Kei

VALUTAZIONE

Cucina Classica

18,5/20

OSPITALITÀ

19/20

PREGI
La cucina: incontro tra Francia e Giappone.
La precisione e la misura della brigata di sala.
La raffinatezza degli arredi.
DIFETTI
Ricarichi dei vini impegnativi, come in tutti i tristellati parigini.

Un giapponese a Parigi

Kei Kobayashi, giapponese di Nagano, ha conquistato Parigi con una determinazione, una disciplina e una tenacia che affondano le radici nell’ascetismo degli shokunin, gli artigiani del Sol Levante che dedicano la vita intera alla maestria. Figlio del proprietario di un ristorante kaiseki, arriva in Francia a 21 anni con le tasche vuote e senza parlare una parola di francese. Inizia un ‘tour de france’ che lo porta a confrontarsi con insegne prestigiose: da L’Auberge du Vieux Puits a Fontjoncouse al Plaza Athénée nell’8° arrondissement, dove sotto l’egida di Alain Ducasse scala le gerarchie fino a raggiungere il ruolo di secondo dell’allora chef de cuisine Christophe Moret. Nel 2011 rileva il locale di Gérard Besson in Rue Coq-Héron, a due passi dal Palais Royal nel 1er arrondissement, e intraprende in autonomia una marcia serrata che lo porta alla prima stella Michelin nel 2012, a un solo anno dall’apertura del ristorante, alla seconda nel 2017 e alla terza nel 2020. 

Un segnale forte da parte della ‘Rossa’, che collocando un giapponese ai vertici di Parigi, in un colpo solo scalfisce il granitico chauvinisme che, da sempre, la contraddistingue e reagisce alle accuse di immobilismo. Nella decina di tristellati parigini, infatti, post pandemia ci sono stati ben quattro movimenti: promossi Kei, Plénitude e Le Gabriel e clamorosamente bocciato uno dei templi che sembravano intoccabili, Guy Savoy. Praticamente una rivoluzione.

Fusion, sì, ma di cultura

Difficile trovare una fusione culturale applicata alla gastronomia più coerente, leggibile, chiaramente codificata di quella che mette in campo Kei. La tecnica è di matrice francese: le cotture sono calibrate con precisione chirurgica. I fondi e le salse hanno un ruolo chiave nei piatti: superano il classicismo di Alain Chapel, prima fonte di ispirazione, e guadagnano in leggerezza e verticalità, dialogando idealmente con l’innovazione tecnica di Alléno e la profondità estrattiva di Donckele. L’anima giapponese sta nella ricerca di purezza, nel sublimare il singolo ingrediente, nella gestione delle texture e soprattutto nell’elaborazione estetica dei piatti, ispirata all’ikebana. Nessuna ridondanza. Nessuna provocazione. Nessun contrasto stridente.

Simbolo e firma, Le jardin de légumes croquants comprende circa trentacinque tra erbe, verdure e fiori, in parte cotti in parte crudi, a cui si aggiungono salmone scozzese, maionese leggera alle acciughe, mousse di rucola, emulsione al limone, crumble di olive nere e mandorle. Un paesaggio nipponico edibile, costruito a strati, in cui il rapporto fra forma e gusto è pensato in due tempi: alla contemplazione della bellezza segue la sua deliberata distruzione. La rottura dell’armonia estetica, che avviene con il gesto di mescolare gli ingredienti, è il passaggio necessario per costruire l’armonia del gusto. All’assaggio la stratificazione è altrettanto evidente, i contrasti e le sfumature si risolvono in un boccone armonioso, totalmente privo di spigoli.

Il secondo cavallo di battaglia è il Piccione della Vendée laccato al miso. La cottura in due fasi mantiene la finezza delle fibre del petto e il miso rosso si lega all’umami naturale della carne regalando un boccone di eccezionale profondità gustativa, tanto che verrebbe voglia di addentarlo in purezza, accompagnato solo dal jus arricchito con il miso. Ma sarebbe un peccato trascurare gli altri elementi del piatto, che variano in base alla stagione (in questo caso ciliegie confit) e completano l’assaggio con note dolci e acide. Tocco finale, anch’esso suadente e profondo, una crema di scalogno e fegato di piccione.

Si chiude con un Vacherin ai frutti rossi e yogurt, in cui la forma della meringa richiama la violetta. Un classico francese presentato come un fiore in un giardino di Kyoto.

La bellezza dei piatti, la perfezione esecutiva, la cura maniacale del dettaglio riverberano negli ambienti, plasmati dallo sguardo dell’architetto giapponese Tsuyoshi Tane. Le pareti, studiate per catturare e modulare i riflessi, trasformano la luce in una trama sottile che avvolge la sala. Più riservato, ma meno scenografico, il ‘salon privatif‘, in cui sono state scattate le foto: un angolo esclusivo destinato prevalentemente agli incontri business. Merita una menzione d’onore il servizio, tra i migliori che si possano incontrare a Parigi (e quindi nel mondo): la precisione dei gesti e il rigore formale sono ammorbiditi dalla verve e dalle doti comunicative del restaurant manager Louis-Marie Robert, alleato indispensabile di Kei nel percorso che ha portato il ristorante alla consacrazione.

IL PIATTO MIGLIORE: Le jardin de légumes croquants.

La Galleria Fotografica:

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Davide Scapin Giordani

Classe 1970, figlio d'arte, da sempre legato all'ambiente dell'hôtellerie, incontra la cucina d'autore in tenera età scortando il padre, gastronomo appassionato, in giro per la Francia. All'amore per le grandi tavole, a metà degli anni 90 unisce quello per i grandi vini: diventa Sommelier Professionista AIS e intraprende una marcia serrata che lo porterà ad esplorare le principali zone vinicole italiane e d'oltralpe e a conoscerne i più celebrati vigneron. Collabora con l'Espresso nella duplice veste di autore della Guida dei Ristoranti e di quella dei Vini.

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VALUTAZIONE

Cucina Classica

18,5/20

OSPITALITÀ

19/20

PREGI
La cucina: incontro tra Francia e Giappone.
La precisione e la misura della brigata di sala.
La raffinatezza degli arredi.
DIFETTI
Ricarichi dei vini impegnativi, come in tutti i tristellati parigini.

INFORMAZIONI

PREZZI

menù degustazione a 185 € (solo a pranzo), a 280 € (tranne il venerdì e il sabato a cena), 380 €, 450 € e 560 €

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