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Poggio Cagnano, la scommessa sulla Maremma toscana

di Sofia Landoni

Il Sangiovese d’altura che guarda il mare

Talvolta accade che la capacità espressiva di un luogo attraversi la fatiscenza dei suoi indumenti resi logori dal tempo e arrivi a colpire il cuore di chi osserva le sue sembianze desolate. Si respira il fascino e il timbro misterioso di una realtà che fu – chissà in che maniera, ma certamente per la vita di qualcuno fu – e che potrebbe essere ancora. Fremono i sogni e freme la rinascita, per il terreno e per la persona che, in esso, vede un inizio.

Qualcosa di molto simile deve aver spinto Pietro Gobbetti ad acquistare nel 2002 un podere che, da 30 anni, era rimasto in solitaria attitudine ad osservare la Maremma toscana dall’alto del suo poggio, il Poggio Cagnano. L’attività agricola di Pietro Gobbetti iniziò con la risistemazione di 5 ettari, impiantati a vigneto per 1, 5 ettari e ad uliveto per la restante parte. Da pionieri che furono, i Gobbetti decisero di piantare diverse varietà all’interno di quello stesso ettaro e mezzo, così da osservare, sperimentare e, pian piano, conoscere le potenzialità di quel territorio ancora – tutto sommato – poco noto all’epoca.

Negli anni, il focus produttivo di Poggio Cagnano è andato a privilegiare l’autoctono, abbracciando sia varietà a bacca bianca che rossa, ma lasciando comunque una finestra aperta sugli internazionali. Ad incrementare lo slancio di crescita dell’azienda è oggi il figlio di Pietro, Alessandro Gobbetti. Il giovane imprenditore, originario della terra vicentina, ritornò in Patria nel recente 2016 – stesso anno in cui i vigneti aziendali ottennero la certificazione biologica – a seguito di alcune esperienze estere che lo videro impegnato in attività lavorative di altro settore. Una carriera già tracciata eppure ribaltata, con la baldanza intraprendente di chi ama le novità.

Novità che fermentano tuttora in casa Gobbetti. Poggio Cagnano andrà verso uno stile di vinificazione sempre più personale, sempre più espressivo. L’utilizzo delle anfore, così come delle vasche di cemento, va a porre l’accento su una direzione nuova, che vedrà l’ingresso di macerazioni più o meno lunghe, con la cura di esaltare la freschezza del frutto. Le principali varietà interessate al cambiamento saranno il Vermentino e il Sangiovese: un cambiamento iniziato nello scorso anno e ora in fase di svolgimento. Tre ettari, inoltre, sono in attesa di debuttare nella loro vita produttiva, che regalerà Vermentino, Sangiovese, Ciliegiolo e Grenache. Una conferma per i primi tre vitigni – già presenti nel portfolio di Poggio Cagnano con grandi risultati – e una novità per il quarto. Francesco Petacco, agronomo di Poggio Cagnano, afferma che “il Grenache è il vitigno rosso del Mediterraneo”. Ama questo vitigno Francesco, poiché il suo essere una varietà a maturazione tardiva lo rende capace di un patrimonio acido e sapido ben marcato ma bilanciato al contempo da una buona concentrazione. Dapprima a sostegno del Rosato, il Grenache avrà in futuro la possibilità di ritagliarsi uno spazio tutto suo in una vinificazione in purezza.

Un cuore che pulsa per gli autoctoni, quindi, e un’identità che si esprime in modo privilegiato attraverso il Sangiovese. È l’uva toscana per eccellenza, capace di proporre versioni differenti di sé in base al terreno e ai climi che la ospitano, guidata dalla mano del produttore che ama esaltarne un aspetto piuttosto che un altro. La versione di Poggio Cagnano si chiama Altaripa. Come facilmente intuibile dal nome, si tratta di un Sangiovese in purezza coltivato alle altitudini massime della proprietà, ossia intorno ai 500 m.s.l.m. Quel vento, che pare tanto essere il respiro della vite, scandisce una bellissima definizione aromatica delle uve, proposta in un quadro di finezza tannica e di netta sapidità. Un Sangiovese di alta collina ma anche un Sangiovese del mare, il quale dista dal poggio solamente 30 km. Da un lato l’Argentario e da un lato lo snodo umbro-laziale, Poggio Cagnano respira quell’aria soffusa che mescola alcune delle regioni più affascinanti d’Italia nel dipinto impressionista di uno scenario incantato, divenuto famoso per i suoi scorci, per le sue suggestioni e per le sue colline. E, chiaramente, per il suo vino.

Altaripa 2014

Naso che dondola fra la trama terrosa e quella balsamica, sullo sfondo di ribes e lampone. La nota speziata emerge in un secondo tempo, trascinando con sé una delicata scia di liquirizia. In bocca è fresco e tannico, senza eccedenze di alcun tipo. Benchè si percepisca la connotazione dall’annata carica di piogge, si presenta nel calice un Sangiovese snello e fine, definito in una bella tensione fresca.

Altaripa 2015

L’impronta balsamica, al naso, emerge con maggiore evidenza rispetto al precedente. Si presenta come un vino solare nella sua intensità espressiva. La frutta rossa corre dal lampone alla confettura di corniole, sull’offuscata trama di cenere e spezie. È un vino molto vivo nella sua personalità gustativa. Fresco ma anche di pieno corpo, senza essere in alcun modo sovrabbondante. Una netta nota salina scorta lo sviluppo del tannino ben gestito. Un vino di grande equilibrio e compostezza.

Altaripa 2016

Le note coinvolgenti di frutta rossa, sottobosco e cacao ne definiscono una grande espressività, basata su toni scuri e intriganti. Si apre lentamente rivelando pian piano numerose inquadrature. La bocca coesa e molto fine esalta una tannicità forse più evidente rispetto ai precedenti ma per nulla sgradevole. Rimane, infatti, la firma dell’eleganza, che chiude il sorso con una signorile nota terrosa.

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