Una famiglia del territorio
La famiglia Roagna produce Barbaresco da oltre un secolo, con una storia che si dipana attraverso un albero genealogico ricco e ramificato, intrecciando nomi, date e vigneti iconici del territorio langarolo.
La prima generazione, Vincenzo Roagna e la moglie Rosa, inizia a vinificare uve Nebbiolo per bottiglie di Barbaresco intorno al 1880, come documentato negli archivi familiari e nelle cronache enologiche locali (fonte: sito Roagna, sezione Storia). È con Maria Candida che, nel 1929, la vicenda assume contorni decisivi: porta in dote al futuro marito Giovanni Roagna una parcella di 0,25 ettari nel cru Montefico di Barbaresco, seme di ciò che diventerà l’azienda attuale.
La terza generazione, capitanata da Giovanni Roagna (1919-2005), segna un’espansione cruciale. Nel 1953 acquista lo storico vigneto Pajé (1,3 ettari circa), uno dei cru più prestigiosi di Barbaresco, noto per i suoi suoli tortoniani ricchi di sabbia e limo. Otto anni dopo, nel 1961, aggiunge una piccola parcella di 0,23 ettari nel cru Asili, altro gioiello del comune. Suo figlio Alfredo (nato nel 1949) eredita questa passione: nel 1989 annette gli 11 ettari del cru Pira a Castiglione Falletto, inclusa l’antica cascina restaurata per ospitare la nuova cantina nel 2005. Già dal 1978, Alfredo produce un vino da una minuscola parcella di 0,5 ettari all’interno di Pajé – terroir selezionato dal nonno Giovanni, che lo vinificava separatamente dal 1958. Questo era il Crichët Pajé, “il vino di famiglia per le grandi occasioni” (Wine Spectator, 1990).

Oggi, Luca Roagna (1978), quinta generazione, co-gestisce l’azienda con il padre Alfredo su 35 ettari totali, tra Barbaresco, Barolo e Castiglione Falletto, mantenendo rese basse (35-40 hl/ha) e vinificazioni tradizionali senza lieviti selezionati.
I Barolo e Barbareschi di Roagna incarnano purezza, espressività ed energia: dinamici, con tannini fitti e setosi che evolvono in bocca, culminando in finali verticali, profondi e persistenti (oltre i 60 secondi).

Barbaresco Paje Vecchie Viti 2018
L’annata 2018 (in passato avevamo assaggiato nove annate di Crichët Pajé, qui) rappresenta uno dei momenti più convincenti del recente percorso di Luca Roagna: Barbaresco e Barolo mostrano una centratura espressiva rara, frutto di una vendemmia volutamente tardiva, spinta fino alla piena maturazione fenolica per ottenere tannini più distesi e compiuti. Ne derivano vini dalla fisionomia talvolta quasi esotica, ma sempre sorretti da rigore e coerenza stilistica.
La cifra resta quella di sempre: viticoltura a basso intervento, fermentazioni spontanee, macerazioni lunghe, con un uso del legno oggi più misurato e orientato verso contenitori neutri nella fase finale dell’affinamento. Sono vini che non cercano l’immediatezza, ma il tempo: bottiglie costruite per evolvere, capaci di rivelare nel corso degli anni una profondità che va ben oltre l’impatto iniziale.
Il Pajè Vecchie Viti 2018 di Roagna è un Barbaresco che unisce autorevolezza e tensione con una naturalezza rara. Avere avuto l’opportunità di berlo al ristorante ha confermato, se non superato, le sensazioni e le aspettative che aveva generato quando lo avevamo assaggiato in degustazione. Proveniente da vigne molto vecchie nel cru Pajè, esprime un Nebbiolo di grande precisione, dove l’estrazione è al servizio della finezza e non della muscolarità fine a sé stessa. Al naso si apre con un ventaglio ampio: ciliegia rossa matura, arancia sanguinella, petali di rosa, poi tabacco chiaro, spezie fini e una traccia balsamica che ne accentua la verticalità. È un profilo profondo, stratificato, che cambia nel bicchiere minuto dopo minuto. In bocca è potente ma mai pesante. Colpisce per la grande struttura, sostenuta da tannini fini e dolci – maturi, cesellati, perfettamente integrati – che avvolgono il palato senza irrigidirlo. La trama è compatta, ma ciò che rende il sorso davvero memorabile è la sorprendente freschezza: una spinta acido-sapida che allunga il finale e dona slancio a un impianto importante.













