese – afferenti a tre Contrade, per ora – con stili piacevolmente scarnificati da pesantezze e da ridondanze. Il vino vive dell’eleganza e della caparbietà del suo vitigno, che proprio come il vento di Regaleali porta la leggerezza della sua energia. Leggiadro e profondo, fine e deciso, espansivo e a tratti imbronciato sulle note sulfuree: l’anima del Nerello è affascinante come quella del Vulcano che lo ha coccolato.

Il territorio dell’Etna è meraviglioso e complesso. Tanto è facile incantarsi davanti ai muretti a secco, ai terrazzamenti e alla terra nera, quanto è difficile lavorarci. Ogni pratica agronomica richiede manualità, esperienza e quella capacità di interpretare la vigna che ad oggi viene spesso identificata con il termine sostenibilità, ma che – come ricorda Alberto Tasca – si potrebbe anche chiamare consapevolezza. A dirigere tutto questo, Dimitri Lisciandrello, responsabile della Tenuta Tascante. Il grande lavoro che esiste dietro ogni bottiglia di vino – di questo come di tutte le altre bottiglie di vino al mondo – è supportato da un team giovane e, in perfetto stile “Tasca”, molto molto dinamico.

E in effetti sono anche questi i punti di forza di Tasca d’Almerita: quei nomi che abitano le Tenute da tempo, siano essi quello del pastore – forse l’unico al mondo che pascolava le pecore a bordo di una Vespa decisamente vintage – o delle cuoche eccelse di Regaleali, delle ragazze che rendono impeccabile il servizio di ristorazione o degli agronomi disposti a insegnare come riconoscere il grado di maturità di un acino con l’occhio e l’assaggio. E poi ancora i nomi dei custodi, degli imbottigliatori, degli amministratori e di coloro che svolgono l’attività di ospitalità guidata oggi da Fabiola Piazza.

Definire il concetto di casa è molto difficile, forse proprio perché una definizione non ce l’ha. Non ha una spiegazione e non ha una logica. Ha quel calore, però, capace di trasformarsi molto rapidamente in legame. Un legame straordinariamente forte, che tutto sommato la lontananza non scalfisce. È la commozione di chi parte con il desiderio di tornare, sapendo che ogni minuto vissuto in quelle terre ha avuto il sapore di casa.

Etna Rosso “Contrada Rampante” DOC 2016

Naso delicato, espresso sulla finezza del fiore e un accenno lievemente agrumato. L’ingresso morbido di bocca lascia il posto alla presa decisa, nel carattere e nel tannino, regalando l’ultima parola a una chiusura vellutata.

Etna Rosso “Contrada Pianodario” DOC 2016

La contrada più a Nord porta il segno della frescura termica e del terreno fatto di pietre vulcaniche. Al naso le note diventano più scure, con una partecipazione terrosa più evidente. Dritto e teso nella conduzione fresca che, insieme al tannino, connota il vino nelle sue durezze.

Etna Rosso “Contrada Sciaranuova” DOC 2016

La maggiore intensità olfattiva è dovuta alla partecipazione del legno, che emerge nella definizione del nerbo, al naso così come al gusto. Si identifica per una certa veemenza, che lo rende estremamente vivo. Il sorso si svolge in una complessità lenta, protratta in una lunga persistenza.

Etna Rosso “Contrada Sciaranuova V.V.” DOC 2016

L’anno di impianto di queste vecchie vigne ad alberello risale al 1961. Dalla loro storia e dal suolo a matrice prettamente sabbioso vulcanica, si trae un vino dalla densità palpabile ma non pesante. Il naso è carnoso e complesso, condotto lungo una nota pungente di lampone. Il sorso materico è scortato dalla freschezza e dal tannino, restituendo alla bocca una percezione di grande equilibrio.

 

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