Marqués de Murrieta, e la nascita della Rioja
Vi sono esistenze che paiono scaturite dalla penna di Balzac, vite in cui ambizione, destino e visione si intrecciano con naturalezza romanzesca. Quella di Luciano Francisco Ramón de Murrieta, fondatore dell’azienda Marqués de Murrieta e, per estensione, artefice della nascita moderna di uno dei territori vitivinicoli più illustri della Penisola Iberica, La Rioja, appartiene senza dubbio a questa schiera.

Nato a Lima, in Perù, nel 1822, ancora in tenera età fu condotto a Londra, dove la sua famiglia trovò rifugio dopo le convulsioni politiche che avevano condotto il Perù all’indipendenza dalla Corona spagnola. Fu nella capitale britannica che Luciano si formò sotto la lungimirante tutela dello zio Rivero e del generale Baldomero Espartero, figure determinanti che lo introdussero ai piaceri della vita — vino compreso — e al tempo stesso al senso degli affari.
Quei piaceri, tuttavia, non rimasero confinati ai salotti e alle aste di cui erano assidui frequentatori, ma si trasformarono presto in un’impresa di ampio respiro: dal 1848 prese avvio un florido commercio di botti colme di vino spagnolo che dalla Penisola raggiungevano l’Inghilterra, per poi proseguire verso Cuba e il Messico, aprendo a Murrieta le porte dei mercati più dinamici del tempo. Fu proprio questa intensa attività internazionale a consolidare relazioni, visione e ambizione, spingendolo a tentare la conquista in prima persona. Nel 1852 acquisì una tenuta nei pressi di Logroño, allora capoluogo della giovane comunità della Rioja: la Finca Ygay, nucleo originario di quello che sarebbe divenuto, nel 1878, il marchio Marqués de Murrieta. Un’ascesa suggellata anche sul piano simbolico, con il conferimento del titolo nobiliare da parte di Amedeo di Savoia e la successiva ratifica di Isabella II di Borbone, prima e unica regina regnante di Spagna — consacrazione definitiva di un uomo che aveva trasformato visione, commercio e territorio in storia.
L’azienda prospererà durante tutto l’arco della vita di Luciano e oltre, e di certo fino al 1977 quando il successore Vicente Dalmau Cebrián-Sagarriga ne consolida stile e vocazione, facendone il punto di riferimento per l’intera identità vitivinicola iberica: 300 ettari di vigneti tra Rioja Baja e Rioja Alta e uno stile che riesce solennemente a imporsi come l’impossibile punto di congiunzione tra un inamovibile tradizionalismo e una disinvolta avanguardia, riversato nei vini dalla talentuosissima enologa María Vargas, in cantina dal 2000.

1973 Etiqueta Blanca Marques de Murrieta Ygay
Quando si ha il privilegio di poter assaggiare un vecchio Rioja, in particolare un Rioja di scuola classica, forse è il caso di ricordare che parliamo di un vino lontano da ogni idea di concentrazione moderna. Qui la grandezza non sta nella potenza, ma nella profondità evolutiva e nella capacità di mantenere tensione anche dopo svariati decenni, in particolare quando parliamo dei vini della cantina Marqués de Murrieta della Tenuta Ygay. Sono vini che non impressionano per volume, ma per coerenza, equilibrio e integrità aromatica. Tra l’altro se l’”Etiqueta Roja” incarnava il grande Rioja classico di Murrieta, l’”Etiqueta Blanca” ne rappresentava l’apice qualitativo: selezione più rigorosa, affinamento più esteso, vocazione dichiarata alla longevità.
Il 1973 Etiqueta Blanca Marques de Murrieta Ygay è un esempio tangibile dell’eleganza, della solidità e della coerenza che caratterizzano la cantina Marqués de Murrieta. Il vino esalta l’incredibile personalità della tenuta Ygay e racchiude tutto ciò che accade lì durante il ciclo di crescita. Ottenuto da uve Tempranillo, Mazuelo, Graciano e Garnacha, ogni varietà contribuisce con la propria personalità a creare un vino equilibrato dopo l’invecchiamento in botte.
Il vino si presenta di un colore granato profondo con riflessi ambrati. Il naso è ampio, stratificato, di grande eleganza terziaria: arancia candita, scorza di pompelmo, ciliegia sotto spirito, cuoio fine, foglia di tabacco, cera d’api, tè nero, spezie dolci e un accenno balsamico-resinoso. Con l’ossigenazione emergono note di nocciola tostata, legno antico e una sottile traccia eterea. Al palato è sorprendentemente vivo. L’attacco è setoso, ma subito sostenuto da un’acidità ancora vibrante che ne preserva lo slancio. La struttura è pienamente risolta: tannini completamente fusi, trama finissima, nessuna asperità. Il sorso è lungo, armonico, con una persistenza che richiama agrume candito, spezia e una leggera salinità finale. E’ un gran vino che dimostra che la tradizione riojana, quando sostenuta da materia prima e pazienza, può produrre vini di straordinaria longevità. Non è un vino “nostalgico”: è un vino ancora vivo, capace di parlare con lucidità e precisione.












