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La dimensione sociale dell’alta cucina

di Leila Salimbeni

Cene sociali & chef stellati

Allo Spazio Battirame alberga una dimensione molto vicina a quella che i greci avrebbero chiamato kalokagathìa. Si tratta della fecondissima crasi tra  “bello e buono” col fine ultimo del raggiungimento di uno stato che contempla tutte le virtù. In questa ottica “bello” è da intendersi non solo nel suo aspetto sensibile ma anche come riferimento alla bellezza intesa come nobiltà d’animo e caratura morale.

Per questo motivo entrare in questa cooperativa sociale – una casa colonica ristrutturata e arredata con elementi realizzati e progettati all’interno delle  botteghe di Eta Beta – significa entrare in un’altra dimensione: una dimensione in cui il recupero è inteso a 360 gradi perché coinvolge tutto, tanto gli oggetti materiali quanto quelli immateriali, ovvero i professionisti e gli artisti coinvolti nel recupero di un’umanità che, attraverso l’esercizio dell’artigianato o della cucina, riscopre il senso e soprattutto il gusto di essere al mondo.

L’acquisizione di un nuovo senso

Così nascono le Tavole dello Spazio Battirame, sia quella dove siamo seduti e agghindata con gli elementi di alto artigianato artistico del designer Servito, sia come il concetto stesso che alberga e che anima gli atti delle Sette Tavole: L’alta cucina parla tante lingue.

All’anagrafe, si tratta di “cene sociali con chef stellati” i quali provengono tanto dai pass di Joan Roca e di Ferran Adrià quanto da quelli della attuale scuola culinaria italiana. Nel nostro caso la cena è stata concepita  dallo chef Xavier Sagristà, storico braccio destro di Adrià, e dal maître Toni Gerez, di Castell Perelada.

Il prossimo appuntamento si intitolerà “Tra pini e faggi” e vedrà la partecipazione congiunta di Fina Puigdevall** del ristorante Les Coles, nei Pirenei, assieme alla nostra Viviana Varese* del VIVA di Milano. E vedrete, non si tratterà solo di un’occasione preziosa di familiarizzare con un universo commestibile altrimenti inaccessibile, perché lontano, ma anche di un’occasione per riscoprire il valore più profondo del cibo che, delle cose del mondo, è proprio la crasi più pura tra il bello e il buono e, quindi, tra l’etica e l’estetica della  kalokagathìa.

Tornando alla nostra cena, ecco sappiate che tra i piatti che più abbiamo più apprezzato figurano il rotolo di piedi di maiale con granciporro, il riccio di mare gratinato con tartufo nero e il trancio di lepre con pane alle spezie. Più che corretti anche i vini, tutti dell’azienda Vinos & Cavas Perelada.

Ma fermarci a questi aspetti, che invero abbiamo trovato sia illuminanti che disinibiti come solo la cucina catalana sa spesso essere, significherebbe non aver colto a pieno la parte più importante dell’intera iniziativa: ovvero la sua missione gregaria e, soprattutto, redentiva.

Per informazioni sulla prossima cena, cliccate qui.

La galleria fotografica: