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Slovenia e Italia, i due profili della Ribolla

di Sofia Landoni

Alchimia di una complicità

Rimangono solo poche tracce visibili di ciò che fu. Le casette adibite a guardiole, per controllare chi entrava e chi usciva dal confine, quel confine che separava l’Italia dalla Jugoslavia con l’intenzione di rappresentare l’ennesimo fronte, come fosse la retta di allineamento di due fazioni che si fronteggiano. Eppure, non è sempre stato così.

Prima della Grande Guerra l’Impero Austroungarico racchiudeva in sé l’interezza di quella zona che si uniforma per fisionomia e composizione pedologica, per clima e per attitudine agricola, per idiomi e per tratti somatici, per storia e per familiarità. Quella zona che è stata, ad un certo punto, separata da un confine, e che ha assunto il nome di Collio da un lato e di Brda dall’altro.

Quel confine oggi esiste ancora e separa l’Italia dalla Slovenia. Ma quel confine, oggi, assume le sembianze di un incontro con chi ha vissuto una storia differente, nella coerenza di quei cenni umani che, nonostante le irreali imposizioni politiche, sono sopravvissuti fra chi stava da una parte e dall’altra della linea, abituati come erano sempre stati a guardarsi, sorridersi, discutere e scambiarsi le reciproche esperienze di vita.

L’area del Collio – Brda oggi sfugge da ogni tipo di confine. Lo oltrepassa, lo elude, lo confonde e, al contempo, lo esalta meravigliosamente. L’omogeneità delle sue fattezze collinari e selvagge, così tanto spontanee da sembrare capaci di dialogo, racchiude il segreto di una variazione vivace nelle espressioni delle sue uve. Una, in particolare, ha abitato questi luoghi fino a diventarne parte integrante ed essenziale: la Ribolla, vitigno fra i più affascinanti del pianeta in virtù di un carattere che definire forte è fin riduttivo. Animata negli ossimori, nella personalità rude, nella difficoltà di coltivazione, nell’ostilità burbera delle sue membra, eppure così capace di empatia con la storia del suo territorio e del suo popolo; così capace di essere strumento di rinascita e di tensione alla vita. Oggi, la Ribolla del Collio italiano e la Rebula della Brda si affermano per ciò che sono: l’abbondanza di inflessioni che può assumere questa bacca bianca, come le innumerevoli espressioni del volto umano che hanno dipinto le luci e le ombre del popolo italiano e del popolo sloveno.

Le aziende viticole del Collio e della Brda hanno una straordinaria presenza di gioventù. Sono giovani, dinamiche e lungimiranti. La consapevolezza e il desiderio di conoscere li contraddistingue, ripercuotendosi in una grandissima profondità dei vini. Dialogare con quelle persone è come gustare la variabilità della Ribolla, nelle innumerevoli sfaccettature umane, stilistiche e viticole.

A unire tutto, un substrato che marca e definisce l’area Collio-Brda: la ponca, o opoka. La sua alternanza di marne e arenarie costituisce la ricchezza di un suolo povero. La Ribolla, su di esso, cresce nel modo migliore, inasprendo la finezza dei suoi profumi e approfondendo la stratificazione di sé. L’apice delle colline è l’habitat ideale per questo vitigno esigente, a tratti scorbutico, dalle soddisfazioni grandissime e dai risultati sorprendenti. Può variare dalle complesse intuizioni della sua versione macerata – ben più antiche di quanto le mode abbiano fatto credere – fino a quelle dritte ed eleganti della vinificazione in bianco, giungendo alla leggiadria della bolla.

Non è possibile definirne un profilo univoco. Non è possibile astrarre e delineare i tratti caricaturali di questo vitigno.  Non è possibile animarla nella marionetta di una regola degustativa e non è neppure possibile crearne un archetipo. La Ribolla è affascinante perché sfugge. La Ribolla lascia senza parole perché chiede l’onestà intellettuale dell’incontro e del dialogo. La Ribolla interloquisce con il palato di chi la assaggia – e con il viticoltore che la coltiva – perché ha il suo carattere e il suo temperamento. Ha la variazione umorale che viene spesso ricondotta alle donne, così come quel vezzo di aprirsi piano, nella lentezza di uno sguardo che osserva in attesa di cogliere ogni minimo, banale dettaglio.

Medot Millésime 2011

Pinot Nero 20% – Rebula 40% – Chardonnay 40%

I 7 anni sui lieviti hanno scolpito la finezza della bolla e hanno restituito un profilo olfattivo di pasticceria e crema al limone. La bocca è elegante e sapida, fermamente ma piacevolmente agrumata. La pressione della bolla imprime un dinamismo gustativo capace di esaltare la cremosità del tempo e del lievito, che sfumano su una chiusura amaricante, segno della sua sapidità identitaria.

Dolfo Rumena Rebula 2018

Naso che accenna in potenza una buona complessità. Una parte pungente convive con una più dolce, dipingendo un cromatismo di erbe aromatiche, limone, pepe bianco e ananas matura, con qualche cenno erbaceo che guizza sullo sfondo gessoso. Molto sapido, eppure composto. La salinità netta non ne sposta l’equilibrio ma ravviva il sorso, dimostrando di essere, ancora una volta, la costante territoriale slovena.

Ferdinand Rebula Época 2016

Una particolare prima impressione burrosa introduce a una imprevista varianza della Ribolla. Ne accenna un’inclinazione piuttosto accogliente a distesa, ma non per questo banale. Emergono note di felce e di borotalco, con qualche tinta diretta verso il mondo mentolato. Ha un naso intrigante e una bocca che ricalca l’attraente profilo olfattivo. Tesa  nel sorso sapido e lungamente persistente.

Marjan Simčič Rebula Selekcija 2003

L’emozione di pensare per quanti anni quel nettare arancione intenso, vivo, luminosissimo, abbia atteso l’agognato momento del debutto. L’emozione di pensare agli sforzi che, insieme all’uva, si sono mischiati in quel nettare. Questo vino si anima, nell’emozione. Il naso porta con sé il bagaglio dell’evoluzione, che si alleggerisce con il passare dei minuti, nel calice. L’orma dell’ossidazione eleva la complessità di un profilo a tratti chiuso e a tratti intenso. Mai esuberante, mai sopra le righe e mai estroverso. Un profilo di note terrose e acri, burbere ma coinvolgenti. La bocca stupisce per la sapidità, quella sapidità che scalpitava in bottiglia da 16 anni e che, ora, si può apprezzare in tutta la sua eleganza.

Radikon Ribolla Gialla 2011

Un naso fortemente “Radikon”, uno di quelli che si riconoscerebbero a occhi chiusi. L’affascinate familiarità con questo vino irrequieto porta a perdersi nelle sue note pungenti e penetranti. Ricorda lo smalto, i funghi, le olive in salamoia e la terra, la terra viva, colpita dalla pioggia ed elevata nell’aria attraverso il suo profumo crudo. E poi ricorda il miele, la violetta, la delicata dispersione dei fiori primaverili. La bocca è, come sempre, fedele specchio del naso, condotta lungo la scia pungente della vinaccia e dello smalto. La veemenza di quel sorso si riconoscerebbe dovunque, come una firma. Come un tono di voce.

 

Gravner Ribolla Gialla 2009

Naso stratificato, animo complesso. Terroso e salmastro, racconta la sua storia criptica, forse per pochi. La racconta nella cornice disegnata dal fumo di un sigaro, soffusa e misteriosa, preludio di qualcosa che affonda radici lontano. Una trama fruttata, di sfondo, denota l’assimilazione del frutto, che ora si palesa con la maturità fatta propria negli anni. La bocca mostra la potenza, la forza, l’irruenza del carattere espressi con vellutata finezza. Complesso, equilibrato. Pare scivolare sinuosamente sul palato eppure rimanere aggrappato ad esso, solidamente, nel ricordo di sé. La scorbutica Ribolla qui trova lo svolgimento di una complessità difficile e intensamente affascinante, non barattabile con niente, non costruibile in alcun modo. La grandezza di un vino, forse, si rivela nella sua spontaneità.

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