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Vallisassoli

di Alfredo Buonanno

33/33/33

L’etichetta, in un certo senso, può essere vista come la carta d’identità di un vino: in molti casi, infatti, racconta la sua storia prima ancora di gustarlo.

Quella scelta da Paolo Clemente per il suo “33/33/33” è la fedele riproduzione di un disegno antico raffigurante la vigna da cui questo vino si origina. Si tratta, infatti, di una mappa presente all’interno della Platea (catasto nobiliare) del Luglio 1714, redatta a mano da un tecnico dell’epoca per censire i beni che si trovavano sotto il feudo della famiglia Pignatelli. L’originale si trova ancora oggi nel castello longobardo Pignatelli Della Leonessa di San Martino Valle Caudina.

E proprio a San Martino Valle Caudina – paesino della provincia di Avellino che confina con quella di Benevento – prende forma l’azienda agricola di Paolo Clemente: Vallisassoli. Anche il nome dell’azienda ha una derivazione ben precisa; secondo uno storico di San Martino, infatti, la collina dove sorge la vigna di Paolo Clemente era un accampamento dei Sassoni.

L’area in questione è conosciuta in dialetto locale come ‘Varrettella’, riportata anche in basso a destra nella cartina che ho messo come etichetta” racconta Paolo. “ Si chiama Varrettella poiché la strada molto stretta che portava in quella zona era praticabile solo con il carretto”.

Il nome “33/33/33” indica invece l’eguale percentuale di Greco, Coda di Volpe e Fiano che compongo il vino e la vigna stessa: un vero e proprio singolo cru, che si estende per un ettaro ai piedi del Partenio. La vigna, che vanta trent’anni di età, è stata piantata dal papà di Paolo proprio come si faceva un tempo da quelle parti, ovvero impostando un sistema di allevamento a pergola avellinese in cui convergono tutte e tre le varietà.

L’avventura di Paolo nel mondo del vino nasce – se così si può dire – dalla tradizione di famiglia nel produrre il vino “di casa”. Giorno dopo giorno, però, la voglia di mettere a punto un processo artigianale basato sulla qualità spinge Paolo – supportato dai consigli dell’enologo Maurizio De Simone – a produrre il suo primo e unico vino (per ora!). Importante per Paolo è stata l’amicizia con uno dei più grandi interpreti del vino artigianale in Italia, Antoine Gaita, del quale dice “Vederlo all’opera in vigna e in cantina è stato un privilegio; lo aiutavo durante le vendemmie e poi in cantina. Oggi per il mio vino metto in pratica tanti suoi insegnamenti.

Da vero vin de garage, la cantina ha luogo in quello che è il garage di casa. Nessuna automobile però, solo serbatoi in acciaio inox, una piccola botte da 228 litri per esperimenti e le gabbie dedicate allo stock delle bottiglie. Il vino resta un paio d’anni sulle fecce fini in acciaio per poi essere trasferito nelle circa 2000 bottiglie. La prima annata prodotta da Paolo Clemente è quella attualmente in commercio, la 2013. Tra qualche giorno si potrà acquistare la 2014, in bottiglia da già due anni.  Nella prima annata la fermentazione alcolica è stata innescata tramite l’utilizzo di un pied de cuve, mentre nel millesimo 2014 tale fase della vinificazione è avvenuta spontaneamente. Dalla conduzione della vigna fino alle pratiche di cantina l’approccio è estremamente artigianale, in totale regime biodinamico (certificato Demeter dal 2018).

Quello che si ritrova nel bicchiere è un vino di grande materia, che oppone una bella resistenza quando si fa roteare il calice. Il colore ricorda la paglia, una paglia che vira verso l’oro luminoso e vivo. Il naso, come il colore, ricorda anch’esso la paglia, profumata di fiori di campo con una leggera scia di spezie quasi pungenti e un infuso balsamico. La bocca alterna grassezza e sapidità. Si dice che un grande vino debba avere perfetta corrispondenza fra vista, olfatto e bocca: 33/33/33 è un valido esempio.

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