Passione Gourmet Domaine de la Romanée Conti - Passione Gourmet

Domaine de la Romanée Conti

di Paolo Mazza

La storia, il mito e il calice

L’aurea di mito, tributata dagli appassionati di tutto il mondo al Domaine de la Romanée Conti richiede un’analisi che abbia l’obiettivo di cogliere le motivazioni di una tal riconosciuta grandezza. Il Domaine è anzitutto l’unico al quale la legislazione francese consente di chiamarsi con il nome di un terreno (che corrisponde ad un’AOC), il Romanée Conti appunto. Le ragioni di un primato indiscusso risiedono nella storia e nelle vigne più prestigiose, da cui deriva il nome del Domaine. La “sacralità” affonda le radici nel periodo dell’Impero Romano, e continua nel Medioevo attraverso l’opera dei frati dell’abbazia di Saint Vivant, i quali chiamavano Clos Saint Vivant i terreni più vocati di Vosne, comprendenti quello che, nel 1651, sarebbe divenuto “La Romanée” (da non confondere con l’attuale omonimo terreno, ubicato proprio “sopra” l’attuale Romanée Conti, registrato con questo nome nel 1827 dal Conte Louis Liger-Belair).

 

Il predetto “La Romanée”, nel 1760, venne quindi acquistato da Sua Altezza serenissima Luois-Francois di Borbone – Principe di sangue – de Conti per una cifra astronomica, 92.400 libbre, pari a oltre 11 volte il prezzo di mercato degli altri terreni più prestigiosi. Le fortune del Principe verranno bruscamente interrotte dalla Rivoluzione, durante la quale egli dovrà subire il carcere e la confisca dei beni. Il terreno de la Romanée venne quindi messo all’asta nel 1794 sotto il nome “Romanée Conti” e il vino da esso prodotto venne definito nella perizia “il più grande vino di Francia”. La vendita fruttò una cifra pari a oltre il doppio del valore stimato; da quel momento si assistette a una serie di passaggi di mano, destinati a terminare allorquando il terreno pervenne a Marie Dominique Madeleine, moglie di Edmund Gaudin De Villaine. A quest’ultimo si deve, dal 1911, l’acquisto di altre parcelle dei più prestigiosi terreni di Vosne che oggi compongono l’incredibile patrimonio dell’azienda, nonché la registrazione del nome: Domaine de La Romanée Conti. Edmund decise poi di vendere, nel 1942, all’amico Henry Leroy – negociant a Auxey Duresse – metà dell’azienda. Sarà anche grazie a Henry Leroy che il Domaine potrà aggiungere parcelle di Montrachet alla collezione di vigneti dell’azienda.  A chi ha la fortuna di visitare il Domaine, viene offerto, rigorosamente dopo tutti i rossi, un bianco, che potrà essere, nel migliore dei casi, il mitico Montrachet, ovvero il Batard Montrachet, proveniente da una piccola parcella di proprietà che dà vita a vini destinati al consumo dei proprietari e dei loro ospiti (e, talvolta, ai negociants).

 

Se la storia del Domaine e il livello impareggiabile del patrimonio di terreni ne spiega il prestigio, nondimeno la figura di Aubert De Villaine – attuale gerant – è determinante. Il suo obiettivo è fare vini che rappresentino nel modo più autentico e migliore possibile le capacità espressive di questo climat (termine che identifica la singola parcella, piuttosto che il termine terroir più adatto ad identificare una zona). Ecco allora, che tutto viene fatto con un’attenzione a dir poco maniacale. Un’attenzione che è rivolta innanzitutto al lavoro nelle vigne, condotte rigorosamente fin dal 1992 con metodi naturali e in biodinamica dal 1996 – senza necessità di specificarlo in etichetta – dove l ’unica cosa che conta è “le matériel végétal”, ovvero produrre le migliori uve possibili e trasformarle in vino, senza manipolazioni e scorciatoie. Il risultato di questo grande lavoro sono vini che hanno nella purezza espressiva e nella lettura più autentica del climat la loro essenza. Un grand cru, secondo Aubert De Villaine, è il “prodotto di un climat sostenuto da una filosofia”; il mantra è non interferire, lasciare che la natura operi da sola e al meglio. Il risultato naturale di questo approccio porta al Domaine un raccolto che frutta circa 25 ettolitri per ettaro (che con le densità di impianto attuali qui vuol dire uno o due grappoli per pianta). Grazie al sapiente lavoro dell’uomo, ogni cru emerge in tutta la sua unica purezza espressiva, attraverso quel formidabile vettore rappresentato dal Pinot Nero, con un tratto distintivo inconfondibile. Il Pinot Nero assume quindi le vesti di ambasciatore di un sottosuolo dove, grazie a una conformazione geologica unica al mondo, le radici della vite possono pescare a decine di metri di profondità, attingendo a strati di diversa epoca geologica in grado di trasmettere un corredo inestimabile di sostanze.

La location della degustazione che ha visto protagonista questo mito senza tempo è il Ristorante Il Luppolo e l’Uva di Modena, dove lo chef Stefano Corghi ha ideato per l’occasione piatti da accompagnare ai vini con maestria e padronanza assoluta delle materie prime, unita alla profonda conoscenza dei vini di Borgogna.

Si inizia Dal Corton 2015, un assemblaggio dai climats Bressandes, Remardes e Clos du Roy: promanano subito aromi di grande ricchezza espressiva e di inebriante piacevolezza, come nessun Corton francamente è mai riuscito a regalarci. L’annata – che ha visto uve in perfetto stato – riveste senza dubbio un ruolo da protagonista, ma va dato anche atto del lavoro iniziato qualche anno fa sul terroir e alle esperte mani degli uomini del Domaine.

Il duo Romanée Saint Vivant e Richebourg proviene da un millesimo, il 2014, dove nonostante un luglio preoccupante a causa di precipitazioni ben oltre la media stagionale è stato regalato al Domaine un raccolto abbondante e di qualità. Se inizialmente i primi tre vini mostrano un corredo olfattivo di pari livello, con il passare del tempo i due 2014 sfoderano tutta la loro classe, evolvendo su aromi di straordinaria complessità, inarrivabili per un vino proveniente dalla collina di Corton. Il Saint Vivant inverte la regola gerarchica – non scritta – di Vosne, che affida al Richebourg un rango superiore. Il Saint Vivant rappresenta, infatti, il più femminile ed elegante vino di Vosne. La sua trama setosa richiama il fascino del Musigny, al punto che presso il Domaine si usa l’espressione “seduttrice” per definire questa vigna.

Ed ecco il Richebourg, il cui nome già da solo riecheggia di forza e opulenza, e questo bicchiere ne conferma appieno la grandezza. Qui la consistenza al palato si fa di velluto, e la ricchezza del corredo aromatico – unitamente ad un incredibile potenziale di invecchiamento – ne fa il degno moschettiere del Re che gli si sta accanto senza soluzione di continuità, verso sud.

Infine, da un’altra annata speciale – la 2010 – l’Echezeaux, del quale il Domaine possiede una sezione centrale di grande pregio – Les Poilailléres – che rappresenta storicamente il vino più accessibile dell’azienda. Esso non ha infatti la stoffa in quanto a intensità aromatica e finezza per poter competere con i vini di Vosne, pur avendo tuttavia il pregio di essere il primo a mostrarsi cronologicamente in tutto il suo potenziale, svelando, dietro la sua tipica apparente muscolosità, un corredo aromatico senza eguali.

Chiude la batteria il Marc de Bourgogne 1999, una grappa che, grazie a un lunghissimo invecchiamento in botti di legno, presenta il tipico  color tawny. Dispiega tutta la sua piacevolezza quando entra in bocca, lasciando una sensazione di pienezza e dolcezza senza eguali.

 

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