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Lettera a Gianfranco Soldera

di Ciro Fontanesi

Colorno, 16 Febbraio 2021

Caro Gianfranco,

Non nego che per me oggi sia stata una giornata densa di emozioni: il sapere che non potrò più vedere il tuo passo veloce nell’accogliermi a Case Basse si mischia con la felicità nel conoscere Monica, la sua energia, la sua umiltà e la sua voglia di portare avanti il tuo progetto, di dargli una propria linea e identità.

Quando sono tornato senza di te a Case Basse ho avuto momenti epifanici in cui sono emersi silenzi assordanti, sguardi nel vuoto che sembravano cercare qualcuno o si aspettavano che, da un momento all’altro, potessero essere riempiti da qualcuno. 

L’approccio maieutico socratico che in questi anni mi ha accompagnato (e ha accompagnato gli allievi) grazie ai tuoi insegnamenti e a quelli del Prof. Vincenzini ha avuto un grande peso nel mio percorso.

Quel “so di non sapere“, quello stato di perenne insipienza sono stati il motore e il volano della ricerca, dell’andare in profondità alle cose, della perenne ricerca della verità, della capacità di “lettura” che avevi delle tue vigne, del territorio, dell’annata e della tua materia: che hai sempre valorizzato al meglio. Ecco come accade che ogni bottiglia diventa un libro “da sfogliare” che ci restituisce una visione dell’annata ed è una fedele fotografia di ciò che è stato. Sta poi a chi la apre avere questa capacità di leggervi qualcosa al di là di ciò che ha letto o sentito da altri.

Caso vuole che proprio ieri ho riletto una commedia teatrale classica di Aristofane: “Le Rane”. Questa commedia è ambientata in una Atene del 405 a.C. che ha perso i più grandi tragediografi del suo tempo, un tempo in cui il rischio che l’arte della tragedia andasse in declino era certo. Ecco allora che Dioniso scende nell’Ade per risvegliare il pensiero di questi maestri assoluti e ne nasce un bellissimo confronto/scontro tra Eschilo ed Euripide.

Mentre scendevo in cantina con Paolo, senza di te, ho avuto questa sensazione di essere traghettato come Dioniso fa con Caronte e ho avuto lo stesso senso di protezione perché mano a mano che scendevo l’emozione e i ricordi salivano. Così come le rane parlano a Dioniso mentre attraversa la palude, anche io sono stato traghettato da Paolo verso una sensazione di “galleggiamento”, in cui tutto intorno a me sembrava parlare; e mi ha assalito.

Certamente non possiamo riportare in vita un maestro come ha fatto Dioniso con Eschilo ma possiamo impegnarci nel trasmettere il messaggio di Case Basse alle future generazioni a mantenere vivo il suo “pensiero”. 

Il pensiero giusnaturalista di Case Basse è un patrimonio da preservare e da tramandare ed è un dovere etico farlo per chi, come me, ha sempre creduto nell’artigianalità del vino e nel valore della Terra. 

“Ciro, ricordati sempre che un vino nasce buono, non diventa buono”. Quanta verità, quanta semplicità e, al contempo, quanta struggente malinconia.

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