Avignonesi

Il racconto del Vino Nobile in un’esperienza tra arte, tempo e biodiversità

di Fosca Tortorelli

Siamo a Montepulciano, terra del Vino Nobile, un territorio ricco di storia, paesaggi collinari e comunità radicate. Tra le numerose realtà vitivinicole locali, Avignonesi si distingue non solo per il suo percorso storico, ma anche per la scala e la struttura del progetto agricolo.

La svolta contemporanea di Avignonesi coincide con l’arrivo di Virginie Saverys, imprenditrice fiamminga proveniente dal settore portuale. Il suo intervento è tutt’altro che marginale. In pochi anni l’azienda abbraccia l’agricoltura biodinamica, ottiene la certificazione Biodyvin e adotta un approccio più essenziale, centrato su interventi ridotti, vinificazioni meno tecniche e sull’uso del Sangiovese in purezza per tutti i Nobile di Montepulciano.

Con 310 ettari complessivi, di cui 177 a vigneto e 102 dedicati al Sangiovese nella zona del Vino Nobile, Avignonesi non è soltanto una delle realtà biologiche e biodinamiche più strutturate della Toscana. Si rivela un ecosistema vivente, un organismo rurale in cui biodiversità, lavoro umano e agricoltura si intrecciano per dare forma a vini ottenuti esclusivamente da uve di proprietà, capaci di riflettere in modo diretto una filosofia produttiva e il territorio da cui nascono. È una visione agricola e imprenditoriale fondata sulla responsabilità verso il suolo, verso le persone e verso il tempo, che l’azienda definisce più come custodia che come proprietà.

I filari dell'azienda

Le parole di Matteo Giustiniani

«Un pezzo di suolo, le piante, una comunità non appartengono a nessuno», racconta Matteo Giustiniani, CEO di Avignonesi. «Non siamo proprietari nel senso stretto del termine, sono cose che vanno lasciate alle future generazioni». La differenza tra custodia e proprietà ha soprattutto una dimensione temporale. Ciò che viene fatto oggi non è perché “ci appartiene”, ma perché deve poter continuare a esistere domani.

Non a caso Avignonesi si definisce un ecosistema vivente. «Facciamo vino solo con le nostre uve», spiega Giustiniani. «Questo significa che abbiamo bisogno di un suolo vivo, di piante in equilibrio. È per questo che lo chiamiamo ecosistema vivente, perché per noi è una risorsa agricola concreta».

La biodiversità non è un valore aggiunto ma una condizione necessaria. «Più vita c’è nel suolo, più equilibrio c’è nella pianta e più il vino riesce a esprimere il territorio».

Matteo Giustiniani
Matteo Giustiniani.

Il vino nasce da una rete di interazioni tra suolo, pianta, clima, cultura del luogo e conoscenza di chi lavora quotidianamente in azienda. Avignonesi conta circa 120 persone e il lavoro agricolo è la somma di molti piccoli gesti, dalla potatura alla scelta dei germogli, dalla lavorazione del suolo alle decisioni in cantina fino all’imbottigliamento. «Sono tanti passaggi che richiedono interazione, sensibilità e relazione», sottolinea Giustiniani.

Questo approccio crea anche resilienza di fronte al cambiamento climatico e al rischio di impoverimento delle comunità rurali. «Così come un suolo si impoverisce se perde vita, anche una comunità si impoverisce se viene abbandonata». Senza una trasmissione di conoscenze e pratiche nel tempo diventa difficile parlare davvero di territorio e identità.

Essere biodinamici, B Corp e Società Benefit implica anche scelte difficili. «La cosa più complessa è rimanere coerenti», ammette Giustiniani. Coerenti anche quando esistono scorciatoie più semplici, come nel caso di annate complicate.

«La prima forma di coerenza è la denominazione, quella del Nobile di Montepulciano che mette al centro il Sangiovese. In un’annata come il 2014, in cui ha piovuto molto, la tentazione di utilizzare la percentuale consentita dal disciplinare di vitigni internazionali come il Merlot poteva essere una scelta facile. Ma invece no. Per noi il Nobile si fa 100% Sangiovese. Anche in un anno difficile la coerenza è mantenere la trasparenza verso il consumatore».

La cantina di Avignonesi

Lo stesso vale per decisioni tecniche in cantina, dove si rinuncia a interventi che migliorerebbero l’aspetto visivo del vino ma andrebbero contro questa trasparenza.

Anche il tempo è parte integrante della visione Avignonesi. Con il progetto Late Release circa il 10% della produzione di ogni annata viene conservata e rilasciata dopo anni. Il Nobile di Montepulciano 2015 arriva sul mercato a dieci anni dalla vendemmia. «Il vino è figlio dell’annata», ricorda Giustiniani, «e raccontarla a distanza di tempo permette di riscoprirne il valore».

Accanto a questo, l’idea della collaborazione con artisti diventa uno strumento di racconto moderno. Le etichette illustrate, come quella firmata per la 2015 da Carlo Stanga per Le Capezzine, rendono visibile ciò che normalmente non si vede: il lavoro agricolo quotidiano, i gesti, il luogo. «L’arte aiuta a raccontare ciò che è intangibile» e diventa anche un modo per trasmettere al consumatore il vino con un linguaggio contemporaneo, visivo e immediato senza banalizzarlo.

Guardando al futuro, Giustiniani individua tre elementi chiave che vorrebbe rimanessero intatti: la trasparenza, perché Avignonesi resti sostanza e non vuoto, il senso di custodia verso i suoli e la comunità e il vino stesso, prodotto agricolo da mettere al centro ogni giorno.

«Non raccontare una storia, ma farla», conclude Giustiniani. Costruire oggi qualcosa che abbia senso anche domani è in questa idea semplice e insieme impegnativa che Avignonesi riconosce la propria identità.

Una bottiglia di Avignonesi
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